
Autore: fioravantigiovanni
Un piano per far ripartire la scuola a settembre. Una proposta alla mia città e al suo sindaco

Il livello più basso che una comunità può giungere a toccare è quando la formazione delle giovani generazioni non è più una priorità. Succede se la sindrome del tramonto del futuro colpisce i suoi membri e quindi non è più necessario garantire alcuna continuità.
Non si tratta di un orizzonte da fantascienza, ma di quello che sta accadendo ora, vicino a noi, forse neppure avendone consapevolezza.
Dai figli cresciuti davanti al televisore siamo giunti ai bambini e ai ragazzi istruiti vis a vis con il monitor di un pc, del tablet e dello smartphone.
Qualcuno potrebbe averci provato pure gusto e considerare che la cosa non è poi così male. Non c’è da meravigliarsi, ciò che desta scandalo e preoccupazione è che tutto sia stato accettato come una ineluttabile necessità.
Ora però che l’emergenza è passata e che la fase due permette di prendere le distanze dalla paura, sarebbe buona cosa soffermarsi a riflettere e la prima preoccupazione dovrebbe essere per loro: le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze della nostra comunità.
Uso il termine non a caso, perché è giunto il tempo di fare comunità, di assumerci tutti insieme la responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più giovani, di restituirgli il tempo perduto, di recuperare le esperienze e gli apprendimenti mancati.
Senza citare esempi troppo lontani nel tempo, si tratta di esercitare i compiti della politica, nel senso più nobile del termine. Di organizzarsi come comunità in vista di uno scopo: prendersi cura insieme dei nostri ragazzi.
Cosa ce ne facciamo della politica e di chi la rappresenta se non è in grado di coltivare idee nuove in condizioni eccezionali?
Ora è il momento di verificare chi abbiamo votato, se in consiglio comunale siedono persone dotate di intelligenza capaci di interpretare i bisogni della collettività.
Non vorrei essere presuntuoso, non è affatto detto che il mio pensiero debba essere condiviso da tutti. Ma mi sembrerebbe un atto di responsabilità da parte degli adulti della mia città non arrendersi alla prospettiva che il prossimo anno scolastico dei nostri giovani si riduca ad uno zabaglione di insegnamento in presenza e di insegnamento a distanza, a una scuola che abdica alle sue funzioni oggi fondanti di socializzazione, inclusione, confronto e partecipazione per ridursi ad un unico compito, il più tradizionale ed antico, quello trasmissivo, quello della lezione frontale che resta tale anche se lanciata da una piattaforma web o se utilizza i materiali messi a disposizione dalla rete e da Rai scuola.
I nostri ragazzi, bambini e adolescenti, hanno bisogno di ben altro, non possiamo trascurare a lungo le necessità della loro crescita, dell’incontro con l’altro, del costruire la propria identità, del riconoscersi nel gruppo dei pari, del coltivare pensieri, ansie e fantasie. Di vivere le occasioni per superare le proprie paure, le proprie frustrazioni e insicurezze, il proprio senso di inferiorità, di conquistare la propria autonomia. Le soluzioni non sono nelle parole dell’adulto, come non sono nello schermo di un device, ognuno se le costruisce, ciascuno se le conquista a modo suo se intorno c’è una vita che si agita, capace di proporre esperienze e incontri, relazioni, scambi, conflitti e mediazioni.
E allora lo sforzo in questo momento non è il ritorno nuovamente a casa, ma l’uscire fuori, sostituendo alle mura domestiche il territorio con una alleanza tra famiglie, amministrazione scolastica e amministrazione comunale per utilizzare tutte le risorse di spazi e di persone che si possono reperire e attivare.
Dovremmo fare l’abitudine a incontrare per le strade gruppi di alunni che si muovono da un luogo all’altro per far scuola, nelle biblioteche, nei musei, nelle sale cinematografiche, nei teatri, parrocchie, oratori, centri sociali, mense, palestre e piscine, negli spazi all’aperto come negli spazi chiusi, in tutti quei luoghi che possono divenire aule e laboratori o essere reinventati per accogliere ragazzi di tutte le età che studiano in modo nuovo fuori dall’aula tradizionale, come lontani dallo schermo del computer.
Anziché insegnamento a distanza, dovremmo coltivare l’insegnamento in lontananza, lontani dai luoghi tradizionali del far scuola, lontani dai ripieghi dell’emergenza per sperimentare un modo nuovo di apprendere, che sa usare la molteplicità delle risorse umane e materiali, la versatilità del territorio come una grande aula. Le occasioni dell’ incontro, del confronto, della scoperta e delle relazioni si ampliano, si moltiplicano, i bambini e le bambine, i ragazzi le ragazze, anziché essere relegati negli edifici scolastici invadono di scuola il territorio e la vita degli adulti. La loro crescita non è più un fatto privato dei singoli ma un impegno e una responsabilità dell’intera comunità.
Si può fare? Certamente. La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà che consente di intervenire e non essere costretti ad accettare il piatto freddo offerto dalla ministra dell’istruzione.
Se non vogliamo che da settembre prossimo i nostri ragazzi riprendano la scuola con la prospettiva di un anno scolastico ripartito tra l’aula scolastica e le pareti domestiche, bisogna muoversi da subito.
La soluzione ci sarebbe, basterebbe che in tempi rapidi il sindaco convocasse un tavolo tra amministrazione comunale, dirigenti scolastici e presidenti dei Consigli di Istituto, in grado di dar vita a un gruppo di lavoro per utilizzare oltre agli edifici scolastici tutto ciò che è sfruttabile del territorio: spazi, risorse, associazionismo, volontariato, adulti disponibili e progettasse un anno scolastico diverso non solo per l’emergenza ma anche per il futuro.
La classe di Asor Rosa non portava scritto “I Care”. Dalla classe al patto formativo o sarà ancora un’occasione perduta

È difficile credere che la pandemia cambierà la nostra scuola, non si è fatto prima, quando si sarebbe potuto farlo, perché mai ora, per di più in una situazione di crisi economica aggravata. È più facile che la pandemia la cambi in peggio e già ora i segnali ci sono a partire da una didattica dilaniata tra presenza e distanza, tra reale e virtuale.
Qualcuno, che si scuote da un lungo assopimento, pare scoprire solo ora le prodigiose opportunità offerte dal territorio, come se il territorio non fosse una grande aula da frequentare fin dai tempi del Pestalozzi, che proprio non era il massimo della pedagogia, potremmo dire addirittura che con la sua fiducia nelle innate capacità educative della madre sia stato un antesignano delle homeschooling.
Dopo l’elogio della predella di Galli della Loggia oggi leggiamo l’elogio della classe di Asor Rosa. Sempre con gli occhi nella nuca a guardare indietro, soprattutto con il timore dell’innovazione e del cambiamento.
Preoccupa la resistenza dei luoghi comuni, degli stereotipi a proposito della scuola, preoccupa sentire ancora parlare degli esami di stato come riti di passaggio che devono essere celebrati. Sembra che a esprimersi siano menti decerebrate, incapaci di intendere che le sfide dell’istruzione e i bisogni dei nostri giovani necessitino di ben altro.
Che non si possa cambiare perché non ci sono i soldi passi, ma che non si voglia cambiare perché ciascuno difende i propri occhiali con cui guarda al presente e al passato senza riuscire a guardare lontano non è più possibile né tollerabile.
Per decenni in questo paese si sono frapposti ostacoli allo sviluppo di un discorso nuovo sulla scuola senza rendersi conto che la storia non stava ferma e che intanto qualcosa cambiava a proposito di istruzione come, ad esempio, il rapporto tra conoscenza e competenza, che certo non apparteneva alla cultura del paese all’epoca della predella e della classe, quando a scuola ci andavano Galli della Loggia e Asor Rosa.
La necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione non per continuare ad appioppare voti ad alunni e studenti, ma per disporre di informazioni importanti sull’efficacia del sistema formativo e sul funzionamento dei suoi istituti, penso inoltre alla sempre più crescente tendenza a personalizzare i percorsi di apprendimento, che la classe di Asor Rosa certamente escludeva.
Ciò che la storia ha cambiato nella cultura dell’istruzione è la conquista dell’integrazione di tutti e l’avvento dell’I Care. Che certo all’epoca dei giovani Galli della Loggia e Asor Rosa non erano neppure immaginabili.
Oggi, la scuola o è la scuola dell’I Care o non è. La scuola che cura il successo formativo di ogni alunna o di ogni alunno. Se non si parte di qui non c’è cambiamento. Perché è con l’I Care che cadono tutti gli stereotipi e le pratiche insensate che abbiamo accumulato a proposito di educazione. L’I Care di don Milani che nella sua canonica a Barbiana non aveva classi.
Si tratta di pensare ad un sistema formativo capace di assumere pienamente la responsabilità del progetto di vita di ogni bambina e bambino, di ogni ragazza e ragazzo, non indistintamente come avviene nella tradizione della classe, ma uno per uno, a ciascuno il suo e nel contempo di rispondere della qualità del fare scuola e del futuro che per ognuno si costruisce, un sistema formativo amico che cura, affianca e accompagna, portatore del massimo interesse per la riuscita di ogni Gianni e Pierino.
E allora ci si renderebbe conto che la classe è un intralcio. La classificazione è la madre di ogni omologazione ed essere classificati per età anagrafica come le classi di leva di una volta antepone un accidente cronologico, come l’età anagrafica, alla considerazione dell’individuo in quanto tale, al suo essere, alla sua storia, alla sua unicità.
A Barbiana i ragazzi erano diversi per età e per capacità, ognuno era lì con la sua biografia e la loro è stata indubbiamente un’esperienza di formazione unica e indimenticabile, senza classe, predelle ed altri orpelli.
Dunque non è la classe l’architrave del sistema formativo come sostiene Asor Rosa. La formazione è fatta di persone, esperienze ed incontri, non certo di banchi in fila in aule affollate a contemplare la nuca dei compagni e delle compagne che ti stanno davanti.
Ciò che conta è la qualità del progetto formativo, quanto calzi con la tua storia e con le tue esperienze, con quello che sei e non con quello che dovresti essere e quanto ti coinvolge per interesse e motivazioni.
Questo richiederebbe di essere accolti a scuola non per età anagrafica, e finire nella classe corrispondente, ma sulla base di un patto formativo concordato all’atto dell’iscrizione da ciascuno con la scuola, in modo da garantire la flessibilità dei gruppi, degli spazi, dei luoghi in cui apprendere, dentro e fuori dagli edifici scolastici, la ricchezza e la pluralità delle esperienze formative, delle relazioni e dei saperi, in un’epoca in cui l’istruzione non inizia e non finisce a scuola.
Ma temo che anche questa volta ci troveremo di fronte ad una occasione perduta.
Chiamati a realizzare Città che Apprendono*

III^ Conferenza Internazionale delle Learning Cities
Cork 18 – 20 settembre 2017
“Dobbiamo porre l’apprendimento permanente al centro di tutto il nostro lavoro per creare una società della conoscenza inclusiva. Questo è il modo per sbloccare il potenziale di ogni comunità. Questo è il modo per indirizzare tutti gli sforzi a realizzare uno sviluppo sostenibile. Le città hanno qui un ruolo unico da svolgere.” (Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO)
Sindaci e amministratori di città di tutto il mondo, dirigenti scolastici, esperti di apprendimento, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, di settori privati, di organizzazioni regionali, internazionali e della società civile provenienti da 180 città di 80 paesi, si sono riuniti a Cork, Irlanda, dal 18 al 20 settembre 2017, per la Terza Conferenza Internazionale delle “Learning cities”(ICLC), con lo scopo di tradurre gli obiettivi mondiali dell’Agenda 2030 in azioni locali, consapevoli che istruzione e apprendimento permanente sono centrali e indispensabili per il loro conseguimento .
Nelle realtà locali è necessario impegnarsi per il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile in tutte le sue dimensioni: sociale, ambientale, economica e culturale.
Un’attuazione efficace richiede, tra le altre cose, la liberazione di tutti gli esseri umani dalla povertà, dalla fame e dalla violenza; assicurare l’inclusione, l’equità, l’uguaglianza di genere, l’uguaglianza dei diritti e la promozione della pace; una gestione efficace delle risorse naturali del pianeta e interventi sui cambiamenti climatici; assicurare una crescita economica sostenibile per consentire alle persone di realizzare il loro potenziale e godere di una vita prospera e soddisfacente per se stessi e per le loro comunità.
Per far questo è necessario attivare partenariati, reti e una solidarietà globale con cui affrontare le numerose sfide nel mondo e garantire pari opportunità a tutti, in particolare ai più poveri e ai più vulnerabili.
L’obiettivo è costruire culture di apprendimento consapevole nelle nostre città che promuovano una coscienza mondiale e la cittadinanza attraverso azioni locali per implementare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.
Le città, facendo proprio l’apprendimento permanente, sono fattori importanti per raggiungere questa visione globale, operando in modo da garantire che nessuno resti indietro.
Città che apprendono, sostenibili, verdi, sane, giuste, inclusive, imprenditrici e in grado di offrire ai loro cittadini opportunità di lavoro dignitoso.
L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, ha come obiettivo di porre fine alla povertà, proteggere l’ambiente, garantire equità e prosperità per tutti, creare condizioni di vita pacifiche e sane in tutte le parti del mondo, assicurare un’istruzione di qualità inclusiva ed equa, promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti, rendere le città insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.
I governi e le comunità locali sono i fattori chiave per raggiungerli, in particolare affermando la consapevolezza collettiva dell’importanza dell’apprendimento permanente per sbloccare il pieno potenziale delle comunità urbane e rurali e assicurare ambienti di vita sostenibili per le generazioni presenti e future.
I richiami vanno ai principali documenti guida per le “learning cities”, ovvero la Dichiarazione di Pechino del 2013 e la Dichiarazione di Città del Messico del 2015 che forniscono una lista di controllo completa dei punti di azione per migliorare e misurare il progresso delle città che apprendono e per il riconoscimento dei progressi compiuti dalle città associate.
Chiamati ad agire
Riconoscendo il ruolo dell’apprendimento permanente come motore della sostenibilità ambientale, sociale, culturale ed economica e riconoscendo l’importanza di coinvolgere tutti i soggetti interessati nel processo la Dichiarazione conclusiva della III Conferenza delle “Learning cities” di Cork:
Invita i sindaci ad attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare la qualità dell’istruzione, città e comunità sostenibili, in base alla situazione specifica e alle esigenze delle rispettive città per raggiungere la sostenibilità in tutte le sue dimensioni;
Invita i governi nazionali a fornire le condizioni fondamentali e le risorse sufficienti per costruire città che apprendono e adottare politiche inclusive per garantire che la crescita urbana sia vantaggiosa per gli abitanti delle aree urbane e rurali;
Invita tutti gli attori pubblici e privati, le parti interessate tradizionali e non tradizionali in tutti i settori delle città e delle comunità, compresi gli istituti di istruzione superiore e di formazione nonché i rappresentanti dei giovani, a riunirsi in partenariato per promuovere l’apprendimento permanente a livello locale al fine di garantire che tutte le generazioni siano coinvolte nel processo;
Impegnarsi a seguire un approccio settoriale per costruire città che apprendono e portare il concetto di città che apprende all’attenzione di tutti i partner coinvolti nell’istruzione e nello sviluppo sostenibile a livello locale e nazionale;
Impegnarsi a rendere ampiamente disponibili e inclusive opportunità di istruzione di qualità e di apprendimento permanente, estendendo l’ambito e i benefici alle aree circostanti delle città, compresa l’innovazione nell’uso delle tecnologie digitali per l’apprendimento collaborativo;
Impegnarsi a creare reti strategiche tra le città membri, documentando e diffondendo attività per l’apprendimento condiviso e monitorando e valutando i progressi;
Invita l’Unesco a sostenere lo sviluppo di capacità per la pianificazione, l’attuazione e il monitoraggio delle città che apprendono, sulla base dei principi dell’apprendimento permanente e dello sviluppo sostenibile.
In particolare impegnarsi ad attuare strategie di apprendimento permanente attinenti alle dimensioni sociale, ambientale ed economica degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile che:
Promuovano l’apprendimento e ambienti di vita equi ed inclusivi, sradicando tutte le forme di discriminazione e ampliando l’accesso alle opportunità di apprendimento per tutti i membri della società, in particolare per i gruppi più vulnerabili;
Promuovano l’apprendimento e ambienti di vita sani e verdi combattendo il cambiamento climatico, l’inquinamento e le cattive condizioni di salute e promuovendo acqua potabile e servizi igienico-sanitari sicuri, mobilità sostenibile e servizi di buona salute;
Promuovano opportunità di lavoro dignitoso e imprenditorialità, tra cui la valorizzazione dello sviluppo delle competenze e la messa in sicurezza di condizioni di lavoro sicure per tutti, in particolare nel settore del lavoro informale.
Esprimiamo il nostro profondo apprezzamento alle autorità e ai cittadini di Cork per la loro ospitalità, supporto e leadership nell’ospitare la terza ICLC, e notiamo con apprezzamento la costante dedizione di Cork alla costruzione di una città che apprende e alla promozione dell’approccio alla città che apprende.
Cork, 19 settembre 2017
*Traduzione e adattamento di Giovanni Fioravanti da “Cork Call to Action for Learning Cities “ by Unesco Institute for Lifelong Learning
https://d14ujlzb3m57xe.cloudfront.net/sites/default/files/cork-call-to-action_final-draft.pdf
Lev S. Vygotskij: Le vie dell’uomo verso la libertà e l’individualità*

Introduzione
Ho incontrato Vygotskij agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, la collana “Paideia” degli Editori Riuniti ne pubblicava due opere: Lo sviluppo psichico del bambino, con l’introduzione di Leontjev e cenni bio-bibliografici a cura, già allora, di Luciano Mecacci, Immaginazione e creatività nell’età infantile, con la prefazione di Alberto Alberti, in fine il libro di Lurija Linguaggio e comportamento.
Poi nel 1976 Vygotskij approda alle edizioni Giunti con la pubblicazione di Pensiero e Linguaggio” nella collana di psicologia scientifica diretta, tra gli altri, da Guido Petter. L’iniziativa è di Angela Massucco Costa, ordinario di psicologia sperimentale all’università di Torino, che ne cura anche l’edizione, con l’introduzione di Bruner.
Gli anni ’70-’80 segnano l’esplosione d’interesse in Italia per il pedologo russo. La pedologia, censurata dal regime sovietico, comprende biologia, pediatria, psicologia, pedagogia, qualcosa come le scienze dell’educazione. Per Vygotskij è la riorganizzazione delle funzioni psichiche sotto l’influenza dei fattori sociali e culturali.
All’indomani del crollo del muro di Berlino, dopo la caduta del regime sovietico, viene meno la censura nei confronti delle opere di Vygotskij, si scoprono i suoi taccuini, opere inedite, la figlia Gita ne pubblica la biografia. Un po’ in tutto il mondo si riaccende l’interesse per lo psicologo russo.
Così non accade in Italia, nonostante sia italiano il maggior studioso di Vygotskij, Luciano Mecacci, che ha lavorato con Lurija nell’Istituto di Psicologia di Mosca dove lo stesso Vygotskij condusse le sue ricerche.
Sarebbe interessante indagare le ragioni di questa diserzione tutta italiana, certamente crisi della cultura e crisi dell’insegnamento vanno di pari passo. Da tempo manca nel nostro paese una riflessione seria sulla cultura necessaria alla scuola, in una scuola che si è andata sempre più avvitando su se stessa in questioni di cattedre e di precariato.
Può essere che abbia inciso, come ha osservato Alain Goussot, la profonda crisi della cultura marxista italiana, anche nella sua versione gramsciana. Ma non ne sono convinto, perché l’opera di Vygotskij va ben oltre ogni confine riduttivamente culturale.
È più credibile il perdurare di una opzione cognitivista ancora prevalente nell’ambito dell’insegnamento/apprendimento.
Il cognitivismo c’entra senz’altro. Perché l’edizione della Giunti di Pensiero e linguaggio, altro non era che la traduzione dall’edizione americana del 1962, ossia la vulgata vygotskijana che ne aveva fatto la scuola cognitivista, a cui aveva contribuito anche la censura del regime sovietico.
Ciò nonostante Pensiero e linguaggio è, in quegli anni, l’incontro con due idee fondanti del pensiero di Vygotskij.
La polemica con la psicologia accademica, la psicologia clinica dell’epoca, sovietica e non. Polemica che passa attraverso il confronto con il grande ginevrino, con Piaget e la sua epistemologia genetica che tagliava fuori dallo sviluppo individuale il contesto sociale e culturale.
E la grande intuizione della “zona dello sviluppo prossimo”, che prelude all’acquisizione delle funzioni superiori. Il passaggio da una funzione superiore all’altra reso possibile dalla mediazione dell’adulto. L’idea che l’attenzione al bambino durante il processo di apprendimento e l’intelligenza dell’adulto possono portare a superare ogni difficoltà, che a scuola nessuno deve rimanere indietro. Quell’idea che Bruner tradurrà nell’affermazione che è possibile insegnare qualunque cosa a qualunque età, purché lo si sappia fare, ma è questione come diremmo oggi di ambiente di apprendimento.
Questa la vulgata cognitivista del contributo vygotskijano, importante, ma troppo poco. Perché non coglie quale materiale può offrire alla nostra riflessione leggere più in profondità gli spartiti di questo giovane Mozart della psicologia. Di questa “voce che emerge dal futuro”. Ora quel futuro siamo noi, e nostro è il compito di provare a interpretarla.
La Tragedia di Amleto
Vygotskij è il fondatore della scuola storico-culturale nell’ambito delle correnti psicologiche. Sostiene che la nostra psiche non è prodotto solo dell’evoluzione animale, ma è divenuta sempre più complessa sotto l’influenza dei fattori storici, sociali, culturali, e questo è un processo in continuo sviluppo.
La molla di questo sviluppo è il linguaggio. In particolare la “parola” che costituisce l’elemento mediatore tra il sé e il fuori di sé, tra il me e l’altro da me, proprio perché Mythos, vale a dire racconto, narrazione della storia e della cultura del nostro ambiente di vita che finisce per modellare la nostra mente.
È la parola l’attore principale delle relazioni interpsichiche, (madre-bambino, insegnante-alunno, ma non solo) che producono l’intrapsichico, fino alla formazione delle funzioni superiori della mente.
L’Amleto di Shakespear, può essere connotato come la tragedia della “parola”. La parola che segna l’essere, la parola che si fa dramma, cioè azione.
Vygotskij assorbe la passione per la letteratura e per il teatro dal cugino David, critico letterario e traduttore. Nel 1916, a neppure vent’anni, scrive il saggio “La tragedia di Amleto” e più tardi, nel 1925, presenterà come dissertazione di dottorato “Psicologia dell’arte”.
Forse non era nelle intenzioni di Vygotskij, ma è difficile per noi che siamo venuti dopo non cogliere un nesso con lo sviluppo che prenderanno le sue ricerche. Pensiero e linguaggio segnano il destino del principe di Danimarca.
Il destino che si impossessa della sua mente attraverso le parole del fantasma del padre. Quell’interpsichico tra figlio e genitore sui bastioni del castello di Elsinore che decide l’intrapsichico del personaggio, la sua mente, il suo modo di pensare.
“Ricordati? Sì, sventurata anima, finché la memoria durerà in questo abominevole mondo. Ricordati? Sì, dalle tavole del mio pensiero sbandirò tutte le frivole memorie dell’amore, tutti i precetti dei libri, tutti i vestigi, tutte le impressioni del passato, incise in esse dalla gioventù e dall’osservazione…” (W. Shakespeare, Amleto, Atto I, Scena V)
La parola per Vygotskij non è la parola profetica dell’incipit del Vangelo di Giovanni “All’inizio era il verbo”, ma la parola che si fa cultura, la parola che agisce su di noi, che entra dentro di noi e che agendo determina la coscienza e le funzioni superiori della mente.
La parola da cui prendo, apprendo, ritengo nella mente, che produce “le tavole del mio pensiero”. La cognizione che per Vygotskij è coscienza: ossia conoscenza che agisce e fa agire.
La parola che è azione, riprendendo dal Faust di Goethe: “All’inizio era azione”. La parola è, dunque, il nostro daimon, l’intermediario tra noi e la realtà, tra noi e la cultura.
“Le parole che ci salvano” per dirla con Eugenio Borgna, che ci consentono di rientrare in noi stessi.
La grandezza di Vygotskij sta qui, nell’aver ricondotto alla parola la costruzione del sé.
A conclusione di Pensiero e linguaggio Vygotskij annota che il rapporto tra il pensiero e le parole è un rapporto né originario né dato una volta per tutte, è legame che compare nel corso dello sviluppo e si sviluppa esso stesso.
Vygotskij ci pone di fronte al nesso tra cultura e mente, dove la parola è il mediatore simbolico tra il biologico e il sociale, è ciò che ci trasforma da biotipo a sociotipo.
“Ammetto che se lo studio delle lingue fosse solo lo studio delle parole, cioè delle figure o dei suoni che le esprimono, potrebbe essere adatto ai bambini. Ma le lingue, cambiando i segni, modificano anche le idee che i segni rappresentano. Le teste si formano col linguaggio, i pensieri prendono la tinta degli idiomi. Solo la ragione è comune, la mente ha in ogni lingua la sua forma particolare.” (J.J. Rousseau, Émile o Dell’Educazione)
Non è Vygotskij, ma Rousseau due secoli prima. Le parole sono la materia prima di cui sono fatti i nostri pensieri, la materia prima che combina la nostra mente.
La vita è parola, racconto e azione: Mythos e dramma.
Nel pensiero di Vygotskij c’è Spinoza. Lo cita in epigrafe a “Psicologia dell’arte”. Con il filosofo olandese si confronterà per tutta la sua breve vita. Pensiero e realtà coincidono essendo l’essenza dell’esistenza.
Montaigne annota: “La parola è metà di chi la dice, metà di chi l’ascolta”.
Per Ludwig Wittgenstein: “I confini del mio linguaggio determinano i confini del mio mondo. Il che significa che tanto più si arricchisce il mio linguaggio, tanto più aumenta la mia possibilità di fare esperienza del mondo.”
“Noi pensiamo per lo più in parole. Ma tutte le parole appartengono a lingue specifiche che sono i prodotti di culture specifiche”, scrive Isaiah Berlin nel suo “Il legno storto dell’umanità”.
Per Antonio Damasio, autore di “Lo strano ordine delle cose”, “La traccia verbale è una delle fonti della componente narrativa della mente umana, e nella maggior parte di noi potrebbe essere addirittura l’elemento base della sua organizzazione.”
Benjamin definì Vygotskij come uno studioso dell’origine del linguaggio, collocando il suo pensiero in una prospettiva assai diversa rispetto a molti degli stereotipi che poi gli furono attribuiti.
Il linguaggio è il più importante mediatore socio-culturale nella costruzione dell’identità. Vygotskij rivendica alla sua psicologia di essere la psicologia delle vette in contrasto con la freudiana psicologia del profondo.
La formazione della coscienza
Il punto di partenza della teoria di Vygotskij è il problema della coscienza, come fenomeno distintivo della vita psichica umana rispetto alle altre specie animali. Il saggio La conoscenza come problema della psicologia del comportamento, del 1925, è considerato il manifesto della teoria storico-culturale.
L’origine sociale della coscienza, attraverso la parola. La fonte del comportamento sociale e della coscienza sta nel linguaggio.
In questo consiste il “dramma vivente del pensiero” o il “dramma dello sviluppo” che raccoglie in unica sintesi le espressioni più diverse dell’attività mentale.
Vygotskij ritiene che la psicologia debba liberarsi da una sorta di “cattività biologica”, per scoprire il ruolo dell’adattamento all’ambiente, e, più in generale, dei processi educativi nell’ambito dello sviluppo.
Nel saggio citato Vygotskij distingue tre tipi di esperienza che sono propri della specie umana:
“L’esperienza storica”, costituisce il patrimonio di partenza, il contesto storico, sociale e culturale entro il quale matura lo sviluppo psichico del bambino, il futuro adulto (è una macrodimensione come l’essere nati nel Medioevo o nell’Ottocento).
“L’esperienza sociale”, riguarda il patrimonio di conoscenze che è posseduto dalle persone in un dato contesto ed è trasmesso ad altri, il bambino si appropria dell’esperienza sociale degli adulti, in particolare dei genitori e degli insegnanti.
“L’esperienza raddoppiata” è relativa al patrimonio di conoscenze individuali che la singola persona mette in atto nella sua vita quotidiana, trasferendole dal piano mentale a quello pratico. È il livello di attività mentale e comportamentale esemplificato dalla differenza tra il ragno e l’ape, da una parte, e l’architetto e il tessitore dall’altra, secondo l’esempio ripreso da Marx.
Il sociale irrompe nello psichico e lo psichico interagisce col corporeo. Maturazione del cervello, interazione con l’ambiente, evoluzione delle funzioni cerebrali e sviluppo delle funzioni psichiche sono strettamente connesse.
Diventiamo noi stessi attraverso gli altri. La cultura è il prodotto della vita sociale e dell’attività collettiva dell’uomo.
Vygotskij ne trova l’esemplificazione nel dipinto di Leonardo da Vinci Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino, espressione della sua teoria storico-culturale, della narrazione che trascorre da una generazione a un’altra e costruisce la nostra coscienza. Lo stesso che Freud nel 1910 analizza nel saggio Un ricordo di infanzia di Leonardo Da Vinci per spiegare le radici dell’omosessualità del suo autore.

“La funzione psicologica originaria della parola è una funzione sociale, e, se desideriamo indagare come funziona la parola nel comportamento della persona, dobbiamo studiare dapprima come essa ha operato nell’ambito del comportamento sociale degli uomini. […] Potremmo dire che diventiamo noi stessi attraverso gli altri, e che tale regola si riferisce non solo alla personalità nel suo complesso, ma anche alla storia di ogni singola funzione. In questo sta la sostanza del processo dello sviluppo culturale.” (Lev S. Vygotskij, Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori)
Qui sta il rifiuto di considerare i processi mentali superiori come l’esito di processi naturali, di innate proprietà del cervello, ognuno legato ad una singola zona della corteccia cerebrale.
È la “concezione storica” che Vygotskij contrappone alla psicologia accademica, clinica, da laboratorio.
L’origine dei processi mentali più elevati doveva essere cercata al di fuori dell’organismo umano, nella “storia sociale”, nello sviluppo e nell’uso degli strumenti, ma soprattutto nella formazione del linguaggio.
Vygotskij ci pone di fronte alle nostre responsabilità, di società, di cultura, di epoca additando il primato del sociale e del culturale sul biologico e sullo psicologico. Segnalando lo sviluppo culturale del comportamento.
“La cultura crea forme particolari di comportamenti; essa muta il tipo stesso dell’attività delle funzioni psichiche, innalza nuovi piani nel sistema in sviluppo del comportamento umano.”
Vygotskij pone al centro il problema fondamentale: quello della persona e del suo sviluppo, della sua biografia.
L’apprendimento
Per Vygotskij a scuola non si apprendono soltanto nuovi concetti e nozioni, ma si riorganizzano continuamente le proprie funzioni psichiche attraverso i due processi fondamentali della presa di coscienza e della padronanza.
In particolare, introduce il concetto di “germinazione”, la scuola come luogo di semine e di fioriture.
“Se il bambino nel processo di apprendimento forma una qualche struttura…gli abbiamo dato possibilità ancora più grandi nel campo di altre strutture […] Un solo passo nell’apprendimento può significare cento passi nello sviluppo.” (Vygotskij, Pensiero e linguaggio)
La scuola è il luogo dove attraverso il processo di insegnamento/apprendimento si sviluppano le funzioni psichiche superiori, perché ogni funzione psichica superiore prima si sviluppa nelle relazioni sociali e solo in seguito viene interiorizzata dall’individuo.
“La preoccupazione del pedagogo non deve consistere soltanto nel fatto che gli allievi riflettano e apprendano la geografia, ma anche che la “sentano”. Spesso però ciò non avviene e l’insegnamento con una sfumatura emotiva è raro […]. Si può imprimere solo quel sapere che è passato attraverso il sentimento dell’alunno. Tutto il resto è sapere morto.” (L. S. Vygotskij, Psicologia pedagogica, 1926)
“Il concetto di fondo è molto semplice: ai sentimenti non viene attribuita l’importanza che effettivamente hanno quali ispiratori, supervisori e mediatori dell’impresa culturale umana. […] In sostanza, la mia idea è che l’attività culturale abbia avuto inizio dal sentimento e che rimanga profondamente immersa in esso.” (Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose).
Ogni volta che un apprendimento specifico risulta significativo esso si riflette sullo sviluppo delle funzioni superiori della mente.
Per Vygotskij lo sviluppo è processo trasversale, non riferibile alle singole materie; egli infatti ci parla di “una rete interna sotterranea di processi” che risuonano a vicenda l’uno nell’altro. Ogni nuova forma appresa nel processo di conoscenza risuona nelle altre forme, modificandole, nelle funzioni mentali superiori. Non una interdisciplinarità tutta interna alle discipline, ma tale da produrre i processi relazionali e interattivi della mente.
«Ogni forma dell’esperienza culturale non è semplicemente esterna […] è possibile dimostrare che l’apprendimento delle quattro operazioni si verifica come «un processo di sviluppo», in quanto l’esperienza interagisce in continuazione con le «forme a priori» del soggetto e le modifica: si tratta, anche in questo caso, del «dramma dello sviluppo». (L.S. Vygotskij, op. cit.)
Qui, in particolare si afferma il «dramma vivente del pensiero», come normale funzione della vita quotidiana, intesa come sintesi dinamica di una stratificazione di codici.
Vygotskij intende il sociale e l’apprendimento come punto di partenza per mettere in atto la complessa dialettica della stratificazione della mente, ma il punto di arrivo di questo processo di formazione non sta completamente all’interno del gruppo, ma sta in quelle vie dell’uomo verso la libertà e l’individualità colte da Bruner.
Il problema consiste infatti nel formare dei «privati pensanti», che hanno ben attuato lo sviluppo delle funzioni psichiche, affettive e intellettuali, ma hanno anche maturato un laico distacco dal contesto culturale in cui peraltro vivono, condividendone i valori. Il «cammino verso l’alto», verso le vette comporta questa dimensione individuale, attiva e critica.
“È assai ingenuo dare al termine “sociale” il senso di “collettivo”, quello cioè della presenza di una moltitudine di persone. La socialità è anche là dove c’è un uomo solo, con le sue personali vicissitudini interiori. […] Le cose non vanno davvero secondo il modello immaginato dalla teoria del contagio, per cui il sentimento sorto in un individuo contagerebbe gli altri e diventerebbe sociale”. (L. S. Vygotskij, op. cit.)
Il processo di sviluppo individuale o ontogenetico è fondato sul processo di interiorizzazione di mezzi forniti dall’ambiente socio-culturale e quell’ambiente socio-culturale è la scuola. Per Vygotskij, dunque, l’educazione è l’ingresso della cultura nella mente. La cultura forma la mente.
Il rapporto tra pensiero e linguaggio, liberato dal determinismo filogenetico piagetiano, per riportarlo all’essenza, all’ontologia delle biografie personali e ai contesti culturali di crescita.
Compito della scuola non è educare. Vygotskij ha letto Ellen Key, scrittrice svedese, precorritrice della Montessori. Agli albori del secolo scorso, nel 1906 pubblica Il secolo del fanciullo, che ebbe enorme successo anche in Italia, in cui scriveva “Il vero segreto dell’educazione consiste nel non educare”.
“Abbiamo già rinunciato al pregiudizio per cui il maestro deve educare. Siamo lontani da questo punto di vista come da quello per cui l’uomo deve portare su di sé il suo fardello. In questo senso ha profondamente ragione Key, quando dice che il vero segreto dell’educazione sta nel non educare.” (L. S. Vygotskij, op. cit.)
Anzi la scuola deve essere il luogo in cui uscire dalle gabbie dell’educazione per “forzare le gabbie mentali” per dirla con Nietzsche.
La scuola deve tornare ad essere il luogo dei “temerari della ricerca” dove si compie il lungo cammino per diventare se stessi. Perché è questa l’essenza della cultura. Ognuno è “un unicum” irripetibile nella storia.
La responsabilità della scuola è formare le menti, di più delle teste ben fatte di Edgard Morin, con la responsabilità più alta e più complessa di fornire il materiale necessario allo sviluppo della psiche, alla strutturazione delle funzioni superiori della mente, il luogo dove biologico e sociale interagiscono, concretamente, dove pensiero, corpo ed emozioni si incontrano nell’esperienza della cultura e dei saperi, non per essere depositati nei magazzini della memoria ma per costituire l’impulso dinamico necessario alla costruzione delle strutture funzionali della mente, dell’intelligenza, del genio di ciascuno.
Il luogo dove, per dirla semplicemente, “cervello e corpo sono nella stessa barca e insieme rendono possibile la mente.” (Antonio Damasio, op. cit.)
Un quadro completamente ribaltato rispetto a quelli che sono ancora oggi gli orizzonti delle pratiche e dell’organizzazione del nostro sistema formativo.
Sono orizzonti che sempre più ci avvicinano ai territori che vanno esplorando le neuroscienze, in questo senso Vygotskij ancora oggi continua ad essere una voce che viene dal futuro.
*Conferenza tenuta il 31 gennaio 2019 alla Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara
Una comunità di destino

Educazione è parola complessa che usiamo per differenti contesti, abbraccia una vasta gamma di territori, ciascuno dei quali richiederebbe di essere presidiato.
Educazione non è solo l’istruzione che viene impartita nelle aule scolastiche. La scuola, infatti, costituisce solo una piccola parte degli strumenti di cui una cultura dispone per iniziare le giovani generazioni alle sue forme canoniche, anzi, può addirittura entrare in collisione con questi.
Educazione richiama pedagogia di cui una volta era fedele ancella e, a sua volta, la pedagogia lo era della filosofia. Oggi la pedagogia è fuori dai nostri orizzonti.
Non ci sono weltanschauung, visioni del mondo che vengono prima delle persone, dell’individuo e della sua vita, su cui forgiare l’alunno. Anche la pedagogia, con l’avvento delle scienze umane ha vissuto la sua stagione di “pedagogia della liberazione”, nel senso di liberiamoci della pedagogia.
Neppure nella letteratura scolastica torna più la pedagogia, la scuola è “l’ora di lezione”, l’educazione si propone come “Gaia”, “Libertaria”, “Incidentale”, “oltre le mura”, non è la pedagogia a pensare “grande” ma “I bambini pensano grande”, l’educazione è “Free to learn” o “Insegnare al principe di Danimarca” fino a “Senza insegnanti”. Sebbene ancora qualcuno in tutto questo, con l’aggiunta del 2.0, paventi i rischi di una scuola senza “educazione”. Lontani dal pensare che il vero rischio che corriamo potrebbe essere quello di trovarci in una scuola senza istruzione o con un’istruzione che non serve.
Era il 1906, agli albori del secolo scorso, quando in Italia veniva pubblicato, con enorme successo, Il secolo del fanciullo in cui stava scritto che ”Il vero segreto dell’educazione consiste nel non educare”. L’autrice, Ellen Key, scrittrice svedese, precorritrice della Montessori, conosciuta da Vygotskij, ebbe molta influenza in Europa per l’educazione dell’infanzia, per la sua nuova concezione del bambino e per l’idea che bisogna costruire un ambiente su misura del bambino. Il bambino deve diventare il centro di tutte le politiche sociali, bisogna dare attenzione ai bambini per pensare ad un’umanità nuova.
Il libro si apre con una celebre citazione tratta da Così parlò Zarathustra di Nietzsche ed è dedicato «ai genitori che sperano di educare l’uomo nuovo».
Una umanità nuova. Ogni generazione porta con sé questa responsabilità di lavorare per un’umanità nuova. L’educazione che lavora su modelli da riprodurre non ce la può fare.
Dieci anni prima del libro della Key, John Dewey scriveva: “Ciò che desiderate per i vostri figli lo Stato deve desiderare per la scuola. Cos’è che i genitori più attenti e più assennati vogliono per i propri figli? Ecco, questo è quello che la comunità deve volere per tutti i suoi cittadini”. E aggiungeva: “Ogni individuo ha un potenziale di grandezza e merita l’opportunità di crescere, svilupparsi e contribuire pienamente alla società.”
Ciascuno è un valore, ciascuno è una risorsa, ciascuno è una opportunità per l’umanità intera.
Ma l’educazione presuppone sempre che per come sei fatto non vai bene, devi essere corretto, conformato. Così come sei non puoi essere considerato una risorsa, è necessaria la rettifica affinché il motore possa funzionare.
E gli insegnanti storicamente sono stati chiamati a questa missione correttiva delle nature umane. Per Rousseau il maestro è il guardiano e il custode del bambino dalla corruzione e dalle influenze cattive. Per Tolstòj deve essere un uomo virtuoso che trasmette il suo esempio personale al bambino. Per la filosofia ascetica l’educatore è colui che mette in atto i precetti: “Piega la volontà del tuo bambino affinché non si perda.”
L’educatore francese Valentin Haüy, impegnato con i giovani non vedenti, pensa che il maestro debba essere un ipnotizzatore in grado di sottomettere a sé la volontà altrui. L’educatore di Froebel e di Pestalozzi è un giardiniere dell’infanzia e secondo Pavel Blonskij è un ingegnere di antropotecnica o di pedotecnica, un tecnico della “cultura dell’uomo”.
Da un lato la crescita biologica e dall’altro l’educazione che non si incontrano mai.
Invece il significato etimologico di “crescere” è creare: ognuno crea se stesso. Ognuno è l’autore di se stesso, sebbene non possa sottrarsi ai condizionamenti della cultura in cui si forma, ma può essere attrezzato per difendersene, per scegliere e tutelare la propria libertà.
Hannah Arendt osserva che l’insegnante si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, ed è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità. Di fronte al fanciullo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo.
In realtà ogni adulto dovrebbe essere il testimone responsabile di questo mondo di fronte alle giovani generazioni.
L’educazione è l’ingresso nella cultura. Nascendo al mondo noi entriamo nella cultura, attraverso un processo di continuo adattamento, di constante ricerca di un equilibrio tra noi e il fuori di noi, come ci ha spiegato Piaget.
La nascita è la chiamata, compiuta dei nostri genitori, a divenire attori della cultura, a prenderne il testimone e a continuarne la narrazione.
È a scuola che apprendiamo a leggerne e a scriverne le pagine. Per questo nessuno può appropriarsi della scuola, perché quella narrazione appartiene a tutta l’umanità che l’ha composta e che continua a comporla dai vari luoghi del pianeta.
L’ingresso nella cultura è appropriarsi della sua narrazione, non per assuefarsi od adattarsi ad essa, ma per proseguirla.
Non ci sono recinti di certezze in cui rinchiudersi, modelli a cui uniformarsi. Crescere, apprendere ed istruirsi per divenire cittadini della cultura anziché sudditi di una cultura.
Significa partecipare della narrazione compiuta dagli uomini e dalle donne su questa Terra prima di noi, con i suoi miti e i suoi simboli. Cultura che è camminare per la strada della conoscenza, quella strada che ha i punti di sosta ma manca dei punti di arrivo, per questo è una strada che di generazione in generazione prosegue.
Allora la scuola è comunità di destino, destino sempre in viaggio verso il futuro, verso quello che non è conosciuto o che credevi di conoscere, ma non si presenta più come prima. È il luogo del discorso con l’altro, il luogo in cui si iniziano a dare risposte alle domande: “Chi sono io, e chi sei tu?”
A scuola si impara ad imparare, a ricordare, a parlare, a immaginare, a prendere familiarità con i codici culturali, la vita mentale viene vissuta con gli altri. “La cultura” plasma la mente, ci fornisce l’insieme degli attrezzi mediante i quali costruiamo non solo il nostro mondo, ma la concezione di noi stessi e delle nostre capacità.
Nella società della conoscenza non sono i luoghi dell’educazione a mancare, ma i luoghi dell’apprendimento e dell’istruzione, della creazione e della negoziazione dei significati, la costruzione dell’identità e il senso dell’azione personale, l’acquisizione delle abilità simboliche e soprattutto la collocazione culturale di tutta l’attività mentale.
La scuola deve tornare ad essere il luogo dei “temerari della ricerca”, per dirla con Nietzsche, dove si compie il lungo cammino per diventare se stessi. Perché è questa l’essenza della cultura. Ognuno è “un unicum” irripetibile nella storia. Il luogo in cui si esce dalle gabbie dell’educazione per “forzare le gabbie mentali”. L’esercizio dell’apprendimento come liberazione dalle proprie pastoie anziché mero esercizio per fornirsi di membra artificiali, di nasi di cera, di occhi occhialuti.
A scuola è la narrazione della cultura accumulata dall’umanità che continua, affinché la ragazza e il ragazzo, che oggi impiegano il loro tempo migliore sui banchi di scuola, un giorno esplorino il mondo ancora nascosto ai nostri sensi. Siano il neurofisiologo che tenta dei decifrare i meccanismi del cervello inaccessibili all’analisi diretta, l’astronomo che descrive galassie remote, il fisico che studia particelle invisibili, il matematico che indaga le dimensioni quarta, quinta, quelle inimmaginabili e apparentemente impossibili.
La scuola delle donne e degli uomini che vanno oltre, la scuola che in ognuno cura il genio, l’intelligenza necessaria a continuare la narrazione dell’umanità.
La mente collettiva
Non ho rapporti con l’Australia, non conosco nessuno in quel continente, ma ricevo regolarmente le newsletter dall’Amministrazione di Melbourne, perché Melbourne è una knowledge city e di questo mi occupo, così ho potuto leggere il piano della città da qui al 2021.
C’è una bella affermazione a introduzione del loro programma, che voglio condividere. La convinzione che in una città della conoscenza il potere collettivo della mente e dell’esperienza guida la prosperità della città, la sua capacità di competere a livello globale e la qualità della vita di cui godono le persone.
La città come mente collettiva, come somma di esperienze tutte necessarie a far respirare i suoi polmoni. Il tutto supportato da una rete di risorse che va dal sistema di istruzione e ricerca, alla collaborazione con le imprese per produrre una forza lavoro di talento, altamente qualificata e una cultura dell’innovazione. Una città vivace e collaborativa basata sulla cultura dell’apprendimento permanente, sulla conoscenza come impresa sociale.
La conoscenza come risorsa indispensabile all’oggi per impastare il domani.
Temo che da questo punto di vista a noi manchi sempre più la materia prima per costruire il futuro. Intendiamoci, conoscenza significa studio continuo e ricerca continua per scuola, università, istituzioni culturali, persone e imprese, questa è una necessità da cui non si sfugge, per questo dovremmo davvero essere allarmati e non solo per le cifre degli abbandoni scolastici che abbiamo, per la fuga dei nostri giovani laureati all’estero, per cui investiamo in istruzione in perdita.
Se il mondo cambia è ovvio che dobbiamo cambiare anche noi e per cambiare servono come prima risorsa idee nuove, nuove visioni, nuovi cammini da percorrere, e questi possono formarsi solo se le nostre menti vengono alimentate da pensieri inediti che possono nascere solo dallo studio e dalla ricerca. Fortunatamente, contrariamente al passato, le opportunità di studio e di accedere ai saperi si sono moltiplicate, ma dello studio bisogna fare un dato costante per tutti, combattere approssimazioni e superficialità, venditori di favole e del tempo passato.
Quando non si sa più affrontare il presente significa che si è ignoranti, si ignorano cioè gli strumenti per reggere le novità e le nuove sfide, non vengono né le idee né si intuiscono le strade per ricercare soluzioni e, quindi, non resta che studiare, ricercare, se non ci si vuole far spappolare i cervelli dalla propaganda e dalla demagogia del primo venuto, dal fai da te risolutore e salvifico della rete digitale, dagli affabulatori di narrazioni semplificate spesso false.
Che la conoscenza sia oggi divenuto il primo ingrediente delle nostre vite è un dato di fatto, c’è un analfabetismo funzionale che non è incapacità a leggere, scrivere e far di conto, ma incapacità ad accedere ai saperi, a passare dal sapere alla competenza, in un epoca in cui le conoscenze sono sempre più accessibili a tutti, ma è l’uso da farsi delle conoscenze che non si è appreso dalla stragrande maggioranza dei nostri connazionali.
Da qui a dieci, vent’anni il 40% dei lavori attuali con ogni probabilità sarà superato dall’automazione, ci saranno altri mestieri, come è possibile che l’uomo si liberi sempre più dalla schiavitù del lavoro, recuperi il suo tempo di vita.
Non è la dannazione neppure la disoccupazione. Liberarsi dal lavoro significa avere più tempo da dedicare alla mente, a coltivare lo studio e la ricerca, consentire a masse di persone tagliate fuori dallo studio di accedere alla cultura, di acquisire dignità contribuendo con la propria intelligenza alla crescita del patrimonio culturale e di conoscenze del proprio paese, della propria città, dell’umanità intera. Perché l’umanità cresce se cresce il suo sapere, se si incrementa il numero delle persone che indagano quei terreni dello scibile umano che ancora ci nascondono le loro rivelazioni.
Il lavoro di domani sarà sempre più lo studio e la ricerca, pagati con il denaro pubblico, chi perde il lavoro deve riconvertirsi allo studio, recuperare i percorsi scolastici e universitari non compiuti, per poi dedicarsi ad un campo di studio e di ricerca, è questo che è necessario al futuro delle nostre esistenze su questo pianeta. La moltiplicazione degli istituti di formazione e di cultura, il bando ad ogni numero chiuso e l’apertura di campus internazionali, una tassazione generale per finanziare lo studio, la formazione e la ricerca permanenti, per moltiplicare il numero dei lavoratori della conoscenza e pagarne il salario. Da tutto ciò potranno scaturire nuove attività, nuove produttività e nuove opportunità fino ad ora impensabili. È questa la mente collettiva vivace di cui avremo sempre più necessità, è questa la risorsa di cittadinanza che può essere la prospettiva di un futuro che vale la pena costruire, vivere e far prosperare.
*L’immagine in testa all’articolo è un’ opera dell’artista Mike Ciafaloni
L’utopia pedagogica*

Quando si nasce, il nostro è un luogo che ancora non c’è. Si nasce che ognuno di noi è un’utopia. Ognuno di noi non può che essere immaginato. È quello che fa un genitore con il proprio figlio. Non lo fanno i nostri sistemi scolastici, che al massimo figurano un ipotetico “cittadino” o un’ipotetica “persona”, ma non immaginano noi stessi e neppure il nostro luogo che non c’è.
Troppi sono quelli contenuti in un’aula per pensare ognuno di loro e i loro luoghi futuri. La pedagogia, quella che non può che essere utopia, non abita più da tempo la scuola, l’ha abbandonata, per lasciare il posto alla stereotipia, alla misura dei campioni, alla misurazione dei processi e dei risultati, a tarare la macchina che riproduce le copie. Perché a scuola si producono copie di quelli prima e di quelli che verranno poi, non si compongono mai gli originali. Per gli originali è un’altra storia, se ci si riesce è una questione che riguarda solo la solitudine di ciascuno di noi.
È che la scuola ha preso il sopravvento sulla centralità del soggetto che apprende, sempre che centrale non sia stato, anziché lo studente, l’insegnamento.
La centralità, quella della pedagogica rivoluzione copernicana, a scuola è finita decentrata dalla quantità umana delle classi, costipata dai tempi degli orari e dei programmi, soffocata dallo spazio preso dalla cattedra. In classe ci sono i nomi, le persone che li portano, ma non ci stanno le storie, soprattutto quelle che ancora hanno da venire.
E come si fa a fare istruzione, a mettere in fila i mattoni l’uno dopo l’altro, se non si sa o non si può lavorare per le storie che ancora non ci sono? Il problema della scuola è questo: non la forma dove introdurre il materiale per estrarne la copia, ma l’orizzonte, anzi gli orizzonti, i luoghi, i singoli luoghi delle singole utopie che ci stanno in fila nell’aula, lì di fronte, davanti a noi.
È questa la differenza con la scuola caserma, con la scuola ospedale che cura solo i sani, con la scuola prigione anche quando libera e aperta, con la scuola istituzione che è storia di sé e non delle persone.
Non siamo in grado di pensare una scuola nuova, ma neppure ci proviamo. Così a scuola ora si coltivano morbi sociali, virus che insidiano la vita insieme, bullismi, violenze, sopraffazioni.
Può essere che noi non siamo più quelli di ieri e la scuola continua a restare identica a se stessa, anzi a rivendicare prepotentemente la propria identità perché non la sente più collettivamente riconosciuta, e allora si innestano i cortocircuiti.
Forse non ci troviamo più tra le mani un sistema formativo ma un luogo che genera malattie, patologie sociali, perché si è rotto l’equilibrio dell’organismo.
Tramontata la stagione della scuola che doveva colmare la sua distanza dalla società, la difficile stagione di democrazia e partecipazione, ora è il tempo dell’emancipazione di ciascuno, di ogni singolarità, dalla scuola che si pretende come unica e assoluta.
Il tempo della destrutturazione scolastica, in funzione di una concezione dell’apprendimento non “individualizzata” bensì “singolare”, del diritto allo studio non come storia sociale, ma come storia personale, di riuscita e di realizzazione di sé.
La scuola non è più la sola e neppure l’unica a dettare tempi, modi, spazi, occasioni e luoghi dell’apprendimento, ma sono le persone, le storie dei singoli, i percorsi individuali, la natura delle intelligenze, delle vite uniche e dei bisogni formativi.
La scuola come luogo di gerarchizzazione e di valutazione dei saperi da trasmettere e assimilare rischia sempre più di degenerare in un terreno di conflitti, in un campo di battaglie fuori dal tempo e dalle esigenze delle persone.
Occorre trovare un nuovo senso condiviso da dare all’istruzione.
Un sistema paese non può permettersi il lusso di non avere un sistema formativo e, quindi, quella della scuola e dell’istruzione è una emergenza che va affrontata non più dal punto di vista di una società che deve garantire a se stessa la perpetuazione, ma dal punto di vista delle persone, delle loro storie e dei loro futuri singolari.
Istruzione di massa non ha mai significato massificazione, ma istruzione per tutti e per ciascuno, non quella che lo Stato ha decretato che debba andar bene in generale, ma quella particolare necessaria alla utopia della nostra storia, alla realizzazione del progetto di vita che ci appartiene.
Allora non è dell’istituzione scuola fin qui conosciuta che abbiamo bisogno, ma di luoghi dove professionisti dell’istruzione e della cultura, progettisti dei saperi e delle conoscenze, registi di ambienti di apprendimento siano in grado di proporre i percorsi formativi di cui ciascuno ha necessità per quella crescita e realizzazione che sono solo sue, che sono coniugate al singolare e non più al plurale, per quello che vorrei essere e fare, per la storia che ho in mente per me. In grado di coltivare, anche per me, cittadino tra i tanti, una coinvolgente e affascinante utopia pedagogica.
– Prevedo, disse Mr Deasy, che lei non durerà molto a lungo, in questo lavoro. Non è nato per insegnare, mi pare. Forse sbaglio.
– Per imparare piuttosto, disse Stephen.
”Per imparare”, è l’Ulisse di Joyce. Ecco abbiamo bisogno che nelle nostre scuole lavorino nati per imparare, professionisti dell’imparare. È giunto il tempo che la scuola dell’imparare prenda il sopravvento sulla scuola dell’insegnare.
Dalla istituzione scuola ordinata e normata per insegnare, al sistema scolastico progettato è organizzato per imparare. Imparare come punto di partenza del sistema anziché punto d’arrivo. Non è di insegnanti farciti di saperi da trasmettere come oratori in cattedra, del resto sempre più precari, che abbiamo necessità, ma di professionisti sceneggiatori di copioni dell’imparare, registi dei luoghi dell’apprendimento. La figura dell’insegnante come l’abbiamo conosciuta fin qui dovrebbe cedere il posto a figure formate per imparare.
Ogni ragazza e ogni ragazzo, bambino e bambina del nostro paese è portatore sano di un’utopia pedagogica, la sfida che il nostro sistema formativo oggi ha di fronte è quella di passare dal “mi ha insegnato” di ieri, al “mi ha imparato” di oggi e di domani.
È solo la rottura della sintassi, così come l’abbiamo appresa, che potrà tornare a restituire senso all’istruzione e ai suoi professionisti.
- Pubblicato anche in http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=105004
L’elogio della predella

Quando si è incapaci di pensare il futuro, ritorna il passato, quello che credevi di aver affidato ai musei della storia, testimoni dei ritorni impossibili.
Prende l’aria il ritorno al banale che scrive le sue novità con l’inchiostro di ieri, nascono pensieri esili, malsani, incapaci di abitare il complesso, spira l’alito mefitico del ritorno all’usuale di un tempo, alla tradizione tradita.
Allora presi da mania di grandezza si scrivono decaloghi al ministro di turno, su come confezionare una scuola nuova con gli stracci vecchi, quelli dismessi, che sono stati riposti, ma sempre in attesa di incontrare qualcuno disposto a riprenderli e a scuoterli dalla polvere.
Così dalle pagine del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia offre al nuovo pilota del Miur la suo ricetta per le scuole del nostro paese, composta alla maniera antica, con tanto di calamaio e cannetta.
L’elogio della predella, questo arredo archiviato dallo spazio delle nostre aule, ”altar step” la chiamano gli inglesi, sostegno dell’altare dell’istruzione, umile asse destinato ad innalzare la cattedra del sapere.
La cattedra è il luogo su cui si siede, se posta su una predella si siede in alto, è come sedere su un trono, è come sedere su un soglio.
La cattedra come il trono è il luogo dell’autorità, l’ex cathedra delle cattedrali, dei sovrani e dei tribunali.
In classe, nell’aula, l’insegnante è il sovrano, perché solo lui possiede la parola, solo da lui può promanare il verbo.
Per non essere perduta la parola richiede il silenzio, la concentrazione, l’attenzione, l’ascolto, la comprensione, la disciplina del corpo, che altro non è che il controllo di sé, per evitare di compiere movimenti e atti che potrebbero alterare il silenzio, con la conseguenza perniciosa di perdere particelle preziose della Parola.
A scuola ci si abbevera alla fonte della Parola. La scuola come la chiesa, come la cattedrale, luogo della catechesi, dove il pensiero dorme perché la mente assorba, senza muovere nulla del pensiero, perché anche un solo pensiero potrebbe distrarre dal nettare che nutre il verbo.
La parola va ascoltata per essere accolta, assimilata, ripetuta, per essere riportata quale prova della sua memorizzazione e ritenzione, attraverso l’esercizio dell’ascolto, dell’attenzione e della comprensione.
Questa è la scuola dell’insegnamento, quella che lascia il segno istruendo, costruendo, modellando, plasmando col fluire nelle menti degli astanti del verbo dell’insegnante, riversato dall’alto sublime della cattedra.
È il luogo dove il Sapere è collocato in alto, come l’occhio di dio, mentre i postulanti nel basso dei loro banchi allineati in file ordinate, umili questuanti del Sapere, si alzano in piedi per riconoscerne la superiorità quando compie il suo ingresso in aula incarnato nell’insegnante che ne è il portatore.
Superior stabat magister, longeque inferior discipulus. Discepoli votati all’ascolto con la promessa d’essere liberati dalla loro inferiorità, assimilando e nutrendosi del verbo.
La cattedra come l’ambone, luogo di epistole e di evangeli, il pulpito come domicilio della lezione, l’insegnante predicatore, ministro dell’istruzione, nel senso di colui che amministra il sacramento del sapere, che prepara alla sua unzione.
La scuola come tempio sacro, come luogo della salvezza dal peccato originale dell’ignoranza, con le sue vestali che officiano la liturgia dei riti da celebrare giorno dopo giorno sempre uguali: lezioni, compiti, interrogazioni.
La liturgia non ha bisogno di corpi estranei che non siano i fedeli ad essa adepti, non ha bisogno che i suoi sacerdoti perdano tempo in tempi morti, perché tutto sta già scritto nei messali compilati nei lustri e nei decenni da schiere di predecessori.
La scuola come seminario di clerici, non vaganti, perché il mondo è pericoloso, meglio i luoghi di casa propria, come i luoghi comuni dei propri pensieri.
La scuola apparato, con la predella apparato sacro del suo arredo.
E dire che noi avevamo pensato alla scuola come quel luogo in cui si apprende, dove tutti, insegnanti e studenti si impara ad apprendere, dove tu che hai già appreso ed hai appreso più di me mi insegni come si fa.
La scuola né chiesa, né seminario, né caserma, né istituzione totale.
La scuola come luogo di liberazione, luogo di liberazione del pensiero, dove si inizia ad imparare come si fa a ragionare, a fare libero uso della propria ragione, dove si apprende ad usare la propria mente e non quella degli altri, mai reclusorio di intelligenze in ostaggio delle vestali del sapere.
La scuola come luogo di dignità e non di gerarchia, come luogo di unità e non di divisa, la scuola dove si apprende ad essere umani condividendo la propria umanità, la scuola da dove si esce cresciuti e non plasmati, la scuola da cui si esce più intelligenti che ubbidienti, più critici che accondiscendenti, più grati al sapere e a chi ce l’ha testimoniato accompagnandoci tra i suoi meandri.
La scuola da cui si esce con fiducia nella vita e non risentiti per la superbia dei soloni che hanno ucciso i nostri sogni e cosparso di grigia noia i giorni dei nostri anni migliori.
Strettamente personale
Alla Summit Sierra Seattle School, nello stato di Washington, i percorsi di apprendimento, sono fortemente personalizzati, soprattutto scommettono sul senso di responsabilità e sull’autonomia che deriva a ragazze e ragazzi dall’assumere un ruolo attivo nella loro definizione e realizzazione. Non ci sono scansioni, scadenze e programmi che tolgano respiro alla riuscita scolastica di ciascuno.
Aperto nel 2015, Summit Sierra è una scuola charter all’interno della Summit Public Schools nel distretto internazionale di South Seattle. La scuola oggi conta 200 iscrizioni, con classi del nono, decimo e undicesimo grado. Ogni giorno, ragazze e ragazzi leggono per 30 minuti, per 30 minuti risolvono problemi di matematica, seguono corsi online, parlano con il loro consigliere e tutor che li guida nei percorsi di apprendimento che ognuno ha scelto per sé e gestisce in funzione degli obiettivi che si è dato per il lavoro e per la vita. Durante il “Tempo di Comunità” si incontrano con gli altri studenti per parlare e condividere sentimenti, aspirazioni, interessi.
Gli insegnanti svolgono un ruolo vitale, perché alla Summit School sono abbinati alle ragazze e ai ragazzi di cui faranno i mentori per tutta la durata degli anni di scuola, ognuno di loro può utilizzare software interni per monitorarne i percorsi, i compiti e gli esami.
Fin da subito, è data ad ogni studente la responsabilità della propria istruzione, disegnandone il percorso e le tappe, con accanto un adulto che si fa carico di te in modo che tu tenga fede agli obiettivi ed ai patti assunti, che difronte alle difficoltà ti dà una mano a trovare modi e strade per uscirne.
In Danimarca, l’Ørestad Gymnasium è una scuola in un cubo, un’aula gigante, dove
358 studenti delle scuole superiori sono incoraggiati a collaborare in ambienti aperti, senza aule e classi precostituite, i ragazzi apprendono a riflettere in modo flessibile su argomenti che variano nel corso della loro esperienza scolastica, fanno ricerca e lavorano insieme per risolvere problemi reali. Spazi aperti e scuola aperta in relazione con il mondo esterno, per un ambiente di apprendimento più rilassato, nel quale gli studenti svolgono un ruolo attivo nella propria istruzione. Gli studenti si dividono in gruppi e formano classi improvvisate, a volte con insegnanti per guidarli, con l’obiettivo non solo di ricevere conoscenze, ma di avere il modo di trasformare le conoscenze in azione.
L’elemento più importante della Big Picture Learning a Providence, nel Rhode
Island, è che gli studenti apprendono nel mondo reale. Il sistema è attualmente attivo in 55 scuole a livello nazionale. Il modello Big Picture Learning abbatte i muri tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Fin dall’inizio, gli studenti dalla scuola dell’infanzia alle superiori, apprendono che le loro passioni e la loro creatività vengono prima di tutto. Per aiutare ad alimentare le loro attitudini, gli studenti sono accoppiati con mentori che operano nei campi in cui gli studenti un giorno vorrebbero entrare e ognuno di loro realizza così progetti che sono collegati ai propri interessi.
A San Francisco, in California, la AltSchool è la scuola della Silicon Valley. Con il motto “Rendere l’apprendimento visibile per studenti, insegnanti e genitori” offre una piattaforma per costruire curricoli su misura, stabilire unità e compiti per ogni studente in base agli obiettivi personali di ciascuno. La AltSchool è il completo abbandono dell’istruzione tradizionale con i test standardizzati: curricoli flessibili e una piattaforma per l’apprendimento personalizzato.
La scuola, dal preK al dodicesimo grado, ha avuto inizio a San Francisco nel 2013 e ora si sta espandendo a Brooklyn, New York e Palo Alto. In realtà si tratta di scuole laboratorio che agiscono in rete, in questo modo hanno realizzato una piattaforma fondata sulla ricerca educativa di insegnanti e ingegneri insieme. Simile a un sistema operativo per le scuole, la piattaforma è progettata in modo flessibile per soddisfare le esigenze dell’apprendimento personalizzato e di una vasta gamma di scuole progressive.
Come scuola che “pensa diversamente” si presenta la Steve Jobs di Amsterdam.
Tutto ciò che è convenzionale per una scuola, qui è lasciato fuori della porta. La scuola respira dello stesso respiro di ogni studente. Ciascuno ha il suo piano di sviluppo individuale (IDP) che viene valutato e riadattato ogni sei settimane dallo studente, dai suoi genitori e dall’allenatore, la scuola non li chiama “insegnanti”. Sulla base del risultato dell’IDP, ad ogni studente vengono offerte nuove sfide di apprendimento personale e momenti di istruzione tra cui scegliere.
Tutti, dal quarto grado al dodicesimo ricevono iPad completamente carichi di applicazioni per guidare l’apprendimento personalizzato. Anche qui l’obiettivo è far disegnare a ciascuno il proprio percorso di istruzione, in modo che ognuno lavori secondo il suo ritmo.
La scuola che insegna pericolosamente, lanciata dal visionario Gever Tulley nel 2011, è la Brightworks di San Francisco, in California. Prendete alcune delle cose più pericolose che i genitori dicono ai loro figli di non fare e fatene un intero curricolo. Qui gli studenti, tra i gradi dal K al 12esimo, si sporcano, giocano con il fuoco, smontano elettrodomestici e completano progetti artistici, tutti nello stesso giorno.
L’invito è che ognuno sia coautore della propria istruzione, trovando sostegno alle proprie capacità e interessi che lo motivino. La scuola è ospitata in un grande magazzino pieno di opere d’arte, fortezze e teatri di fortuna: oggetti tutti pensati per stimolare la creatività di bambine e bambini, ragazze e ragazzi.
Il suo ideatore, Tulley, pensa che il mondo abbia bisogno di persone che vedono le sfide più difficili come rompicapo interessanti, che abbiano capacità creativa e tenacia per produrre cambiamenti. Persone che prendono gioia nel contribuire anziché solo consumare, partecipare attivamente al mondo, in grado di immedesimarsi al di là dei confini sociali ed economici.
Carpe Diem più che una scuola sembra un direzionale, un’immensa stanza con tanti
uffici. Conosciuta come The Learning Center, ci sono 300 cubicoli, uno per ogni studente, che ospitano un computer per guidare ciascuno nei suoi percorsi di apprendimento. Quello delle scuole Carpe Diem è un modello, dal terzo grado al dodicesimo, che negli Stati Uniti ha dato grandi frutti, perché ogni studente è diverso ed è necessario adeguarsi alle sue esigenze.
Alcune delle scuole che oggi nel mondo costituiscono il meglio dell’innovazione sono tutte caratterizzate dalla personalizzazione dei percorsi di apprendimento.
Personalizzazione molto differente da quella che abbiamo conosciuto noi in Italia con i “portfolio” dei tempi del ministro Moratti e del pensiero pedagogico di Victor Garcia Hoz.
Perché ci troviamo difronte ad una personalizzazione liberata dalle pastoie del personalismo.
Neppure le nostre Indicazioni nazionali per il Curricolo sono aliene dal personalismo. Da noi, anche quando ci si propone di qualificarlo, è l’insegnamento a restare centrale, sovrapponendosi ai tempi e ai modi di apprendimento di ogni singolo studente, le attività formative, seppure pensate per essere motivanti e dotate di senso, sono a lui esterne ed estranee al suo progetto di vita.
Perché la nostra scuola è ancora la scuola della persona, la comunità educante che educa mediante l’istruzione. A prevalere è ancora la concezione della minorità dell’alunno, che infatti è ancora inteso come l’allievo, anziché come lo studente, come colui che è protagonista dello studio, del suo studio. La nostra scuola resta principalmente il luogo in cui il “minore” deve essere educato istruendolo. Così nelle nostre scuole mai nessuno potrà sentirsi protagonista del suo apprendimento.
C’è un salto culturale notevole alla radice dell’esperienze che abbiamo citato fin qui.
Non si tratta di svolgere né il programma né l’alunno, come se fosse una persona inviluppata nella sua minorità da sviluppare con il progredire delle classi e dell’insegnamento.
Nulla di filosofico e nulla di pedagogico, nulla della idea del bozzolo che deve farsi farfalla.
Semplicemente il recupero di quella “scuola su misura”, se vogliamo anche funzionalista, con la quale Edouard Claparède metteva in evidenza, nel rispetto dei diritti della persona, l’esigenza imprescindibile di formarsi individualmente nel modo che a ciascun bambino e bambina, ragazzo e ragazza più si addice, non in soggezione ad una interpretazione filosofica o sociale dell’esistenza umana, ma per dare trama alla narrazione della propria storia e della propria vita. Non, dunque, come ancora avviene da noi, la somministrazione di un copione identico per tutti, per tante storie e tante vite indistinte.

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