La scommessa perduta dell’apprendimento permanente e diffuso

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L’apprendimento è un modo di vedere e di abitare il mondo, la propria vita, il proprio territorio. Ma questo modo di vedere bisogna averlo nella mente, bisogna sforzarsi di pensarlo. Esiste una grammatica spaziale dell’apprendimento che non è nelle classi, negli edifici scolastici ma nelle strutture e nelle risorse del territorio, nel territorio come luogo di apprendimenti diffusi, di saperi operosi, di operosità del sapere, di laboratori che vivono di spazi sociali aperti. L’apprendimento non è un semplice processo di trasferimento della conoscenza da una persona all’altra, è organizzazione nello spazio e attraverso lo spazio, non è il solo accedere ai magazzini dei dati, ma ai luoghi dove l’apprendimento si produce, dove ci sono le officine del sapere, dove i saperi si scoprono e si condividono, è la costruzione di un sistema funzionale capace di coordinare i diversi domini in cui si articola la conoscenza.

Il focus dell’apprendimento è la creazione, la trasformazione e la distribuzione della conoscenza. È il viaggio che compiono le conoscenze, non il loro sostare stanco nelle aule, nelle biblioteche e nei musei, è come si animano per incontrare le persone a partire da chi non deve mai più essere considerato alunno di una classe ma cittadino del territorio dei saperi, di una comunità di apprendimento, dove l’apprendimento accompagna tutto l’arco della vita di ciascuno. L’apprendimento non è un processo scolastico, dalla scuola va descolarizzato, liberato, svincolato.  È un processo di ingegneria eterogenea e complessa che richiede materiali, parchi, infrastrutture, movimentazione urbana della conoscenza. L’apprendimento come rete di relazioni nella città. La cultura della condivisione delle conoscenze, nonché la progettazione appropriata della città, delle reti e delle infrastrutture che supportano queste interazioni. Il processo di sviluppo di una città della conoscenza non è rapido né semplice, ma scuole, prigioni e ospedali non possono continuare ad assomigliarsi ancora così tanto: luoghi di cura e di pena. Lo studio, la cultura, l’apprendimento devono uscire dalle gabbie in cui li abbiamo da troppo tempo e colpevolmente relegati, soprattutto per le giovani generazioni. Non può essere solo internet a spezzare sbarre e barriere.

La rete mette in rete la cultura ma la cultura non fa rete, non fa rete sul territorio. Le istituzioni culturali non comunicano, ognuna fa per sé anziché alimentarsi a vicenda. La scuola dovrebbe fare curricolo invece continua a fare programma. La scuola dovrebbe essere il luogo dove si idea e si compie la regia, poi la scuola è vita fuori dalla classe, è apprendimento diffuso sul territorio, la conoscenza come studio là dove si studia, nei musei, nelle pinacoteche, nelle biblioteche, nelle videoteche, nei teatri, nei laboratori, nelle botteghe e nelle officine. Invece tutti questi luoghi non si propongono come luoghi di apprendimento, come rete dell’apprendimento permanente diffuso, bensì come luoghi di conservazione e di rappresentazione, luoghi statici anziché dinamici, luoghi recettivi e passivi, anziché luoghi attivi e intrusivi. Spesso luoghi di mercato, anziché costituire la rete dell’apprendimento permanente che abbatte le pareti delle aule e le cattedre, i voti e i registri, le classi per cronologia d’età, anziché per cronologia dei saperi, degli interessi, delle scoperte e dei transfert in una spirale che svolge i suoi giri tra le risorse del territorio. A nessuno interessa rivoluzionare il sapere, c’è troppo da inventare, c’è troppo da sperimentare, c’è troppo da progettare.

Le amministrazioni delle nostre città non sono all’altezza della sfida delle città della conoscenza, delle città che apprendono, delle città educanti. Si limitano a gestire il vecchio come hanno sempre fatto. Non hanno slancio, non hanno idee su cui rischiare e per le quali valga la pena rischiare. Una classe politica impreparata, sull’istruzione e l’apprendimento sempre improvvisata, incapace di ideare, di inventare, di pensare diversamente dalle convenienze di questa o quella lobby economica, sociale e politica, capace solo di coltivare gli orti, ma di non far crescere i giardini delle idee e i giardini che dalle idee possono nascere.

La scommessa dell’Europa era quella di integrare gli apprendimenti, valorizzandoli, da quelli formali a quelli non formali e informali in un territorio di saperi frutto del sapere del territorio.

Ancora non c’è quello che prometteva la società della conoscenza: la mobilitazione dei saperi, la circolazione dei saperi, le conoscenze diffuse oltre le accademie, oltre la confezione dei saperi usa getta. Diversamente che senso ha parlare di apprendimento per l’intero arco della vita, di città della conoscenza, di città che apprendono, di città educanti. Cosa è cambiato nella nostra vita, nelle istituzioni preposte alla cultura e all’istruzione, cosa è cambiato nelle nostre città?

L’idea della cultura e delle conoscenze è sempre la stessa, quella a strati e a scale, quella dei saperi imbalsamati nei musei, nelle scuole, nelle accademie: la cultura si trasmette e si espone. Alle idee, ai progetti, alle dichiarazioni e alle buone intenzioni non sono seguiti i fatti.

Dov’è la società della conoscenza, dove sono le città della conoscenza dove i saperi si mobilitano, dove i saperi si diffondono, dove si apprende dalla nascita alla morte?  Il ritardo è immenso!

Se questa fosse la tanto enunciata e annunciata società della conoscenza non ci sarebbe nulla da inventare, tutto è già ben predisposto e sperimentato. Si viene al mondo per conoscere, per partecipare della cultura della propria specie e le istituzioni sociali educative di questo si occupano, con uno spirito più da caserma che culturale, tanto che la conoscenza viene fornita già bella confezionata in razioni di nozioni in dosi differenti lungo gli anni della crescita.

Ministeri e assessorati dell’istruzione e della cultura appaiono sempre più spenti, privi di inventiva, di creatività, della capacità di vedere lontano. Quando va bene cercano clienti secondo una logica di mercato e di consumi. Per il resto continuano a gestire l’esistente come prima, come se non ci fosse nulla da costruire, da far nascere e crescere, da diffondere e alimentare, nulla a cui piegare un uso rinnovato e diverso di strutture, istituzioni e risorse

La società della conoscenza, un’idea intelligente, un’idea dinamica che sembra essere andata perduta, perché le politiche nazionali con la società della conoscenza non ci hanno neppure provato, perché l’Europa dopo le impegnative dichiarazioni contenute nel Memorandum di Lisbona 2000  ha piantato tutti in asso, perché ha dimostrato di non essere assolutamente in grado di gestire ciò che aveva promesso, insomma un tema quello della conoscenza e dei saperi sul quale, quando ci si è mossi, ci si è mossi male o da dilettanti, e soprattutto ancora troppo rischioso dal punto di vista della redditività dello sviluppo economico.

Le persone sono la principale risorsa dell’Europa, c’era scritto nel Memorandum del 2000, e su di esse dovevano essere imperniate le politiche dell’Unione, in particolare la formazione permanente perché essenziale per lo sviluppo della cittadinanza, della coesione sociale e dell’occupazione.

Dopo quasi un ventennio da quelle dichiarazioni non è così e non è stato così. Ciò che si è mosso, si è mosso nel solco del vecchio, nulla di nuovo ne è scaturito. Idee come knowledge city, learning city, ciudad educadora, lifelong learning o lifewide learning non si sono mai incontrate, non sono divenute una realtà radicata e diffusa, hanno creato alcuni fenomeni urbani interessanti nel mondo e in Europa: Dublino, Amsterdam, Glasgow, Barcellona, Chicago, San Francisco, Singapore e altri ancora ma nella più totale indifferenza dei responsabili delle politiche urbane nel resto del mondo e soprattutto dell’Europa, per non parlare di casa nostra e delle città che abitiamo.

Né pare che questi che si presentano siano tempi migliori.

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