La città che apprende

livemocha-world

Il giardino delle idee

 Intendiamo la città che apprende come un ambiente che innesca e consente un flusso intenso, continuo, ricco, vario e complesso di occasioni di apprendimento.

Nella letteratura sull’argomento “apprendimento” è un’esperienza umana spontanea o programmata in cui la conoscenza viene scoperta, creata, nutrita, scambiata e trasformata in una nuova forma. Esiste un ciclo della conversione del sapere in apprendimento, costituito sostanzialmente di quattro momenti: socializzazione, esternalizzazione, combinazione e internalizzazione.

Nella città della conoscenza l’apprendere avviene all’incrocio di persone, luoghi, processi e finalità.

In sostanza il momento dell’apprendimento è un dialogo tra persone in un luogo particolare, tramite processi strutturati o non strutturati indirizzati ad uno scopo esplicito o implicito.

 

Città della conoscenza

Francisco Carrillo, Knowledge Cities, 2006 (adattamento)

 

Ci sono diversi modi per esplorare e comprendere una città che apprende, usando come lente la scoperta delle occasioni di apprendimento che possono cadere sotto i nostri occhi. Visitare una città, vagando per le sue strade, anziché alla ricerca di monumenti o di testimonianze storiche, per osservare ciò che accade intorno a noi, per individuare momenti tipici o eccezionali di apprendimento e di conoscenza.

Ancora, se si avesse l’opportunità, seguire diverse persone per un giorno, scoprire come trascorrono la loro giornata e come la vivono. È un tempo pieno di occasioni di apprendimento? La città fornisce loro l’opportunità di questi momenti? Seguire per un intero giorno o per una settimana uno specifico luogo di conoscenza. Il posto è pieno di occasioni di apprendimento? Crea nuovi saperi, condivisione, scambi, scoperte, trasformazione in valore? Seguire uno specifico processo di conoscenza. Chi è coinvolto? Chi non è coinvolto? In quali luoghi si svolge? Che scopi si propone?

Sostanzialmente, una città che apprende è un collage complesso di momenti di conoscenza, tra loro interconnessi che riflettono la realtà dei cittadini. Peter Cook in The City, Seen as a Garden of Ideas(2004), propone la metafora della città come giardino delle idee.

 

La città di Zarpom

   Per molte generazioni la città di Zarpom ha goduto di una certa prosperità economica, accompagnata da stabilità sociale. Negli ultimi due decenni del 20° secolo la sua tradizionale base industriale è stata rapidamente erosa e il processo di ristrutturazione prodotto dalla globalizzazione dell’economia ha generato problemi occupazionali con la perdita di posti di lavoro, salari più bassi e taglio delle spese. Di conseguenza, mentre è calato il tenore di vita delle persone, sono aumentati gli oneri sociali. Le giovani generazioni hanno iniziato a lasciare la città.

Con i primi anni del terzo millennio, il nuovo sindaco, supportato da un consiglio comunale ambizioso, si è impegnato ad invertire questo trend di impoverimento urbano. Hanno creato una nuova strategia, che hanno chiamato “trasformare Zarpom in una città della conoscenza”. La città ha sempre avuto strutture e infrastrutture ben sviluppate e una vasta gamma di istituzioni pubbliche. Come parte della strategia di cambiamento molte di queste istituzioni ora operano come “luoghi di apprendimento”: la biblioteca comunale, il museo d’arte, la borsa, le scuole, il municipio, la piazza, il caffè, le famiglie. La mappa qui sotto fornisce una visione schematica della città.

 

Knowledge city

Francisco Carrillo, Knowledge Cities, 2006

 

Ma la città di Zarpom non esiste. È una invenzione di Ron Dvir, del Future Centers di Tel Aviv, fondatore di Innovation Ecology. L’ha inventata per illustrare l’idea di città della conoscenza.[1] Tuttavia molte delle occasioni di apprendimento di cui parla non sono frutto della sola fantasia, sono accaduti realmente o potrebbero essere accaduti nelle molte città che l’autore ha visitato nella sua ricerca sul significato di città che apprende. Esistono musei, biblioteche, municipi, scuole nella maggior parte delle città, e alcuni di questi sono già sulla strada per trasformarsi in luoghi che consentono e innescano occasioni di apprendimento.

Ma l’idea fondamentale che sta alla base del modello offerto da Zarpom poggia sul principio della crescita insieme, attraverso un denso flusso di momenti che producono conoscenza, tutti gli attori che operano in città concorrono alla sua evoluzione di città che apprende.

Zarpom è stata, dunque, inventata per illustrare una nuova prospettiva, quella della città della conoscenza, come tentativo di descrivere questa idea a partire dalle esperienze quotidiane di ciascuno di noi.

 

È solo l’inizio

   All’alba del secolo delle città che apprendono, stiamo venendo a patti con la consapevolezza che sempre più il destino umano si snoderà nelle città. Stiamo imparando anche che la nostra capacità di plasmare tale destino sarà determinata dalla conoscenza di noi stessi come specie urbana.

Se le città possono essere concepite come sistemi di valori, ci si può chiedere che possibilità hanno di esprimersi come potenziale e come destino umano.

Nella globalizzazione economica le città hanno sostituito gli stati-nazione. La città diviene il milieu del globalismo. Infatti, “l’inevitabilità” ha pervaso la globalizzazione urbana in quanto “l’inevitabilità” è la tradizionale giustificazione finale in mancanza di ideologie.[2]

Dal punto di vista della città della conoscenza come sistema di valori, lo spazio delle possibilità è aperto alle alternative rese possibili non solo sul piano economico o tecnologico, ma sempre più dalla conoscenza e dall’esperienza.

La città è come una pasta sfoglia, un ambiente a molti strati, di molte dimensioni culturali, economiche, sociologiche, scientifiche e tecnologiche. Ma al di là delle potenzialmente infinite combinazioni di esperienze urbane, la sfida vera è saper vivere l’enorme ricchezza degli ambienti urbani.

Questo è il cuore della città che apprende, questa è la logica della società della conoscenza. Da questo punto di vista la storia delle nostre città è solo all’inizio.

[1] Ron Dvir, Knowledge City, Seen as a Collage of Human Knowledge Moments in F.J. Carrillo, Knowledge Cities, Routledge, New York, 2011, pp. 262-290

[2] F.J. Carillo, Reconstructing Urban Experience, in F.J. Carrillo, Knowledge Cities, Routledge, New York, 2011, p. 291
 
 

I Nuovi Docenti*

Immagine

Apprendere per tutta la vita

    La percentuale degli anziani presenti sulla faccia della Terra è in aumento e quella dei giovani diminuisce, e questa tendenza continuerà se l’indice di natalità dovesse scendere e la medicina continuare ad allungare la durata media della vita. Per mantenere nelle persone più anziane l’immaginazione e la creatività e impedire che diventino un peso crescente per il vivaio sempre più ridotto della gioventù creativa, ho raccomandato molto spesso che il nostro sistema educativo venisse riformato e che lo studio venisse considerato un’attività da svolgere per tutta la vita.

Ma come si può realizzare? Dove verrebbero reperiti gli insegnanti? Comunque, chi ha mai detto che tutti gli insegnanti debbano appartenere al genere umano o anche soltanto essere animati?

Nel passato ci sono stati fondamentali punti di svolta nelle comunicazioni umane, che hanno alterato ogni aspetto del nostro mondo in maniera enorme e permanente. Il primo progresso è stata la parola, il secondo la scrittura, il terzo la stampa. Adesso ci troviamo davanti al quarto progresso nel campo delle comunicazioni, importante in tutto e per tutto quanto i primi tre, il computer. […] [1]

Supponete che durante il prossimo secolo i satelliti diventino più numerosi e più sofisticati di quelli che abbiamo messo finora in orbita nello spazio. Supponete che al posto delle onde radio il principale sistema di comunicazione diventi l’assai più capace raggio laser a luce visibile. Se le circostanze fossero queste, ci sarebbe spazio per molte migliaia di canali separati per la voce e per le immagini, ed è facile immaginare che a ogni essere umano sulla Terra potrebbe essere assegnata una particolare lunghezza d’onda televisiva.

Ciascuna persona (bambino, adulto, o anziano) potrebbe avere la propria presa personale alla quale inserire, a intervalli assegnati, la sua personale macchina istruttrice. Sarebbe una macchina assai più versatile e interattiva di quelle che potremmo mettere insieme adesso, poiché nel frattempo anche la tecnologia dei computer avrà fatto grandi progressi.

Oltre la scuola di massa

   I bambini della prossima generazione, e la società che creeranno, saranno partecipi del travolgente impatto dei computer nell’area dell’insegnamento. Attualmente la nostra società si sforza di istruire il più gran numero di bambini possibile. Il limite nel numero degli insegnanti significa che i bambini imparano in massa.

A ogni bambino, in un distretto scolastico, in una regione o in una nazione, viene insegnata la stessa cosa, nello stesso tempo, e più o meno alla stessa maniera. Ma poiché ogni bambino ha degli interessi e dei metodi di apprendimento individuali, l’esperienza dell’istruzione di massa risulta sgradevole. Il risultato è che molti adulti si oppongono all’idea di studiare nella vita postscolastica: ne hanno avuto abbastanza.

L’apprendimento potrebbe essere piacevole, persino affascinante e avvincente, se i bambini potessero studiare in maniera specifica qualcosa che li interessa individualmente, nel momento di loro scelta e alla loro maniera. Questo tipo di studio è oggigiorno possibile tramite le biblioteche pubbliche. Ma la biblioteca è uno strumento maldestro. Ci si deve andare, è possibile prendere a prestito soltanto un numero limitato di volumi, e i libri devono essere restituiti dopo un breve periodo di tempo.

È chiaro che la soluzione sarebbe quella di portare le biblioteche nelle case. Proprio come i giradischi hanno portato in casa le sale dei concerti, e la televisione ha portato il cinema, così i computer possono portare a casa la biblioteca pubblica.

I tecnobambini di domani avranno a disposizione un mezzo bell’e pronto per saziare la loro curiosità. Sapranno già in tenere età come ordinare al computer di fornir loro elenchi di materiali di ricerca. A mano a mano che il loro interesse verrà destato (e, si spera, guidato dai loro insegnanti a scuola), impareranno di più in meno tempo, e troveranno nuove strade da battere.

L’insegnamento avrà in aggiunta una forte componente di autoincentivo. La capacità di seguire una propria via personale incoraggerà il tecnobambino ad associare l’apprendimento al piacere e a crescere fino a diventare un tecnoadulto attivo: attivo, curioso e pronto ad ampliare il proprio ambiente mentale. [2]

Andare incontro all’interesse dello studente

   Possiamo ragionevolmente sperare che la macchina istruttrice sia abbastanza complessa e flessibile da essere in grado di modificare il proprio programma (vale a dire, di “imparare”) sulla base degli input dello studente.In altre parole, lo studente farà domande, risponderà a domande, farà asserzioni, offrirà opinioni, e da tutto questo la macchina sarà in grado di valutare lo studente in modo tale da poter regolare la velocità e l’intensità del proprio corso d’insegnamento e, cosa ancora più importante, di andare incontro agli interessi mostrati dallo studente.

Tuttavia non si può immaginare una macchina istruttrice personale di grandi dimensioni. Dovrebbe assomigliare a un apparecchio televisivo, per forma e dimensioni. Può un oggetto così piccolo contenere abbastanza informazioni da riuscire a insegnare agli studenti tutto quello che vogliono sapere, in qualsivoglia direzione possa condurli la loro curiosità? No, non può, se la macchina istruttrice è autonoma, cioè isolata e indipendente da ogni altra. Ma c’è bisogno che lo sia?

In qualsiasi civiltà dove l’informatica sia così progredita da rendere possibile le macchine istruttrici, ci saranno di sicuro biblioteche centrali completamente computerizzate. Queste biblioteche potrebbero essere tutte interconnesse a formare una singola biblioteca planetaria.

Tutte le macchine istruttrici verrebbero collegate a questa biblioteca planetaria e ciascuna potrebbe avere a disposizione qualsiasi libro, periodico, documento registrazione, o video che vi si trovasse archiviato. Se la macchina ne potesse disporre, lo stesso avverrebbe per lo studente, visibile direttamente sullo schermo, oppure riprodotto su carta per poterlo studiare con maggiore comodità.

 

 Insegnanti umani

   Naturalmente gli insegnanti umani non verrebbero completamente eliminati. In alcune materie l’interazione umana è essenziale: la ginnastica, la recitazione, le lezioni pubbliche, e così via. Inoltre manterrebbero il proprio valore, e interesse, quei gruppi di studenti operanti in un campo specifico, abituati a riunirsi per discutere e fare ipotesi fra loro e con esperti umani, accendendo gli uni negli altri nuove intuizioni.

Dopo questo interscambio di idee umane, gli studenti potrebbero tornare, con un certo sollievo, alle loro macchine interminabilmente informate, interminabilmente flessibili e, soprattutto, interminabilmente pazienti.

Ma chi istruirà le macchine istruttrici? Gli studenti, senza dubbio, sarebbero anche insegnanti. Uno studente che si applica a settori o attività che lo interessano, finisce inevitabilmente per pensare, fare congetture, osservare, sperimentare e, di tanto in tanto, escogitare qualcosa di proprio che potrebbe non essere noto.

Ritrasmetterebbe questa conoscenza alle macchine, che a loro volta la registrerebbero (con il riconoscimento dovuto al vero autore, c’è da presumere) alla biblioteca planetaria, rendendola così disponibile ad altre macchine istruttrici.

L’informazione verrebbe reimmessa nel serbatoio centrale per fungere da nuovo e più elevato punto di partenza per gli altri.

Così le macchine istruttrici renderebbero possibile per la specie umana la corsa in avanti verso vette e in direzioni che adesso è impossibile prevedere.

[1] Isaac Asimov, Future Fantastic, 1989 by Whittle Communications, in I. Asimov, Visioni di Robot, Tea Due Edizioni, Milano, 1995, pp. 333

[2]  Idem, pp. 334 – 335

*by Isaac Asimov, The New Teachers, 1976 by American Airlines, in I. Asimov,Visioni di Robot, Edizioni Tea Due, Milano, 1995, pp.318-320

**I titoli dei paragrafi sono miei. Le note segnalano l’inserimento di brani presi da Futuro Fantastico.

Come pensa il mondo

Come pensa il mondo

Dall’uni-versità alla multi-versità

Per menti rigorosamente illuministe come le nostre è difficile concepire altre forme di pensiero. Già Kant scriveva che la ragione è un’isola nel mare dell’irrazionale. Nell’epoca della globalizzazione dei mercati e delle conoscenze non si può ignorare come pensa il mondo.

Sapere come pensa il mondo, scoprire se è proprio vero il detto che tutto il mondo è paese, mi pare il minimo che si possa pretendere nell’era della globalizzazione economica del villaggio globale.

Se abitiamo cioè il villaggio della conoscenza al singolare o delle conoscenze al plurale. Non è questione di poco conto, specie quando si è quotidianamente immersi nella convinzione che esista un’unica prospettiva da cui guardare il mondo e che in virtù di quella prospettiva i nostri sistemi scolastici debbano educare le nuove generazioni.

In tanto, noi che siamo terra e culla di uni-versità, proviamo i primi scricchiolii alle nostre certezze di fronte a coloro che al di là di un braccio di Mediterraneo, oltre l’equatore, coltivano il sogno di un mondo diverso, come Paul Wangoola, fondatore e presidente di Mpambo, multi-versità africana, in Uganda. Lui spiega: «Una multiversità differisce da una università nella misura in cui essa riconosce che l’esistenza di forme di sapere alternative è importante per l’insieme della conoscenza umana». Wangoola sostiene che per risolvere i problemi dell’umanità oggi è necessario trovare una sintesi tra i saperi propri delle singole tradizioni indigene e le moderne conoscenze scientifiche.

D’altra parte i risultati delle ricerche nell’ambito della psicologia interculturale forniscono una certa quantità di prove sull’esistenza di approcci differenti con cui conoscere e guardare al mondo.

Se il cervello è fisiologicamente per tutti lo stesso, altrettanto non si può dire della mente, tanto da scoprire l’esistenza di una geografia del pensiero. Ce la racconta Richard Nisbett, docente di psicologia sociale e direttore del programma Culture and Cognition dell’università del Michigan, nel suo libro, in realtà da alcuni contestato, The Geography of Thought: How Asians and Westernes Think Differently…and Why.

 La geografia del pensiero

Per Nisbett il processo di adattamento all’ambiente ha prodotto formae mentis differenti e conseguentemente condotte e metodi di conoscenza che tra loro divergono. È il caso dell’Occidente verso i paesi del Confucianesimo, Cina, Giappone e Repubblica Democratica Coreana. Basti considerare l’olismo culturale proprio di quest’ultimi, per cui ogni essere è parte di un tutto, ampio e interdipendente, e, all’opposto, il nostro individualismo che ci induce a considerare noi stessi come unici e liberi di agire.

Il lavoro di Nisbett è interessante perché sfata la presunzione che esista una sola strada che conduce alla conoscenza. È un’insidia alla premessa fondamentale dell’Illuminismo occidentale, l’idea che la ragione umana sia identica ad est come a ovest, a nord come a sud del mondo. Per Howard Gardner, il guru delle intelligenze multiple, il lavoro di Nisbett è una provocazione per gli scienziati cognitivisti che ritengono ovunque unico il modo di pensare.

Ma già altri studi hanno indirettamente anticipato le conclusioni a cui giunge Nisbett nel suo libro.

È il caso delle ricerche condotte da Marlene Brant Castellano tra gli Indiani del Canada, molte sono le differenze nei processi che conducono alla conoscenza tra le popolazioni aborigene e i colonizzatori. Innanzitutto le fonti del sapere che sono la tradizione, l’esperienza diretta, le rivelazioni dei sogni, le visioni e le intuizioni la cui origine è spirituale.

Per la Castellano la conoscenza degli aborigeni si fonda sull’esperienza personale e non ha alcuna pretesa di universalità. Mentre il pensiero occidentale assume l’esistenza di verità individuate attraverso la ragione o il metodo scientifico, per gli Indiani del Canada due persone possono tranquillamente avere visioni diametralmente contrapposte di uno stesso evento che sono accettate entrambe come valide. Non c’è competizione per far prevalere l’una sull’altra. Se proprio necessario, un gruppo di discussione e di costruzione del consenso determinerà la validità di questa o quella interpretazione di uno stesso evento. Anche gli aborigeni canadesi hanno una concezione olistica del mondo, in contrasto con quella occidentale che lo scinde in parti distinte e separate.

Ancora esistono differenze nei modi di pensare e quindi di fare cultura, tra società a impronta collettivista e società decisamente individualiste. Lo spazio di un articolo non mi consente di entrare nel merito, per chi fosse interessato rimando alla lettura del libro di Harry C. Triandis, Individualism and Collectivism: Past, Present and Future. Certo è che modalità altre nel processare le conoscenze, implicano differenti valori a monte dell’azione umana.

Incontro o scontro?

Influenze religiose e culturali concorrono a determinare i diversi caratteri del pensiero e della conoscenza. Nel modello del capitale umano il sapere è prodotto dalla scienza e il fine fondamentale d’ogni esistenza risiede nell’accumulazione di ricchezza, la conoscenza è il mezzo per conseguire la crescita economica, mentre per la maggior parte dei credi religiosi essa si piega al servizio dei disegni di una o più divinità.

L’educazione nuova, l’educazione progressiva, alla cui tradizione si rifanno oggi i modelli scolastici dell’Occidente, promette di formare le persone a farsi carico della società e della giustizia sociale. La maggioranza delle culture indigene e delle religioni considererebbero questi obiettivi come ingenui e impossibili da realizzare. Come possono le persone ricostruire un mondo che è, secondo il punto di vista di molte dottrine religiose e di tante minoranze culturali ed etniche, inconoscibile e spirituale? Come si può definire la giustizia sociale al di fuori del contesto di una teologia religiosa? Giustizia sociale vuol dire fornire a tutti le stesse possibilità di accumulare beni o significa la possibilità di godere di una vita fortemente comunitaria, diretta da un’etica spirituale?

Di certo ogni paradigma educativo deve considerare le proprie finalità in funzione dei caratteri culturali di cui è espressione. I modelli educativi del capitale umano supportano i principi dell’individualismo sociale, mentre i modelli progressivi tendono a supportare le società di tipo collettivistico.

La ricognizione delle varie differenze nel pensare del mondo suggerisce un interrogativo sul significato della globalizzazione, in particolare per quanto attiene alla globalizzazione delle pratiche formative. Queste differenze sopravviveranno nel futuro o finiranno per convergere in un senso comune del conoscere e del pensare il mondo? O porteranno a un scontro costante sulle finalità e sui contenuti dell’educazione? Il rischio vero è che la globalizzazione unisca i mercati ma non gli uomini, che nessuno di noi riesca mai a riscattarsi dalla tirannide di essere un mezzo anziché un fine.

 

 

 

Non rubiamo il tempo a nuovi paradigmi*

albero_autunno1

C’è Waterloo e Waterloo

Quando si parla di Waterloo il pensiero corre immediatamente ai ricordi scolastici. Chi non sa che Waterloo è sinonimo di sconfitta, la sconfitta di un impero e di un imperatore. Ma noi non trattiamo della Waterloo belga, teatro del conflitto tra le truppe di Napoleone e quelle del duca di Wellington, piuttosto di una sua mimesis, una cittadina dell’Ontario in Canada, chiamata così nel 1816 in ricordo di quella belga più famosa.

La nostra è una cittadina di circa 120.000 abitanti, con una università che ha più di 20.000 studenti fuori sede. Qui ha sede il Waterloo Global Science Initiative che ha organizzato nell’autunno scorso, tra il 29 settembre e il 3 ottobre, l’Equinox Summit: Learning 2030. Perché 2030?

Perché i 134 milioni di bambini che nasceranno quest’anno allora frequenteranno l’high school, in un mondo prevedibilmente molto differente da quello di oggi. Non c’è tempo da perdere, è necessario che da subito scuola e insegnanti si attrezzino affinché le nuove leve di alunni apprendano l’arte di vivere in un mondo più che saturo di informazioni. Ma il fatto è che la cosa ben più ardua, come osserva Zygmunt Bauman nelle sue 44 lettere dal mondo liquido, è preparare gli esseri umani a vivere una tale vita, perché ciò, prima d’ora, non era mai capitato a nessun educatore.

È per attrezzarsi a questa sfida che l’Equinox Summit ha riunito i maggiori leader in materia di istruzione, i migliori professionisti dell’insegnamento, ricercatori e politici, insieme ai giovani studenti di quelle scuole che nel mondo hanno innovato i processi di apprendimento. Trentatré rappresentanti provenienti da tutti i continenti, espressioni di diverse realtà socioeconomiche: Sierra Leone, Singapore, Finlandia, United Kingdom, USA, Australia e ancora altri.

Se non si interviene subito, anche la nostra scuola rischia d’essere schiacciata da un lato dall’incalzare di saperi e apprendimenti propri del mondo liquido e dall’altro dal persistere del modello di un impero scolastico creato dagli stati-nazione a partire dal diciannovesimo secolo, ancora focalizzato intorno alla crescita economica, allo sviluppo militare, alla formazione del cittadino. Dove più del 90% dei fanciulli del mondo, circa il 20% della popolazione mondiale, è quotidianamente irreggimentato, per una estensione di tempo che varia a seconda dei sistemi scolastici nazionali, in classi aggregate per età dall’istruzione primaria a quella secondaria.

Per questo dobbiamo considerare con attenzione gli esiti dei lavori dell’Equinox Summit della Waterloo canadese, perché possono aiutare il nostro sistema scolastico a prevenire i possibili esiti di una rovinosa Waterloo belga.

 

Recuperare il valore della crescita dei singoli

È il sistema di istruzione fondato sul capitale umano che nel ventunesimo secolo non regge più, perché il divorzio tra quel sistema e i paradigmi del mondo globalizzato è ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Del resto oramai da diverso tempo l’assunzione della crescita economica come misura del progresso umano viene contestata, ci sono economisti, come il nobel Amartya Sen, e anche sociologi i quali ritengono che la felicità umana o, come alcuni ricercatori dicono, il benessere della persona, dovrebbe essere il fine delle politiche sociali. Gli stessi indicatori internazionali sembrano suggerire che la percezione individuale del diritto all’istruzione coinvolge in modo sempre più consapevole ed esteso il diritto soggettivo delle persone ad avere non solo un futuro di lavoro, ma un progetto di vita da realizzare e soprattutto un progetto di vita che sia di qualità, che investe la felicità individuale, la salute e la tutela dell’ambiente.

In particolare di fronte al divorzio tra conoscenze e stili cognitivi che le nostre scuole ancora trasmettono ai giovani e un mondo che muta con una rapidità che non si lascia afferrare, i convenuti all’Equinox Summit canadese hanno disegnato la road map dei cambiamenti percorribili, componendo una prospettiva sull’apprendimento veramente globale e intergenerazionale, convinti che ogni bambino, non importa dove viva nel mondo, possa sviluppare le competenze necessarie alla propria cittadinanza nel 2030. Per non naufragare nella liquidità moderna è necessario ridisegnare di continuo le mappe per orientarsi, fornire ai giovani gli strumenti per districarsi nei prossimi futuri tutti renitenti ad ogni previsione.

Si comprende come nel nostro paese sia divenuto angusto, addirittura soffocante, il discorso sull’istruzione, incapace di liberarsi dalla soggezione al sistema di valutazione imposto dalla Banca Mondiale alle scuole dell’educazione globalizzata. Occorre che sulla formazione recuperi innanzitutto autonomia politica e di pensiero e con esse la capacità di valutazioni e considerazioni largamente autonome, avendo più l’occhio rivolto al valore della crescita dei singoli, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, alle competenze necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita, più che agli interessi della crescita economica e sociale del mondo globalizzato. È davvero tempo di nuovi paradigmi per la politica scolastica, soprattutto per il nostro paese che più di altri ha necessità di recuperare sulle numerose stagioni perdute e sui ritardi fin qui accumulati.

È questo il messaggio che ci viene dal Waterloo Global Science Initiative, collocare al centro ogni singolo studente e renderlo protagonista del proprio processo di apprendimento, motivato dal proprio progetto di vita. Ma per fare questo è necessario che la scuola si liberi del vecchio strumentario, incompatibile con percorsi che portino ad acquisire un pensare creativo, indipendente, critico, rigoroso, l’agire in modo collaborativo, nella piena consapevolezza di sé e del contesto sociale. Perché, secondo i convenuti all’Equinox Summit, queste sono le competenze urgenti e irrinunciabili che di norma i sistemi scolastici del mondo dovranno saper fornire per poter attrezzare le nuove generazioni ad affrontare il loro futuro.

 

Cambiare l’architettura scolastica

Il tramonto di ogni ex cathedra, l’innovazione nella relazione tra studente e insegnante, tra studente e adulti esperti, sono la chiave di volta di questo cambiamento. Ma anche gli insegnanti più capaci e impegnati difficilmente potranno riuscire a preparare gli studenti per il ventunesimo secolo lavorando in un sistema scolastico il cui modello educativo è ancora quello pensato per il diciannovesimo. Basti pensare ai guasti che la natura antiquata di questo modello continua a causare, a partire dal nostro Paese che occupa l’ultimo posto in Europa per dispersione scolastica e anche coloro che portano a termine il percorso di studi lo fanno con crescente noia e demotivazione.

È l’architettura scolastica, come tradizionalmente la conosciamo, che deve cambiare. Le conclusioni del summit sono che per raggiungere nel 2030 gli obiettivi più sopra elencati è necessaria una struttura di apprendimento radicalmente diversa da quella tradizionalmente fondata sulle classi, i corsi, gli orari, i voti e gli esami. Si tratta di una strumentazione che deve cedere il passo alla centralità dello studente, al piacere di studiare, alle sue motivazioni, al percorso di apprendimento scelto, a una struttura di questo percorso flessibile, creativa, più corrispondente alle modalità di apprendimento dei giovani oggi.

Realizzare, dunque, la diversificazione dei percorsi di apprendimento rispetto alle motivazioni e agli obiettivi dei singoli. Non più classi. Alle classi si sostituiscono gruppi fluidi, mobili, di differente composizione, gruppi che si costituiscono per obiettivo, gruppi la cui scelta e formazione è dettata dalle esigenze dello studente in quel particolare momento. In questo modo scompare l’aggregazione di classe per età anagrafica, perché spesso questi gruppi possono combinare studenti di età differenti, di differenti livelli di apprendimento e di differenti interessi. I gruppi lavorano chiedendo consigli e sostegno a insegnanti diversi, ad altri consulenti come facilitatori ed esperti disciplinari.

Gli insegnanti, con altri professionisti dell’istruzione, operano come guide e curatori dei curricoli personali. Sono i partner dell’apprendimento che indirizzano gli studenti a scegliere gli argomenti per uno studio più approfondito a seconda degli obiettivi che si sono dati, a selezionare e valutare le informazioni, a contattare esperti esterni alla scuola, ad agevolare le discussioni.

La conoscenza approfondita e la passione per la propria area tematica sono centrali per il ruolo dell’insegnante, unitamente alla cura costante della propria formazione permanente.

Nel sistema progettato da Learning 2030 i docenti svolgono un secondo compito fondamentale per il successo e l’apprendimento di ogni singolo studente, quello di chi si prende cura, di un caring, di un mentore che è interessato alla riuscita dell’altro. Ogni studente si incontra regolarmente con un insegnante/mentore per discutere gli obiettivi e il percorso di apprendimento, per aiutarlo nel raggiungimento e per monitorarne i progressi.

Non più voti, non più esami. I risultati dell’apprendimento vengono misurati attraverso una valutazione qualitativa delle competenze che documentano l’intera esperienza dello studente, piuttosto che misurare singole e isolate performance.

Queste valutazioni sono condotte in modo collaborativo tra alunno, insegnanti, compagni, genitori e talvolta mentori esterni alla scuola. Si tratta di valutazioni personalizzate che fanno parte del regolare processo di apprendimento degli studenti, dove una particolare attenzione viene riservata alla capacità dello studente di portare a completamento anche progetti complessi. Come risultato gli studenti sanno in ogni momento quali sono i loro punti di forza, dove hanno spazio per migliorare, e come stanno affrontando i loro progressi.

Altro punto di forza scaturito dall’Equinox summit è l’importanza dell’autonomia delle scuole come chiave di volta dell’ambiente di apprendimento del 2030, dove le decisioni sono prese dai soggetti interessati, dai gruppi formati da studenti, insegnanti, amministratori e genitori.

 

L’autonomia per un’educazione progressiva

Qui c’è da riflettere per la politica italiana che in questi anni ha largamente ferito l’autonomia delle scuole, dilazionato la riforma degli organi collegali, inibendo ogni possibile processo di innovazione.

La Waterloo canadese è invece vincente putando al cambiamento a partire da scuole che investono sui loro studenti e sui loro insegnanti, incoraggiandoli a sperimentare con nuove idee, senza temere di fallire. Ciò include l’uso creativo di qualunque tecnologia disponibile. Le tecnologie per la didattica sono esplorate in un cultura che abbraccia la sperimentazione e consente di essere utilizzata come un’opportunità di continuo miglioramento. Ciò si traduce in un sistema di apprendimento dinamico, in evoluzione, in grado di adattarsi alle differenti condizioni sociali e ai continui cambiamenti tecnologici.

Questa è la scommessa su cui l’Equinox Summit invita i paesi del mondo a investire da subito per quanti saranno adolescenti nel 2030, a partire dalla esperienza di quelle scuole che già vanno praticando tutto ciò.

Qui per noi si gioca l’esito della nostra Waterloo, la Waterloo delle politiche scolastiche del nostro paese. Eppure né alla politica né alla scuola mancano le armi giuste per la battaglia. Stanno soprattutto in quella che è stata la più grande e importante riforma che la scuola italiana ha conosciuto con la legge Bassanini, con l’autonomia e il suo DPR applicativo. È riappropriandosi di questo strumento che è possibile focalizzare il cambiamento sui contenuti e sulla vita concreta della scuola, su ciò che si insegna e su come si insegna, sui rapporti, sugli scambi, sui comportamenti che si danno dentro la scuola.

Non possono che essere i professionisti dell’istruzione la forza d’urto di questo cambiamento e la politica deve porli nelle condizioni di poterlo operare, perché la loro professionalità è tale se si esprime nell’esercizio dell’autonomia didattica, organizzativa, di sperimentazione e ricerca. Non dà fiducia vivere in un Paese dove chi ha la responsabilità dell’istruzione dei nostri giovani non si pone o non è posto professionalmente alla testa dei cambiamenti, a capo di quel filone di educazione progressiva e democratica che nella ricerca e nella pratica dell’innovazione didattica quotidiana, fin dagli inizi del secolo scorso, ha sempre anticipato ciò che poi la politica non poteva che tradurre in strumenti di legge a favore della scuola e della sua crescita democratica. Chi vive il rumore quotidiano delle aule sa benissimo che i cambiamenti o nascano dall’interno della scuola o difficilmente incidono sulle pratiche didattiche, difficilmente scendono in profondità e si prestano a divenire condizione diffusa.

In questo anno, in cui ci ha lasciati Mario Lodi, forse l’ultimo esponente di quel filone di educazione progressiva, democratica e popolare, dovremmo riflettere che a non interrogarsi costantemente, a non guardare avanti, a non rischiare non si può che essere sopraffatti dai duri colpi che le sfide di oggi assestano ogni giorno all’essenza stessa dell’istruzione. Sfide, queste sì, capaci di decretare la Waterloo del nostro sistema di istruzione e dei suoi condottieri, la Waterloo delle generazioni che si affacciano ancora con speranza alla nostra scuola.

* Pubblicato nel n. 3-2014 di Rivista dell’istruzione

 

Istruiti per una cittadinanza planetaria*

cittadinanza-planetaria-700x325

Studiare per il mercato? E se imparassimo a studiare per noi stessi, per difendere non solo i nostri diritti ma anche e prima di tutto la nostra vita? In realtà noi studiamo come consumare la vita, non come difenderla, preservarla, migliorarla. Dico la vita e non l’esistenza, perché per esistere si può fare in tanti modi. Ma il vivere è uno solo. Se lo studio è partecipazione alla cultura della specie cosa serve se domani la specie non c’è più, è destinata a scomparire? In questa frenesia a rendere tutto globale per l’interesse di pochi che arricchiscono fuori d’ogni misura, cosa c’è di più globale della qualità delle nostre vite personali, individuali, singole vite identiche di chi sta fianco a fianco nell’abitare questo mondo, al momento ancora glocale?

Tra le varie carte che noi umani scriviamo ce n’è una, visto che abbiamo appena celebrato la giornata mondiale della Terra, che è più Magna delle altre: la Earth Charter, la Carta della Terra. Ha la sua bella e accattivante origine proprio all’inizio di questo nuovo millennio, nel Palazzo della Pace all’Aia. È una carta etica, una proclamazione di intenti etici, un impegno morale che tutti quelli che condividono l’umana avventura dovrebbero onorare.

Per Joel Spring, pedagogista statunitense, docente al Queens College di New York, alcuni principi proclamati dalla Carta della Terra dovrebbero costituire il cuore di un curricolo scolastico di dimensione mondiale, il cui scopo non sia il mercato, bensì quello di perseguire un futuro di benessere per l’umanità. Del resto anche Edgar Morin, il filosofo sociologo francese, ha già da diversi anni lanciato questo appello con il suo Terre-Patrie.

Un curricolo scolastico urgente da realizzare, se prestiamo fede al preambolo della Carta. Ci avverte che stiamo attraversando un momento critico della storia della Terra, un tempo in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro. Il mondo diventa sempre più interdipendente e fragile, riservando grandi pericoli, ma anche grandi promesse.

Partendo dai principi proclamati dalla Carta della Terra è possibile scrivere un curricolo comune a tutte le scuole del mondo, che istruisca le nuove generazioni ad esercitare una cittadinanza planetaria attiva e responsabile. Non si tratta di tracciare un percorso genericamente lastricato di buone intenzioni ecologiche, come è ancora nella pratica didattica delle nostre scuole, ma di scrivere un curricolo in grado di istruire generazioni di umanità nuova, di nuovi cittadini della Terra.

Istruire, perché i seguenti principi, proclamati dalle nazioni della Terra all’Aia nel 2000, non continuino a restare sulla carta, ma possano farci nutrire la speranza che un giorno si traducano in realtà:

  1.  Garantire l’accesso universale all’assistenza sanitaria in grado di promuovere la salute e la riproduzione responsabile.

  2. Adottare stili di vita che enfatizzino la qualità della vita e un uso delle risorse adeguato a un mondo finito.

  3. Promuovere la distribuzione equa della ricchezza tra le nazioni e al loro interno.

  4. Sostenere il diritto di tutti a ricevere informazioni chiare e tempestive sulle questioni ambientali e su tutti i piani e le attività di sviluppo che possono incidere sulla vita di ciascuno.

  5. Fornire a tutti, soprattutto ai bambini e ai giovani, le opportunità educative che li rendano capaci di contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile.

  6. Promuovere il contributo delle arti e delle scienze umane, nonché della scienza, all’ educazione alla sostenibilità.

  7. Smilitarizzare i sistemi nazionali di sicurezza e convertire le risorse militari per scopi pacifici, tra cui il recupero ecologico.

Probabilmente il primo principio in materia di “riproduzione responsabile” solleva qualche reazione religiosa a causa delle implicazioni legate al controllo delle nascite. Tuttavia, l’effetto della riproduzione umana, in particolare l’aumento a spirale della popolazione mondiale, ha un impatto sulle questioni ambientali che va dalla disponibilità di risorse naturali fino al trattamento dei rifiuti. I contenuti dei nostri saperi si modificano, si arricchiscono, i cittadini della Terra di domani, che sono gli studenti d’oggi, hanno necessità d’ essere istruiti circa gli effetti prodotti dalla dimensione della popolazione umana sull’ambiente. Conoscere ciò che, se necessario, deve essere fatto per controllare la crescita della popolazione.

Il secondo punto, gli stili di vita. La felicità umana, la longevità sono le nostre aspirazioni, non i consumi di mercato. Occorre uscire dalle ambiguità. Almeno la scuola ha questo dovere in assoluto. Acquisire solide competenze su questo terreno è indispensabile, c’è un imperativo morale, fare in modo che le nostre ragazze e i nostri ragazzi apprendano attraverso la scuola gli strumenti per rivendicare e considerare imprescindibili gli stili di vita che sono indispensabili a proteggere la biosfera. Il terzo principio nella lista è il più importante perché le disuguaglianze uccidono ogni aspirazione individuale al benessere e alla felicità. Sebbene la realtà ogni giorno ci smentisca, dobbiamo affidare alle nuove generazioni il grande ideale umano di sconfiggere le iniquità. La questione della cattiva distribuzione della ricchezza fa sì che pochi speculino sull’uso delle risorse a danno di tutti gli altri e soprattutto del destino delle future generazioni. Il quarto principio è il cardine della conoscenza, l’ossigeno della consapevolezza, poiché è essenziale per qualsiasi cittadino, studente o insegnante avere un tempestivo accesso alle informazioni in materia ambientale. Il quinto principio elencato sostiene l’insegnamento della responsabilità etica, che devono condividere i cittadini della Terra, di proteggere la vita umana e la felicità di ognuno. Il sesto principio riflette l’approccio olistico alla conoscenza, l’idea di un curricolo integrato, dove i saperi volti a tutelare l’uomo, la sua vita, il suo ambiente siano fortemente interrelati in ogni percorso formativo. E, naturalmente, il soggetto dell’ultimo principio, la guerra. L’attività umana più distruttiva, che minaccia con la sola sua ombra la durata e la felicità di ogni vita individuale. Ce n’è abbastanza per scrivere un curricolo che ponga al centro l’uomo e il suo abitare la Terra, un curricolo le cui ragioni sarebbero state impensabili da John Dewey a Paulo Freire.

* Pubblicato online: http://www.ferraraitalia.it/istruiti-per-una-cittadinanza-planetaria-10019.html

 

 

La lingua salvata*

Mother-tongue-UNESCO

Non sarà che ci scopriamo tutti migranti in questo mondo del globale, se non altro per via della lingua che parliamo? Disorientati tra il difendere le nostre radici e il desiderio di aprirci sempre di più alle sfide di internet e della globalizzazione, sopraffatti dall’onda crescente e colonizzante del panEnglish?

La mente torna alle pagine della biografia che Canetti fa di sé con La lingua salvata.

Lui che nasce a Rustschuk, in Bulgaria, sul basso Danubio, naturalizzato britannico, sceglie come lingua madre il tedesco, quella lingua che la mamma “con terrore pedagogico” gli impone. Studierà al liceo di Zurigo e a Zurigo morirà.

Noi che ancora ci muoviamo nell’angustia dei ragionamenti sui vari bilinguismi e su quanto sia opportuno anticipare l’apprendimento delle lingue straniere, non è che ci possiamo rifugiare nel «ma lui è Elias Canetti!» quando dalle sue parole apprendiamo che già alle elementari parla spagnolo, bulgaro, inglese, francese e subito dopo il tedesco.

È vero il nostro grande paese, un tempo crocevia di culture, oggi è attraversato da leghismi padani, da velleitarie repubbliche da cortile di casa, da migrazioni di lingue e culture che nella nostra pertinace ottusità fatichiamo ad accogliere e comprendere.

La Rustschuk di Canetti agli inizi del secolo scorso era un luogo dove vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue, un microcosmo dove circolavano bulgari, turchi, greci, albanesi, armeni, zingari, circassi, rumeni…

Ora anche da noi, se facciamo attenzione, in giro per la città udiamo che il vecchio familiare dialetto sta cedendo il passo ad un moltiplicatore di lingue che non riconosciamo.

Elias Canetti racconta di quando piccolo, scendendo le scale di casa, dall’appartamento di fronte usciva un uomo sorridente che gli intima di mostrargli la lingua; e non appena il piccolo Elias la tira fuori, quello estrae di tasca un coltellino e dice: «ora gliela tagliamo». Ma all’ultimo momento richiude il coltellino con un colpo secco e rimanda il taglio all’indomani.

Non è solo un episodio, lo scherzo di un adulto si trasforma nell’incubo d’un ragazzo che spiega la scelta del titolo “La lingua salvata”. Perché privarci della nostra lingua è come cancellare la nostra identità, la nostra capacità di pensiero, l’intimità del sentire e degli affetti.

Tove Skutnabb-Kangas, docente all’università danese di Roskilde e alla accademia universitaria di Vasa in Finlandia, è conosciuta nel mondo per le sue crociate a favore del riconoscimento dei diritti linguistici umani e per il diritto all’istruzione delle minoranze linguistiche e culturali.

Denuncia che le lingue stanno scomparendo dal pianeta più rapidamente delle specie viventi, in parte, sostiene, a causa della diffusione dell’inglese. Ma è anche il risultato delle nazioni che non proteggono le minoranze linguistiche e non usano queste lingue come medium dell’istruzione nelle loro scuole.

Contro l’estinguersi delle lingue e con esse lo scomparire di culture, di tradizioni e di identità, la Tove propone una Convenzione Universale dei Diritti Linguistici Umani. In essa afferma che ogni persona ha diritto a identificarsi con la propria madrelingua e vedere questa identificazione riconosciuta e rispettata dagli altri.

Ognuno ha il diritto ad apprendere la madrelingua, orale (quando è fisiologicamente possibile) e scritta. In particolare, e questo riguarda soprattutto i figli di prima e di seconda generazione degli immigrati, anche per il nostro paese, di essere istruito, prioritariamente, attraverso il medium della propria madrelingua, all’interno del sistema scolastico finanziato dallo Stato. Di utilizzare la madrelingua nella maggior parte delle situazioni ufficiali (comprese le scuole). Soprattutto ogni cambio rispetto alla propria madrelingua, poiché include conoscenze e conseguenze a lungo termine, deve essere volontario e non può essere imposto.

La Tove difende con forza il diritto di tutti i fanciulli a ricevere l’istruzione nella loro madrelingua, divenendo bilingui o trilingui con l’apprendimento della lingua dominante nel paese che li ospita.

Del resto i dati dell’OCSE sono chiari. Dimostrano che, in generale, la prima generazione dei figli di migranti non raggiunge lo stesso grado di istruzione dei loro coetanei indigeni. Sia per la prima che per la seconda generazione l’istruzione acquisita dipende dal livello culturale dei genitori.

Per tanto le politiche migratorie dei paesi ospitanti non sono indifferenti, ma incidono sui risultati scolastici dei figli degli immigrati. Dove la selezione di lavoratori stranieri avviene tenendo conto delle necessità del mercato del lavoro, delle qualifiche e dei livelli di istruzione, come in Australia e in Canada, il tasso di preparazione a cui giungono i figli di seconda generazione è circa lo stesso o superiore a quello dei coetanei nativi. All’opposto in Germania, in Belgio e in Italia, dove sono reclutati lavoratori stranieri con basse competenze, i livelli di istruzione raggiunti dalla seconda generazione sono significativamente al di sotto di quelli dei madrelingua.

Secondo i dati OCSE è proprio la lingua a creare lo svantaggio, la lingua è il fattore prevalente che riguarda il rendimento scolastico, il non poter studiare e pensare nella propria lingua madre. Inoltre, poiché la madrelingua è la lingua del quotidiano, i fanciulli delle famiglie migranti spesso parlano in casa una lingua che è differente da quella del paese ospite.

Noi siamo una nazione con una scuola in teoria attenta alla lingua materna, alla lingua di scolarizzazione e alle lingue europee, ma in pratica molto lontana dall’essere un sistema scolastico plurilingue. Per cui, mentre i ministri dell’istruzione progettano fin dalle elementari lezioni in lingua inglese, non sono in grado, non solo di procurare i mezzi, ma neppure di pensare a come garantire ai figli degli immigrati il diritto di imparare a scuola per mezzo della loro madrelingua, quella famigliare e di tutti i giorni, come è nel diritto di tutte le bambine e i bambini di questo mondo. Così gli svantaggi per questi fanciulli si moltiplicano e per loro, che hanno il medesimo diritto all’istruzione dei loro coetanei italiani, viene meno il dettato dell’art. 3 della nostra Costituzione, che dovrebbe valere ancor prima di ogni altra disquisizione intorno allo ius soli o allo ius sanguinis.

Eppure è dal 1960 che esiste la Convenzione dell’ONU contro le discriminazioni nell’istruzione. All’art. 5 fornisce una chiara protezione delle minoranze culturali e linguistiche, a partire dai fanciulli migranti. L’Unesco, nel 1999, ha istituito la giornata internazionale della madrelingua, il 21 febbraio.

Ma evidentemente anni di governi ignoranti e di leghismi intellettualmente asfittici hanno finito con ottundere le menti di questo nostro paese e rendere cronica la sua miopia.

*pubblicato su ferraraitalia http://www.ferraraitalia.it/la-lingua-salvata-8992.html

 

 

La città della conoscenza

 

COMPLEX%20WORLD

L’imperativo dell’apprendimento

La città della conoscenza è questo: è la città della creatività e dell’innovazione, la città dell’apprendimento continuo, dell’apprendimento per tutta la vita, dell’apprendimento nel modo più piacevole possibile.

È un sogno che molti coltivano da tempo, almeno i viaggiatori nei territori formali e informali del sapere. Ma questo nostro sogno ogni giorno si infrange contro l’ottusità delle menti che non sanno pensare, che del presente non sanno mai scorgere il futuro e pensano di procedere con la testa sempre rivolta all’indietro, perché il passato insegna, come se il futuro, solo per essere futuro, non ci sapesse insegnare.

È inevitabile che al dunque si finisca per sbattere contro il muro di una realtà che ci è sfuggita di mano e nella quale non siamo più in grado di riconoscerci e di orientarci, perché le attese dei nostri sogni erano ben altre, ben più lontane da quello che ora ci troviamo innanzi, sotto i nostri occhi.

E risalire la china, recuperare strada e distanze diventa sempre più arduo.

Che parliamo di educazione permanente, life long learning, si perde negli anni del secolo scorso. In vero combinando assai poco, se non una sorta di vecchia istruzione popolare, malamente rivista e corretta, nella totale insipienza che caratterizza l’educazione degli adulti nel nostro paese. Già usare il termine educazione a proposito di adulti dovrebbe far rabbrividire.

Del resto conserviamo con lodevole ostinazione il nostro buon vecchio sistema scolastico, funzionale ad una società fondata sulla divisione del lavoro, di un lavoro che non c’è più, perché da tempo quel mondo si è eclissato.

L’educazione permanente è in realtà episodica, quasi clandestina a volte, non riesce a diventare sistema di vita, andare a regime, dar luogo a una nuova organizzazione sociale, a un diverso modo di vivere, a un sistema formativo esteso.

Al di là delle proclamazioni, ancora viviamo come se ci fosse un’età per lo studio, un’età per il lavoro, un’età per mettere su famiglia. Sappiamo benissimo tutti che non è più così da lungo tempo. Ma i luoghi della nostra vita e del nostro studio continuano ancora ad essere organizzati come se tutto fosse come prima.

Le nostre città ci sono cambiate sotto gli occhi in questi anni e cambieranno ancora nei prossimi. Così come c’è un cambiamento a cui oggi assistiamo e, forse proprio perché noi per primi ne siamo coinvolti, forse perché l’abbiamo quotidianamente intorno e innanzi a noi, forse per questo non lo vediamo.

È l’aspetto mentale del cambiamento. Quello che non si vede. Il modo in cui le persone pensano, interagiscono, collaborano, risolvono problemi, prendono decisioni, gestiscono le informazioni, convivono tra loro.

Alla parola “educazione” che implica adattamento, assuefazione all’esistente, occorre contrapporre “apprendimento”, apprendimento e ancora apprendimento, carico di respiro perché carico di curiosità, perché il concetto di apprendimento comporta dinamicità, un futurismo permanente, l’idea di attrezzarsi compiutamente e in modo sempre rinnovato per affrontare le sfide che ci stanno di fronte.

Non è una questione di competenza delle nostre scuole, delle nostre università, dei nostri insegnanti, dei nostri amministratori. È l’idea che nessuno può più chiamarsi fuori, l’idea che tutti noi dobbiamo farci coinvolgere se vogliamo creare una società in cui sentirci sicuri e appagati.

L’apprendimento è alla radice di ogni futuro e, dunque, di tutto il nostro futuro. Del resto l’apprendimento è uno dei nostri istinti fondamentali; se non fosse così non saremmo in grado di parlare, di camminare, di nutrirci.

Che cosa deve cambiare nell’apprendimento perché apprendere diventi un diritto universale che non può essere barattato e nello stesso tempo un piacere?

E che cosa c’è di tanto importante nella creazione di una cultura dell’apprendimento nelle nostre città e nelle nostre regioni?

Ci sono già parecchie città e regioni, in molte parti del mondo, impegnate in questo viaggio.

Le riflessioni e le suggestioni che propongo non mi appartengono, sono tratte dalla rilettura del libro di Norman Longworth, Città che imparano, che Raffaello Cortina Editore ha pubblicato già da alcuni anni, nel 2007.

L’autore è stato per anni presidente dell’associazione ELLI, acronimo di European Lifelong Learning Initiative.

Il richiamo al viaggio non è a caso, perché il progetto europeo delle città che apprendono, che ha visto la Dublino di Joyce rivestire un ruolo di primo piano, si chiama LILLIPUT.

Il viaggio verso l’apprendimento è un’avventura che ci porta in nuovi mondi e ci spinge verso nuovi lidi. Quelle terre da scoprire sono il punto d’arrivo di percorsi personali che richiedono coraggio, ottimismo e senso dell’avventura. Come Colombo, dobbiamo iniziare il nostro viaggio con un atto di fede; e diversamente da lui dobbiamo preoccuparci di rispettare e onorare le nuove culture e le nuove esperienze che incontreremo lungo la via.

Si sono autodichiarate learning city e learning region città dove le persone più avvedute si rendono conto che ciò non accadrà senza l’appoggio di milioni di cittadini, dell’ambiente economico, degli studiosi, delle scuole, degli ospedali e delle comunità locali.

Tra le linee guida della politica ufficiale dell’Unione Europea sulla dimensione locale e regionale dell’apprendimento continuo si legge:

Le città e le cittadine di un mondo globalizzato non si posso permettere di non diventare città e cittadine che apprendono. Ci sono in gioco la prosperità, la stabilità e lo sviluppo personale di tutti i cittadini”.

Sta di fatto che learning city, learning town, learning region, learning community sono termini ormai divenuti d’uso comune in tutto il mondo sviluppato e in via di sviluppo, soprattutto perché le amministrazioni locali e regionali hanno capito che un futuro più prospero dipende dallo sviluppo del capitale umano e sociale di cui dispongono al loro interno.

E la chiave di questo sviluppo è riducibile a tre parole: apprendimento, apprendimento, apprendimento.

Significa instillare l’abitudine ad imparare nel maggior numero possibile di cittadini e aiutarli a costruire comunità che siano comunità di apprendimento.

Obiettivo questo che dal vertice di Lisbona (UE 2000) avrebbe dovuto appartenere ed essere perseguito da tutti gli Stati membri, ma il nostro Paese è parso impegnato in ben altro, tanto da aver smarrito la strada.

Che cosa significa apprendimento continuo nel contesto della città?

E come fa una città a rendersi conto di essere diventata una “learning city ”?

Come può una città sviluppare una cultura dell’apprendimento o della conoscenza all’interno dei propri confini?

James W. Botkin, autore di Imparare il futuro: apprendimento e istruzione, settimo rapporto al Club di Roma, nel lontano 1979 predicava una società della saggezza. Intendendo sagge quelle società che hanno tolleranza per i valori alternativi e apprezzano l’eterogeneità, le cui culture si sono affrancate dall’arroganza monopolistica di chi crede di avere le risposte e di dover dire agli altri come vivere. Società abitate da un gran numero di persone in grado di accettare più di un punto di vista.

Ma diventare una società della saggezza implica un processo di apprendimento che ci renda più tolleranti, più rispettosi del valore delle opinioni alternative e degli altri modi di vivere, più aperti alla differenza e meno desiderosi di preservare stili di vita che poggiano sul dominare su altre persone.

La risposta dunque sta nell’apertura di un gran numero di menti all’apprendimento.

L’ apprendimento continuo

 Del resto il rapporto tra cittadinanza e apprendimento non è nuovo alla storia e alla cultura dell’Occidente. Già Platone 2500 anni fa aveva definito “la responsabilità che grava su ogni cittadino di educare se stesso e sviluppare appieno il proprio potenziale ”.

Ad Atene e in molte altre città greche, per centinaia di anni, l’apprendimento e il contributo allo sviluppo della società furono attività quotidiane e naturali per tantissimi cittadini.

Una simile rivoluzione culturale ebbe luogo nel mondo islamico mediorientale dell’VIII e del IX secolo, in cui Damasco, Gerusalemme e Alessandria divennero capitali del sapere e dell’apprendimento.

Oggi per noi parlare di città della conoscenza, di learning city significa operare per realizzare il nostro desiderio di vivere in una società, a partire dalla nostra città, più uguale, più democratica, più stimolante.

E mi sembra che l’avvio non possa che muovere dalla nostra intelligenza e capacità di rimettere in discussione, di porre sul tavolo anatomico innanzitutto i modelli educativi fin qui da noi praticati, fondare sistemi formativi sul diritto universale ad apprendere, sul piacere, sul promuovere e certificare il successo anziché sanzionare l’insuccesso, sull’abbattere le barriere dell’apprendimento, sulla soddisfazione dei bisogni e delle istanze di chi apprende, sul celebrare l’apprendimento con festival dedicati all’apprendimento.

Questo vuol dire confrontarsi con l’idea di città della conoscenza.

Dobbiamo sapere che ciò che oggi accade alle nostre bambine, alle nostre ragazze, ai nostri bambini, ai nostri ragazzi nelle nostre scuole è destinato a determinare, a segnare, a condizionare valori e modi dell’apprendimento, i loro atteggiamenti di persone quando giungeranno alla loro età adulta.

Perché è l’approccio positivo e continuativo all’apprendimento che sta alla base di una possibile città della conoscenza, di una città del benessere individuale, della stabilità e della prosperità.

È quindi a partire dalle scuole che si determinano le condizioni per la creazione di una città della conoscenza.

La conoscenza, il sapere, l’istruzione, la curiosità, la meraviglia sono la nostra libertà. Si nasce che è tutto un darsi da fare per assimilare il mondo che ci sta intorno e che ci deve ospitare. E quello è un imparare, un apprendere incessante, spontaneo, naturale. I tempi che non sapevamo di questo ormai ci sono distanti, lontani per durata e per cultura.

La stupenda avventura della crescita come cammino nel mondo è storicamente imbrigliata, mortificata dalle culture e dai costumi sociali, attraverso un’educazione che è ancora un universo di riti di passaggio, obbligatori per essere accolti nell’alveo degli adulti.

L’amore per i nostri piccoli non è ancora così forte da difenderli dai nostri condizionamenti, dalle nostre aspettative, dalle nostre visioni del mondo.

Il Rinascimento è la rinascita della conoscenza, nella conoscenza e attraverso la conoscenza. L’umana avventura è solo nostra, individuale, intersecata alla avventura umana degli altri a noi contemporanei o già vissuti, condotta portando la responsabilità nei confronti degli altri che vengono e che verranno. Il rispetto della libertà dell’individuo, dell’autodeterminazione dovrebbe portare a diffidare della parola educazione che si sostituisca all’istruzione, alla conoscenza, all’esperienza, ai processi di adattamento che ne discendono. Abbiamo un eccesso di cultura di integrazione sociale che distrae dai sentieri dell’apprendimento, dai percorsi che conducono ai saperi, alle conoscenze.

L’infelicità è nella classe, è nel banco, nell’anonima solitudine delle nostre scuole, degli apprendimenti gelidi, dei tradimenti del pensiero, della mente, dell’intelligenza. La noia che precipita le sue nubi sul tempo dei nostri giovani, che ne oscura il sole, che ne anticipa i tramonti.

Il cambiamento è la condizione necessaria ormai inevitabile.

La Commissione dell’Unione Europea da tempo ha coraggiosamente affermato che l’apprendimento continuo non è più solo un aspetto dell’educazione e della formazione: deve diventare il fondamento, il principio guida dell’intero sistema formativo, dell’intero sistema di erogazione e di partecipazione sullo spettro totale dei contesti di apprendimento.

L’enfasi va posta sui diritti dell’individuo come discente e sullo sviluppo del potenziale individuale. In questa prospettiva è evidente che tutta la società deve farsi apprendimento, perché gli individui e la scuola con le solo loro forze non sarebbero in grado di risolvere tutti i problemi dell’apprendimento.

Nonostante i fiumi di inchiostro che sono stati versati per propugnare la causa dell’apprendimento continuo, siamo ancora lontani dall’aver compreso e assimilato la sostanza e il significato dell’apprendimento così come si estrinseca attualmente.

Il messaggio che “continuativo” significa “per tutta la vita”, l’intera vita dall’alfa all’omega, e che l’apprendimento è un processo attivo focalizzato sulla persona e aperto a tutti, non è ancora arrivato alla coscienza delle persone, dei politici, degli amministratori, alla maggior parte degli insegnanti.

In questa dimensione l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone, anziché processo collettivo che avviene in una istituzione scolastica.

Ciò in tanto comporterebbe adottare procedure e processi più bottom-up, più basati sui reali bisogni e sulle effettive istanze dei discenti, con un ribaltamento del rapporto di potere e della titolarità dell’apprendimento dal docente verso il discente.

Secondo il programma della Commissione dell’Unione Europea una learning city va al di là del proprio compito istituzionale di fornire istruzione e formazione […], crea un ambiente partecipativo, culturalmente consapevole ed economicamente vivace attraverso la fornitura e la promozione attiva di opportunità di apprendimento in grado di sviluppare il potenziale di tutti i suoi abitanti.

Riconosce e comprende il ruolo fondamentale dell’apprendimento per la prosperità, la stabilità sociale e la realizzazione personale, mobilita creativamente e sensibilmente tutte le risorse umane, fisiche e finanziarie per sviluppare appieno il potenziale umano di tutti i suoi abitanti.

La città della conoscenza enfatizza l’importanza della partnership tra istituzioni e organizzazioni.

Le partnership locali per l’apprendimento continuo sono composte da rappresentanti di scuole, università, imprese, enti locali e regionali, centri di formazione per gli adulti e associazioni di volontariato.

La città della conoscenza incoraggia lo spirito di cittadinanza e il volontariato, i progetti che permettono di attivare l’impegno, il talento, l’esperienza, le conoscenze presenti nelle comunità.

La città della conoscenza estende il numero dei luoghi in cui avviene l’apprendimento, in modo che i cittadini possano riceverlo dovunque, quando e come vogliono: nei centri di formazione istituiti all’interno di centri commerciali, nei learning shops, negli stadi, in tutte le strade, nelle sale parrocchiali, nei centri sociali, e forse addirittura nei ristoranti, negli ambulatori, e in altri luoghi di riunione.

L’apprendimento è considerato creativo, appagante e piacevole.

L’apprendimento è un’attività rivolta all’esterno, in grado di aprire la mente e promuove tolleranza, rispetto e comprensione per le altre culture, le altre religioni, le altre razze e le altre tradizioni.

Tutti accettano una certa responsabilità per l’apprendimento degli altri.

Uomini, donne, disabili e minoranze hanno pari accesso alle opportunità di apprendimento

L’apprendimento viene frequentemente celebrato a livello individuale, nelle famiglie, nella comunità e nella società in generale.

Ogni aspetto della comunità fa parte integrante del programma di apprendimento.

Le biblioteche, i musei, i parchi, le palestre, i negozi, le banche, le aziende, gli uffici municipali, le fattorie, le fabbriche, le strade e l’ambiente forniscono opportunità di apprendimento, strutture e servizi per autodidatti.

Nello stesso tempo, l’apprendimento diventa un servizio alla comunità perché i futuri cittadini vengono coinvolti nella comunità locale. L’educazione concerne l’apprendimento, e non la ricezione passiva dell’insegnamento.

Un apprendimento che procede dal basso e non promana dall’alto, quasi per concessione o calcolo politico. Un apprendimento il cui focus è contenuto nel concetto di realizzazione del potenziale umano di tutti, dello sviluppo del capitale umano come risorsa per la crescita del capitale sociale.

 

Quando le ombre distraggono dalla realtà

Plato's cave

 

Le sei idee di Tuttoscuola

    Ai primi di settembre dell’anno scorso, con la ripresa delle attività scolastiche, la rivista Tuttoscuola proponeva sei idee per rilanciare la nostra scuola e contribuire alla crescita del Paese.

Le idee messe in campo dai redattori, con l’invito di contribuire ad aprire un dibattito intorno ad esse, sono l’ottimizzazione delle strutture scolastiche, l’abbattimento degli abbandoni scolastici, la carriera docente, l’autonomia, la lotta agli sprechi, la digitalizzazione.

Tutti temi pratici, per così dire strumentali, nessun tema teorico, nessun tema generale.

Sano pragmatismo o l’urgenza di ricorrere ai ripari prima che la casa crolli definitivamente?

Perché, ad esempio, gli abitatori quotidiani della casa, gli studenti, non sono neppure citati tra le priorità individuate, neppure presi in considerazione. Quelli sono gli utenti, sono i fruitori, gli utilizzatori finali del sistema. Di loro non si ragiona. Ma pare che di loro non si ragioni ormai da troppo tempo.

Sei idee tutte interne al sistema scolastico come oggi si configura. Tuttoscuola non avanza alcun dubbio in merito alla sua adeguatezza, sebbene viviamo in tempi di nuovi paradigmi per i sistemi scolasti nel mondo globalizzato, in un Paese che, in termini di riflessione e di ricerca sull’istruzione, esprime tutto il suo provincialismo, ansioso per gli esiti delle indagini OCSE, ma indifferente o assente rispetto a quanto oggi si va muovendo sul terreno della ricerca educativa in giro per il mondo dalla Cina al Giappone, dagli Stati Uniti all’Unione Europea.[1]

Eppure il nostro sistema scolastico, dopo essere stato privato di risorse finanziarie e culturali importanti, oggi appare fermo al palo, tutto ripiegato su se stesso, neppure in grado di leccarsi le ferite di decenni di politiche che hanno prodotto il massimo di mortificazione dell’istruzione nel nostro Paese, con un ministro che ora pensa di raccattare idee di cambiamento dai referendum online. Come se, per riconsiderare i luoghi dello studio, non occorresse molto studio   e, per di più, predisposto per tempo.

Sicuramente si tratta di idee che denunciano anni di abbandono della scuola da parte dei policymakers di casa nostra, che invocano l’ovvia urgenza di provvedere a quanto di più elementare è necessario affinché l’organizzazione minimale di un sistema formativo possa funzionare, ma che hanno l’inaccettabile limite di non dire assolutamente nulla sul futuro, su quello che i nostri giovani e le famiglie dovrebbero pretendere di ricevere e di ottenere dal sistema scolastico nazionale, sui bisogni formativi e di sapere che oggi sono necessari all’avvenire delle giovani generazioni.

Cosa significa nel terzo millennio formare cittadini e lavoratori destinati a portare se stessi per il mondo della competizione economica globale?

Il focus sull’educazione

A livello mondiale è ancora la crescita economica il focus delle politiche globali sull’educazione. La crescita economica continua ad essere contrabbandata come la misura per eccellenza del progresso sociale. La stragrande maggioranza delle nazioni mondiali ancora individua nella scuola e nei suoi curricoli il mezzo per fornire ai giovani ciò che si ritiene sia necessario per poter competere nel mercato globalizzato del lavoro e nel mondo dell’economia globale.

Nello stesso tempo però queste politiche sono oggi sempre più oggetto di critica per i loro effetti negativi sulla qualità della vita delle persone. Il Nobel dell’economia Amartya Sen, ad esempio, poco più di un decennio fa già esprimeva le sue preoccupazioni circa lo sviluppo di politiche incentrate solamente sulla crescita economica. Nel suo Development as Freedom egli individua nel tasso di longevità di una popolazione l’indicatore della qualità della vita umana.[2] Sen sottolinea che, poiché le variazioni della speranza di vita dipendono da una gamma di opportunità sociali che sono fondamentali per lo sviluppo (comprese le politiche epidemiologiche, l’assistenza sanitaria, le   strutture scolastiche e così via), una visione esclusivamente centrata sul reddito ha bisogno oggi di essere rivisitata, o quanto meno integrata, se si vuole giungere a una piena comprensione dei processi di sviluppo.[3]

Inoltre gli studi internazionali di economisti e di psicologi sociali hanno da tempo individuato i fattori sociali che influenzano la percezione soggettiva del benessere e la longevità.  Non può che essere considerato significativo che tra questi, nel mondo globalizzato, non ci sia l’istruzione nella sua forma attuale, se non solo quando consente di accedere a un lavoro ben retribuito.

Ma il valore dell’istruzione e dei sistemi formativi può essere oggi ridotto unicamente alla   preparazione degli studenti per il mercato del lavoro?

Gli stessi indicatori internazionali sembrano suggerire che la percezione individuale del diritto all’istruzione coinvolge in modo sempre più consapevole ed esteso il diritto soggettivo delle persone ad avere non solo un futuro di lavoro ma un progetto di vita da realizzare, e soprattutto un progetto di vita che sia di qualità, che investe la felicità individuale, la salute e la tutela dell’ambiente.

A tale proposito, la scoperta del contributo che l’istruzione può dare alla felicità delle persone e alla loro longevità dovrebbe essere considerata come una chiamata alle armi per cambiare profondamente le politiche dell’istruzione, sostiene Joel Spring, professore alla City University di New York e maggiore esperto dei sistemi educativi nel mondo.[4]

E’ tempo di nuovi paradigmi

I modelli educativi prevalenti nel tempo della globalizzazione hanno assunto come paradigma la positività della crescita economica e che il benessere consiste nell’accrescere la propria capacità di consumo di sempre nuovi prodotti. In questo sistema di industria e consumo l’uguaglianza di opportunità educative significa fornire a ciascuno un’eguale possibilità di essere formato per divenire partecipe dell’economia globale attraverso il lavoro e il consumo. L’uguaglianza delle opportunità consiste nel disporre di uguali chance di guadagno e di reddito per l’acquisto di un flusso infinito di prodotti fabbricati dall’ impresa globale.

Le scuole del mondo globalizzato finiscono così con l’assomigliare a fabbriche per la lavorazione della materia prima umana, testata e certificata per diventare forza di lavoro e di consumo globale.[5]

Ce n’è abbastanza per riflettere che 150 anni di organizzazione scolastica italiana, pressoché sempre identica, necessitano di ripensamenti radicali, ben più impegnativi delle sei idee di Tuttoscuola o dei referendum online annunciati dal ministro Carrozza.

La fruizione del diritto all’istruzione per l’integrazione sociale non appare più una finalità  sufficiente, istruzione e cultura sono ormai gli elementi indispensabili ad ogni singolo individuo, bambina e bambino, ragazza e ragazzo per poter concretamente esercitare il proprio diritto alla salute, alla felicità che non sono il diritto a consumare ma a costruire e realizzare un progetto di vita di qualità.

L’istruzione, la formazione, l’educazione non sono solo mezzo, strumento, occasione, sono invece parte determinante della qualità del progetto di vita di ciascun giovane. In questa dimensione ci rendiamo conto che lo strumentario delle classi, dei voti, della didattica ex cathedra, degli edifici scolastici riciclati da conventi e caserme, eccetera dovrebbe appartenere da tempo ad un’epoca ormai distante e che l’istruzione amica, esperienza ottimale per ciascuno, appagante richiede di essere vissuta e partecipata con mezzi, spazi, relazioni, strumenti che sono tutti da ripensare con creatività e lena.

Lo stesso sistema di valutazione delle competenze imposto dalla Banca Mondiale alle scuole dell’educazione globalizzata, l’OCSE PISA, ci deve vedere capaci di valutazioni e considerazioni largamente autonome, avendo l’occhio rivolto alla crescita delle persone, alle competenze necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita, più che agli interessi della crescita economica sociale. Il nostro sistema scolastico non può più continuare ad assomigliare al convoglio di un treno dove le classi sono i vagoni su cui si sale a seconda dell’età e dove il viaggio termina alla stazione a cui si scende o si è costretti a scendere.

E se la felicità entrasse a scuola?

E’ davvero tempo di nuovi paradigmi per la politica scolastica, non anche per il nostro Paese, ma soprattutto per il nostro Paese, che più di altri ha necessità di recuperare sulle numerose stagioni perdute e sui ritardi fin qui accumulati.

Le sei idee proposte da Tuttoscuola sembrano prodotte dagli schiavi della caverna di Platone che incatenati sono impediti di volgersi a guardare alle loro spalle, per cui scambiano le ombre proiettate sul muro innanzi a loro per la realtà. Non è che i temi proposti al dibattito dalla rivista non costituiscano delle urgenze, ma sono solo le ombre che proietta lo sfascio di una realtà che è ben più consistente e che non consente più di continuare a soffermarsi a contemplarne solo gli effetti senza prendere seriamente e urgentemente in considerazione l’insieme del corpo che genera quelle ombre. Perché quel corpo palpita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, del loro tempo, dei loro sogni, del loro e del nostro futuro.

Troppi anni, inutilmente, si sono perduti a inseguire delle ombre sulle analisi della nostra scuola, perdendo di vista che come non mai scuola e istruzione sono la vita dei nostri giovani e di questo un Paese, degno di tale nome, deve sentire di portare tutto il peso della responsabilità.

Una vita che non può continuare ad essere la vita di ieri, la vita di nostalgici passati, trascinata in una scuola dell’altro ieri, che non conosce i linguaggi dello studio come esperienze che coinvolgono e che esaltano, che chiamano a sfidare le proprie potenzialità e capacità, che ha significato perché ossigeno imprescindibile  dell’esistenza di ognuno, condotta in quell’arricchimento che solo danno i saperi quando sono coniugati non al passato, ma nella prospettiva del presente e del futuro, non come angusti luoghi di ripetizione, di  misura o di avvilimento delle intelligenze e delle persone.

Si può e si deve pensare a un sistema scolastico che sia luogo, non della retorica di star bene a scuola, ma di benessere che è ben altra cosa, ad un sistema scolastico che nella organizzazione della sua struttura, nei suoi curricoli, nei suoi metodi di istruzione e di studio contribuisca ad accrescere il benessere e la felicità delle persone, assumendo le persone, prese singolarmente, ognuna per se stessa come il prezioso capitale umano, come valore su cui il nostro Paese, attraverso l’istruzione e il suo sistema, investe per il proprio futuro e soprattutto per prospettare alle giovani generazioni un avvenire più felice, per il quale vale la pena davvero impegnarsi, investire gli anni preziosi della propria crescita.

 


[1] Si vedano:

Joel Spring, A new paradigm for global school systems, Lawrence Erlbaum Associates, Inc., Publishers, Mahwah, New Jersey, 2007

Joel Spring, Globalization of education, Routledge, New York, 2009

 [2] Amartya Sen, Development as Freedom, Anchor Books, New York, 2000

[3] Ibid., pp. 46 – 47

[4] Joel Spring, A new paradigm for global school systems, Lawrence Erlbaum Associates, Inc., Publishers, Mahwah, New Jersey, 2007, p. xi

 [5] Ibid., p.xi

Per una architettura nuova del paesaggio scolastico

future-of-learning_id2728501_size390

Scuola e bilancio sociale

   Sono portato a pensare lo Stato moderno come l’espressione concreta e organizzata di una comunità attraverso il tessuto connettivo della sua Costituzione. Da questo punto di vista lo Stato serve i suoi cittadini in quanto promuove e garantisce i diritti e i doveri di cittadinanza di ogni singolo, nel rispetto dell’interesse collettivo. Stato di servizio, dunque, Stato utile alla somma dei cittadini come a ciascuno di loro. Due sostanzialmente sono gli strumenti che consentono allo Stato di essere o non essere tutto ciò: la politica, la burocrazia, secondo la definizione weberiana.

Proprio rispetto a questi strumenti oggi, invece, si esprime tutto il disagio dei cittadini, che sempre meno si riconoscono in questo Stato e sempre più cercano vie d’uscita che si profilano come spinte contro lo Stato stesso.

Del resto quel processo di avvicinamento tra Stato e Cittadini che la politica aveva avviato nel nostro Paese, da un lato con la legge costituzionale n. 3 del 2001 e dall’altro con la riforma della pubblica amministrazione prospettata dalla legge del 15 marzo 1997, n. 59, la legge Bassanini, ha subito un brusco arresto con un ritorno al centralismo e con una drastica riduzione delle risorse da destinare ai servizi alle persone, che costituiscono i migliori ambasciatori di uno Stato amico dei suoi cittadini.

Quando questo accade è la democrazia in pericolo e a pagarne i prezzi sono innanzitutto le fasce economicamente e socialmente più deboli. Non a caso tra i primi a subirne le conseguenze ci sono i giovani e il sistema dell’istruzione.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione lo Stato ha ripartito le funzioni di governo dell’ Istruzione nel nostro Paese con il sistema dell’Autonomie locali, che in virtù dell’articolo 117 della Costituzione comprende anche ogni singola Autonomia scolastica, per le competenze ad esse assegnate dal DPR n. 275 dell’8 marzo 1999. In via esclusiva lo Stato ha tenuto per sé la determinazione delle norme generali sull’istruzione.

A partire, almeno dal decreto legislativo n. 59 del 19 febbraio 2004, i governi che si sono succeduti hanno usato lo strumento delle “Indicazioni nazionali” per prescrivere i livelli essenziali di prestazione a cui tutte le Scuole dell’Infanzia e del Sistema Nazionale di Istruzione sono tenute per garantire il diritto personale, sociale, e civile all’istruzione e alla formazione di qualità.[1]

Le Indicazioni, scritte in continuità curricolare tra Scuola dell’Infanzia, Primo ciclo e Secondo ciclo di istruzione, hanno il fine di fornire a tutti gli utenti del sistema scolastico pubblico, o ad esso parificato, le competenze e gli strumenti culturali utili a esercitare la propria cittadinanza nella società della conoscenza, ad inserirsi nel mondo del lavoro, a proseguire gli studi nelle Università o nelle Istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica, a intraprendere i percorsi di  Istruzione e Formazione Tecnica Superiore, a poter continuare ad apprendere lungo l’intero arco della propria vita.

A questa consistente mission dell’Istruzione nel nostro Paese non corrisponde però alcuno strumento di bilancio sociale, di rendicontazione da parte della politica e della burocrazia, in quanto mani operative dello Stato, circa la quantità e la qualità delle azioni messe in campo per garantire ad ogni singolo cittadino, utente del sistema scolastico pubblico, il conseguimento dei fini  dichiarati nelle Indicazioni, considerati quali livelli essenziali del diritto individuale all’istruzione e alla formazione di qualità. Al contrario, ciò a cui si assiste è l’esercizio sistematico di uno sbilancio sociale, dove gli unici che sono chiamati a rispondere del proprio rendimento e dei propri esiti, attraverso il sistema dei voti, degli esami e delle prove Invalsi, sono ancora solo i nostri studenti, come se le loro performance fossero una variabile indipendente dalla qualità e quantità di ciò che è loro fornito dallo Stato e dalle Autonomie scolastiche. Potrebbe essere che i risultati ancora deludenti, conseguiti dai nostri alunni nelle indagini nazionali e internazionali relativamente ai livelli di competenza acquisiti, rappresentino il massimo della loro resa, o addirittura un’eccezionalità di resa, se considerati alla luce delle condizioni loro  quotidianamente offerte dal sistema delle  nostre scuole.

 Oltre Dewey

   È tempo allora che lo Stato e il suo Sistema Scolastico, intendo la politica e gli apparati amministrativi, si facciano pienamente carico e rispondano  delle responsabilità che portano nei confronti delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi che ogni giorno frequentano le  aule scolastiche, impegnando il loro tempo di vita per una crescita la cui riuscita non è solo un loro diritto naturale, ma è precipuo interesse, presente e futuro, dell’intero Paese.

Uno Stato democratico tradisce la sua vocazione quando è incapace di vedere nelle sue giovani generazioni una risorsa da allevare, curare, investire e soprattutto da non lasciarsi portar via, un investimento per il suo futuro, non una massa di individui da imbonire o da amministrare in modo che creino il minor ingombro e disturbo possibile.

Uno Stato democratico, moderno, è chiamato a non sprecare, a non bruciare nulla del tempo di vita sottratto alle infanzie, alle adolescenze, alle giovinezze perché speso nell’impegno delle aule, dei banchi di scuola, deve sentire imprescindibile l’obbligo di rispondere pienamente di come il tempo a scuola viene impiegato, della qualità dell’istruzione che giorno dopo giorno viene impartita, non alla massa delle alunne e degli alunni, ma singolarmente a ognuno di loro.

Assumere come prospettiva l’obbligo  dello Stato e della Scuola di rendere conto di come consentono, dalla scuola dell’ infanzia fino ai più alti gradi di istruzione, ai  loro giovani utenti di capitalizzare in saperi e in competenze per il proprio futuro il tempo quotidiano trascorso sui banchi di scuola senza dequalificarlo o derubarlo di ogni possibile opportunità, ribalta drasticamente il modo in cui generazioni e generazioni, a partire dalla mia, hanno inteso il ruolo dell’istruzione pubblica. Innanzitutto muovendo dalla lezione deweyana per cui ogni educazione ha come scopo la partecipazione dell’individuo alla coscienza sociale della specie che, per lo meno in tempo di globalizzazione e di comunità sempre più multietniche, richiederebbe di essere opportunamente rivisitata.

Se il secolo passato è stato il secolo dei principi dell’educazione deweyana, ora, voltandoci indietro, ne misuriamo il senso della distanza, di altro da noi, come di un anacronismo che da quella storia ci separa e, nello stesso tempo, cogliamo la presenza di un vuoto che ancora non abbiamo saputo colmare, spesso raccontandoci che i discorsi sull’educazione e sulla pedagogia hanno perso di rilevanza perché rimasti ormai sepolti come ricordi tra quelle pagine su cui ci siamo formati.

C’è la centralità della storia di ogni individuo oggi. Di ogni singolo individuo. Con cui dobbiamo fare i conti e alla cui sfida non possiamo sottrarci. La centralità delle biografie di individui che vengono al mondo in questo mondo, la centralità degli individui che trascinano e confondono le loro storie negli inusitati flussi dell’immigrazione.

I fondatori della scuola pubblica nel nostro Paese, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, avevano come obiettivo di unificare la popolazione italiana, sconfiggendo l’analfabetismo e instillando negli alunni comuni valori morali e civili, ritenendo che, se tutti i fanciulli erano esposti a una comune istruzione morale e sociale, la nazione sarebbe stata libera dal crimine, da comportamenti contro la morale, dal pericolo di rivoluzioni sociali. Non si può negare che questi obiettivi formativi persistono ancora nelle politiche scolastiche del ventunesimo secolo come collante dell’identità culturale trasmessa dalle nostre scuole. Perpetuando una concezione dei compiti della scuola pubblica più al servizio della concezione deweyana, vale a dire di integrazione sociale degli individui, che non al servizio dei loro bisogni e del loro progetto di vita.

Da questo punto di vista la prassi didattica prevalente nel quotidiano delle nostre classi è ancora quella, per dirla con Paulo Freire, dell’educazione depositaria, di un tempo scuola che prevalentemente si estrinseca nella trasmissione da un contenitore all’altro dei saperi, nella verifica, in itinere, formativa o sommativa, o cosa altro ancora, del livello di riempimento raggiunto nei contenitori ordinati in file dietro i banchi.

Forse esagero, forse più della fotografia della realtà si tratta del suo negativo, ma è dal negativo che si imprimono le istantanee, e si ricorre al ritocco quando vorremmo che la realtà che ci fotografano fosse ben diversa.  

La storia del nostro passato, ci ha insegnato a caro prezzo, che l’educazione non è sempre a beneficio  dell’ individuo e della società. L’educazione è un oggetto delicato che va maneggiato con cura, per questo non è consentito mantenere a lungo una situazione in cui solo i giovani sono chiamati a rispondere dei suoi esiti, con la riuscita scolastica o meno, mentre gli adulti non rispondono delle loro responsabilità. La sproporzione è evidente e non è più tollerabile. Per adulti intendo innanzitutto la Politica e gli attori del farsi scuola quotidiano.

Con ogni probabilità è giunto il tempo di ribaltare i ragionamenti che andavano ancora bene nel secolo passato ma che oggi non reggono più alla prova dei fatti.

Ancor prima di porre l’enfasi sulla riuscita scolastica o meno di ogni singolo alunno, di organizzare il sistema dell’istruzione in funzione di questa,  “Non uno di meno”, “I care” , è necessario che l’enfasi venga prioritariamente posta circa la riuscita dello Stato e del suo Sistema scolastico nel perseguire il successo formativo di ogni singolo alunno, assunto come risorsa su cui investire per l’avvenire economico, culturale e sociale del Paese, facendosi pienamente carico del valore del tempo di vita di ogni bambina e bambino, di ogni ragazza e ragazzo, al contempo rispondendo della qualità delle conoscenze trasmesse e della qualità del futuro su cui ognuno può contare, avendo accanto uno Stato amico, portatore dell’interesse per l’istruzione di ciascuno come interesse generale e collettivo.

Ai teorici del ritorno all’umanesimo dobbiamo ricordare che abbiamo bisogno di una scuola per un nuovo umanesimo, per una nuova umanizzazione, dove il diritto all’istruzione sia innanzi tutto diritto alla scoperta di sé, diritto ad avere un proprio progetto di vita e a perseguirne la sua realizzazione, a scrivere la propria storia e la propria biografia, diritto a non rischiare mai di poter divenire delle vite di scarto.

Ancora oggi la nostra scuola sacrifica il di ogni singola alunna e di ogni singolo alunno, all’essere per l’altro, anziché essere per sé, intendendo per “altro” l’integrazione nella società, nella sua organizzazione economica e sociale. Il fatto è che globalizzazione e società liquide hanno fatto venir meno quell’idea di osmosi tra scuola e società che il discorso democratico sulla scuola ha ereditato nel ‘900 dal pensiero di John Dewey.

Il sistema sociale, il mercato del lavoro che la scuola deweyana intendeva servire come strumento di integrazione sociale non ci sono più, e possiamo dire con certezza che non ritorneranno più. In un crescendo continuo la grana delle nostra vita e delle generazioni a venire sarà caratterizzata dall’emergenza del presente e dalla sempre più crescente impossibilità di focalizzare il futuro, forse proprio per l’eccessivo peso e spazio che sono andati occupando i “qui e ora”.

La vita di ogni individuo è sempre meno una storia collettiva, sempre più è una storia di individualità in un maremagnum collettivo, che inesorabilmente pare sfuggire agli strumenti di governo di cui oggi disponiamo. Le connessioni tra le monadi sono venute meno, la disarmonia ha preso il sopravvento sull’armonia. Il futuro è sempre più un buco di tempo di cui oggi non conosciamo se sapremo e potremo riempire.

In questo quadro la nostra scuola non è più in grado di fare storia, impotente a produrre futuro per i suoi utenti. Ipostasi di se stessa, non ha più la forza di scrivere la storia dei suoi discenti, di renderli autori della propria biografia, testimoni della loro vita. Le classi con le loro routine quotidiane si fanno sempre più non luoghi, i luoghi dell’anonimato collettivo.

La sfida che abbiamo innanzi oggi non è più quella che negli anni sessanta del secolo scorso ci prospettava Jerome Bruner con il suo Dopo Dewey, ancora giocata sul tavolo dei contenuti dell’apprendimento, con la posta del superamento delle due culture, della cesura tra cultura umanistica e cultura scientifica. Cesura tuttavia, a ben vedere, mai ricomposta nella nostra scuola. Oggi si tratta di andare oltre Dewey, perché la posta in gioco non sono tanto i contenuti dell’apprendimento, quanto i luoghi, i modi e le forme in cui l’apprendimento ancora avviene e viene proposto.

Dal collettivo classe all’ individuale collettivo

   Andare oltre Dewey significa iniziare col riflettere che un mondo ce lo siamo lasciati alle spalle, che quel sistema sociale prodotto dal secolo scorso, con il secolo scorso è terminato.

Tutto di fronte a noi e alle nuove generazioni non è più dato, tutto, nel bene e nel male, è un work progress, di cui non disponiamo né del progetto né delle chiavi di lettura.

L’istruzione finalizzata alla formazione del cittadino di domani, forse poteva raccogliere ordinati in classi per età i suoi utenti e avviarli grado dopo grado a trovare la loro collocazione nell’organizzazione sociale; la società della discontinuità, la società della conoscenza, la società che invoca un nuovo umanesimo non può perseguire i suoi obiettivi solo con le parole, non può continuare a riproporre e mantenere gli ingredienti e le ricette di ieri. Così anche le architetture del sistema scolastico che resistono dal passato non possono essere riproposte nel paesaggio scolastico che dovremmo disegnare oggi nel tempo del life wide learning, dell’apprendimento ovunque e in qualsiasi fase della nostra esistenza.

Di fronte al tema dell’istruzione come atto permanente della nostra vita, reso tale soprattutto dalla diffusione delle tecnologie digitali, l’articolo tre della nostra Costituzione non può restare impersonale, non può non scendere specificatamente nelle singole biografie dei cittadini, soprattutto i più piccoli, soprattutto i giovani che devono sentirsi presi per mano e accompagnati nel loro difficile cammino. Chi ha fame va nutrito, perché essere nutrito serve per vivere e per crescere. Se non ti sai nutrire non è che per questo non ti do da mangiare, non è che ti lascio morire di fame. Lo stesso vale per l’istruzione che è l’altro nutrimento fondamentale alla qualità dell’ esistenza di ogni singolo cittadino.

Una scuola che garantisce pari opportunità ai suoi studenti, ma che poi esclude chi non rende come il resto della classe, è una scuola che uccide le speranze, che uccide le cittadinanze, è una scuola che uccide le storie e le biografie individuali, senza che nessuno sia chiamato mai a rispondere dei tanti progetti individuali di vita abortiti tra le nostre aule scolastiche.

La risposta al disincanto, all’incertezza del domani come profilo del mondo globalizzato, non può essere delegata dal nostro Sistema formativo alle ricette dell’OECD[2], al cieco gioco delle olimpiadi scolastiche tra le nazioni, solamente funzionale alla standardizzazione globale degli obiettivi di apprendimento come definiti dai test dell’OCSE PISA, unico depositario del decalogo delle competenze necessarie oggi ai quindicenni del mondo contemporaneo per vivere quotidianamente domani all’interno di un sistema a economia globale.

Alla globalizzazione del mondo non è dato rispondere con la globalizzazione delle individualità. Al di là di ogni proclama sulla persona e sul personalismo, dobbiamo oggi affermare con forza il valore dell’ individuo, il valore di ogni singolo individuo, dell’identità che lo rende tale e che gli consente di essere riconosciuto dagli altri come tale. E’ sulla riscoperta di ognuno di noi come risorsa preziosa, a prescindere dalla legittimazione di teosofie o filosofie, di appartenenze sociali o religiose, di destini messianici o meno, in quanto essere, in quanto esistenza in sé e per sé,  che si possono giocare i destini della convivenza umana. Non c’è scoperta di un nuovo umanesimo se ogni donna e ogni uomo, dal momento del loro apparire su questa Terra, non vengono considerati un bene assoluto, anziché sempre e comunque relativo.

La Scuola di massa, che prometteva di ridurre la povertà ed accrescere la ricchezza nazionale, ha oggi tradito il diritto dei giovani alla loro storia e al loro progetto di vita. È evidente che la scuola di massa si è rivelata uno strumento incapace di mantenere le promesse dell’articolo tre della nostra Costituzione, le differenze con i più fortunati per nascita non sono state abbattute. La scolarizzazione di massa di fronte alla storia si è palesata come uno strumento incapace di garantire nei fatti il diritto inalienabile di ognuno all’istruzione nella sua qualità e nella sua efficacia.

E’ il tema dell’apprendimento permanente che oggi merita di essere meglio indagato, sottraendolo alla sua collocazione prevalentemente adultistica, per ricondurlo all’alveo delle conoscenze che dal nostro apparire al mondo non hanno più sosta. Dove le molteplicità dei flussi, delle opportunità di conoscere, di sapere, di esplorare oggi offerte all’essere di ognuno, possono giungere alla sintesi delle competenze nei luoghi dello studio deputati a far incontrare, riconoscere e valorizzare i saperi formali, come quelli informali e non formali.

La storia dell’apprendimento delle bambine e dei bambini non inizia più a scuola, come poteva essere quando il sapere era ancora patrimonio di pochi e attraverso la scuola popolare e di massa lo si intendeva estendere ai più, anche se in forma di sapere preconfezionato.

Per dirla con Paulo Freire, che cita il Jean Paul Sartre di L’home e les choses[3], ogni alunno non può più essere trattato come un soggetto all’ingrasso alimentare del sapere da digerire, neppure quando questo non è in linea con gli standard d’istruzione dell’OCSE PISA.  

La presa in carico della storia individuale di ciascuna alunna e di ciascun alunno, senza la quale non c’è riconoscimento di identità, per cui si è considerati uno dei tanti tra le tante classi della scuola, pretende che ogni discente sia riconosciuto come scolasticamente titolare dei suoi percorsi di studio, anziché di un’età anagrafica che lo colloca nella classe cronologicamente corrispondente, anonima rispetto alla sua storia, a lui addirittura ostile nel momento in cui  lo respinge, rifiutando di riconoscerlo, qualora il suo profitto sia negativo, costringendolo a identificarsi scolasticamente con uno stato di crescita che  già non possiede  più.

Questo organizzare scolasticamente i nostri ragazzi per classi di età sentiamo francamente che non funziona già più. Quando viene denunciato il numero elevato di alunni per classe per una didattica individualizzata e di qualità, in realtà puntiamo il dito sul sintomo e non sulla causa, che è il concetto stesso di classe, di omologazione in entrata e in uscita. Lo sappiamo da tempo, dai tempi dell’inconciliabilità della nostra organizzazione scolastica con la storia personale di sviluppo e di apprendimento che ogni allievo porta con sé in ogni compito nuovo.[4]

Un sistema formativo, che, alla possibilità di una integrazione sociale liquida, considera prioritario fornire ai suoi studenti gli strumenti di scrittura della propria biografia  e di definizione/realizzazione del proprio progetto di vita, lancia una sfida molto alta a se stesso. Perché si tratta di ripensarsi radicalmente, di passare da una prassi  anonima e indeterminata di programmazione per contenuti ed obiettivi degli apprendimenti, alla individuazione delle serie di competenze che è necessario acquisire, attraverso un sistema a somma di crediti, per percorrere in progressione i diversi step definiti dai singoli statuti disciplinari per giungere a quella competenza “disciplinare” così come interpretata, ad esempio, da Howard Gardner nel suo Cinque chiavi per il futuro.

In una carriera scolastica pensata e organizzata per percorsi individuali di studio, al fine di valorizzare e investire sulle specificità personali, non ci sono bocciature, semmai sbarramenti, verrebbero temporaneamente preclusi i soli percorsi disciplinari per i quali non si sono ancora acquisite le competenze necessarie a proseguire negli studi.

Ognuno avrebbe da spendere per i propri progetti di vita la quantità di crediti acquisiti relativamente alle competenze disciplinari, sia per proseguire negli studi del nostro sistema formativo, sia per competere sul versante del mercato del lavoro.

Viene meno l’idea di una formazione globale e totalizzante, per la quale è necessario acquisire la sufficienza un tutte le discipline dalla ginnastica alla musica, dall’educazione tecnica al disegno al fine di poter proseguire negli studi senza dover tutte le volte star fermo un giro come nel gioco dell’Oca.

Vorrei dire che forse è tramontato il tempo, e le condizioni si sono radicalmente modificate, per cui non è più necessario che la scuola sia il luogo nel quale si insegna di tutto. I percorsi curricolari di ciascuno non è assolutamente detto che debbano essere tutti realizzati a scuola, al meno per come fino ad oggi l’abbiamo conosciuta. Perché apprendimenti qualificati come la musica, l’arte e il disegno, l’educazione motoria e lo sport e altri ancora debbono avvenire per forza nei contenitori di ciò che definiamo come scuola? Perché il sistema formativo non si può organizzare in una rete più qualificata di servizi e di offerte sul territorio che entrano in relazione con la scuola stessa e che trovano riconoscimento nel curricolo personale di ogni ragazza e ragazzo?

Con ogni probabilità quell’idea di formazione tutta concentrata nell’orario scolastico delle nostre classi è cosa di altri tempi. Occorre considerare sostanzialmente che oggi i territori offrono opportunità di esperienze e di apprendimenti extrascolastici, che occupano il tempo di vita dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, che non possono più a lungo essere ignorati nel computo degli apprendimenti e delle competenze individuali.

Non si capisce perché nella scuola italiana espressioni e strumenti come “Progetto di vita” e “Piano educativo individualizzato” debbano essere riservati ai solo alunni diversamente abili, come se ogni singolo individuo, a partire da noi stessi, non fosse di per sé diversamente abile e non avesse necessità per la sua piena riuscita di persone che lo affianchino e che gli assicurino sostegno.  Come se l’esperienza della migliore tradizione pedagogica non ci avesse già edotti, da Decroly alla Montessori, che ciò che è indispensabili per chi è certificato diversamente abile, tanto più lo è per chi è presumibilmente certificato come normo dotato.

Così come si procede, ancor prima dell’avvio dell’anno scolastico, negli incontri tra la scuola e i genitori alla redazione del PEI per gli alunni diversamente abili, altrettanto va realizzato per ogni singolo alunno  in modo da  procedere, tra la scuola e la famiglia, alla definizione del percorso scolastico in funzione dei crediti che si progetta di acquisire, attraverso la stesura di un compiuto piano di studi individuale, che si  traduca in un realistico contratto formativo, impegnativo per le parti che lo stipulano.

Non si tratta di tornare né alla personalizzazione né al portfolio di morattiana memoria, ma di tutelare il diritto all’istruzione, ad un’istruzione di alta qualità, di ogni singola ragazza e di ogni singolo ragazzo, di gestire i percorsi connessi ai loro progetti di vita in rapporto alle motivazioni, agli interessi e alle attitudini di ognuno, in relazione alle competenze già  acquisite e quelle ancora da acquisire, provvedendo ad un impiego ed a una organizzazione attenta ed efficace del loro tempo di vita quotidianamente investito sui banchi di scuola.

In questo quadro, la frequenza scolastica, la collocazione nella scuola di ognuno non sono più identificabili con la classe, ma esclusivamente dipendenti dal percorso di studi che ogni anno ciascuno progetta di portare a termine, in funzione dei crediti disciplinari che ci si prefigge di conseguire e che, se non si riesce a totalizzare nella loro globalità, occorrerà in parte mettere in conto nel piano di studi dell’anno successivo.

Ma se si perde la classe, architrave e perno di tutto il sistema scolastico italiano, che cosa succederà? Non mi sembra che le nostre università, da sempre funzionanti attraverso la frequenza delle lezioni relative agli esami che si intendono sostenere, abbiano mai patito per l’assenza di classi.

Non credo neppure che ne patirebbe il nostro sistema scolastico, se decidessimo di organizzarne gli spazi per laboratori disciplinari e per crediti che si devono acquisire.

Certo assisteremmo ad uno spettacolo a cui nelle nostre scuole non siamo mai stati abituati,  vedere, cioè, spostarsi gli studenti, piccoli o grandi che siano, da un’aula all’altra, o meglio da un laboratorio disciplinare all’altro, in funzione dei crediti che devono acquisire come preordinato dal loro piano di studi individuale, concordato tra la scuola e la famiglia.

Ma soprattutto si tratterebbe di una organizzazione del nostro sistema scolastico destinata a non porre più l’accento sui voti e sulle bocciature, sul fallimento dei singoli, bensì sul loro effettivo successo formativo, in quanto risorse preziose di uno Stato democratico che investe sulle giovani generazioni, avendo sempre di mira il proprio avvenire.

Uno Stato chiamato a rispondere alla sua comunità di come garantisce innanzitutto l’esercizio del diritto all’istruzione di ciascuno dei suoi giovani, qualunque sia la loro storia e provenienza, a rispondere della qualità del tempo scuola come tempo di vita di generazioni di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi e, finalmente, della qualità dell’insegnamento fornito e delle competenze acquisite da ciascuno, certificandole attraverso un unico sistema nazionale di misurazione e di valutazione della capacità dello Stato e del suo Sistema formativo di garantire, nell’epoca in cui viviamo, il diritto all’istruzione ai suoi cittadini che per età vanno costruendo nella loro crescita il proprio progetto di vita.

 


[1] DLvo. 19 febbraio 2004, n.59.

[2] Organization for Economic Cooperation  an d Development, produce i test dell’OCSE PISA, Programme for International Student Assessment e TMISS, Trends International Mathematics and Science Stydy.

[3] P. Freire, La pedagogia degli oppressi, EGA Editore, Torino, 2004, p. 63.
[4] B.S.Bloom, Caratteristiche umane e apprendimento scolastico, Armando Armando, Roma, 1980, p.63

Don Milani e la scuola di oggi*

milani2

Cattivi e buoni maestri

I quarant’anni dalla pubblicazione di “Lettera a una professoressa” hanno dato luogo alle celebrazioni, alle liturgie, al servizio del tempio pedagogico, scatenato detrattori e estimatori dell’opera del parroco di Barbiana e spesso, come avviene in questi casi i detrattori di ieri sono gli estimatori di oggi.

Per i detrattori la scuola di oggi è il prodotto dell’insegnamento dissennato di Lorenzo Milani, per il quale i processi evidentemente non finiscono mai, neppure dopo la morte.

La scuola del lassismo, la scuola dei debiti non saldati, la scuola dove non si boccia più così come volevano i ragazzi di Barbiana, la scuola dove non si studiano più, come suggerivano gli allievi di Milani, le poesie del Foscolo, Omero e l’Iliade tradotta da Vincenzo Monti, la scuola dello statalismo, della burocrazia, del corporativismo sindacale degli insegnanti.

 “La scuola di oggi è esattamente la scuola che voleva lei quarant’anni fa. Era il 1967. Quarant’anni dopo possiamo dirle che abbiamo esaudito quasi completamente le richieste di quel suo ragazzino, e questa notizia di sicuro le farà piacere; a parte il contratto dei metalmeccanici che non so se abbiamo messo davvero nei programmi…

Così scrive Paola Mastrocola, La sua utopia si è realizzata, purtroppo, su La Stampa del 17 maggio 2007.

Cinque giorni dopo sul “Corriere della Sera” Giovanni Belardelli ritiene “fuori luogo” che si continui a considerare Lettera a una professoressa, “libro di quarant’anni fa come fosse portatore di una positiva, e ancora attuale, rivoluzione pedagogica”.

Ci sono poi quelli che celebrano l’esperienza di Barbiana in quanto precorritrice della scuola come prodotto della società civile contro ogni visione statalista che annulla la vitalità della società civile stessa, che citano Lorenzo Milani come esponente della scuola che non offre soltanto conoscenze e competenze, ma concorre alla formazione integrale  della persona.

Sono gli stessi che l’8 febbraio 2001 promuovono l’Appello per la scuola della società civile per i quali: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”. Appello sottoscritto tra gli altri da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri, Ferdinando Adornato.

Fino ad arrivare all’articolo di Mario Pirani, La Scuola nel Paese dei Balocchi, su “la Repubblica” del 20 ottobre del 2007 dove “l’automatismo delle promozioni generalizzate quale che fosse il grado di apprendimento” viene presentato come distorsione dell’insegnamento di don Milani che si basava su due pilastri, la valorizzazione della figura del maestro e lo sforzo per insegnare a tutti, anche con modalità nuove e particolari per i meno dotati.

Ritengo che fosse ben lontano dall’intenzione dell’ uomo Lorenzo Milani, come di tutti i grandi e i giusti, l’idea di poter essere un profeta della scuola  e che lucidamente fosse consapevole che ogni esperienza assume valore per come si definisce storicamente e per come si evolve nell’insieme delle vicende che l’hanno determinata.

Per questo non amo le celebrazioni, perché mai nulla è come un istante prima; almeno della società liquida e della precarietà, che sembrano essere i connotati prevalenti della società in cui viviamo, della nostra epoca postbarbiana assumiamo questo vantaggio che ritengo preziosissimo per chi di mestiere produce cultura: la disponibilità alla ricerca continua, alla discussione mai conclusa una volta per tutte.

E allora per tornare al tema di questo incontro “Don Milani e la scuola d’oggi” mi sembra corretto ridare voce ai ragazzi di Barbiana e a quanto di progettuale, e quindi di gettato in avanti nel tempo, c’era nelle intenzioni della loro esperienza: Le riforme che proponiamo, scrivevano in Lettera a una professoressa  nel 1967:

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme.

I – Non bocciare

II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo

III – Agli svogliati basta dargli uno scopo [1]

Scuola secondo Costituzione

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno…”

È un sogno che accompagna tanta parte della storia dell’umanità almeno a partire dall’epoca dell’Illuminismo e che i nostri Costituenti hanno fatto proprio:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…” (art. 3 Cost.)

È il cuore dell’utopia di Lorenzo Milani, quella di aver creduto nella scuola che ha il compito di fare il cittadino sovrano e non suddito, di aver creduto nella cittadinanza democratica, nella sovranità del popolo, che possa esserci una società con sempre maggiore giustizia, nel progresso come processo di emancipazione e liberazione dell’umanità.

Ci sarebbero pagine bellissime da andare a rileggere di quel diario che Mario Lodi scrive per Katia futura maestra, e che porta il titolo di Il paese sbagliato,  dove si ripropone la convinzione, l’idea prima, di questi grandi maestri della scuola, Freinet, Lodi, Ciari, Milani, Capitini e altri ancora, che l’emancipazione dell’uomo passa attraverso la politica e la scuola, la politica e la cultura, la politica e l’educazione: non si è cittadini senza educazione, non c’è educazione se non si è cittadini.

È l’utopia di Tommaso Moro e di tutti i grandi del passato e del presente, che hanno sognato e sognano l’uomo nuovo, l’uomo diverso, artefice di un mondo migliore in cui gli uomini siano in grado di esprimere la loro essenza, cioè: l’ umanità.

L’antagonista dei ragazzi di Barbiana è la scuola di Stato che anziché corrispondere al dettato dell’art.3 della Costituzione e dell’art. 34 agisce asservita alla cultura delle classi dominanti, è la scuola come apparato ideologico di Stato, per dirla con Althusser, che nel suo meccanismo perpetua la discriminazione di classe e la selezione per censo.

Quella scuola oggi non c’è più. E il fatto che non c’è più è una grande conquista democratica, culturale e di civiltà. E’ avvilente doverlo ricordare ogni volta.

Non posso nascondere il sospetto, più di un sospetto, che la scuola pubblica oggi incontri  tanti disposti a squalificarla e a svuotarla di ogni significato, proprio perché la scuola pubblica oggi non è più quella di ieri, non solo è la scuola dei Gianni e dei Pierino, ma è anche la scuola di Shamira e di Amin, e di tanti altri ancora, di tutti e di ciascuno, per questo, temo,  si moltiplicano le voci che rivendicano la scuola della società civile, di meno Stato e più mercato.

Con questo, tuttavia,  il sogno dell’eguaglianza è ben lontano dall’essere compiuto.

Quarant’anni fa lo stato sociale era ancora da conquistare, oggi la grande sfida che abbiamo di fronte è quella di riuscire a difenderlo, di riuscire a difendere le conquiste che le battaglie democratiche ci hanno consentito di ottenere.

 Dalla società fondata sull’etica del lavoro, nel caso di Barbiana del lavoro contadino, siamo passati alla società fondata sull’etica dei consumi, come ci fa capire Bauman.

Il tema dell’eguaglianza è sempre più planetario, anzi per dirla con un neologismo alla Geertz sempre più glocale, richiede da un lato la necessità di un pensare globale ma dall’altro la capacità e l’intelligenza di un agire  locale.

Ma la contraddizione che oggi viviamo è che mentre siamo tutti costretti a pensare globale ci mancano poi i mezzi per l’agire locale quotidiano, perché i luoghi della decisione politica, i luoghi dei flussi economici si allontanano sempre più da noi.

È la lingua che ci fa eguali…

Ogni luogo è mondo, ogni luogo è globale, incontro di lingue, di culture, di identità. E le nostre scuole oggi sono sempre più tutto questo, sempre più tendono a diventare mondo o sono chiamate a diventare mondo!

Per cui l’eguaglianza nelle nostre scuole oggi come allora, ancora una volta, passa attraverso la lingua, non la lingua dei sarmenti e dei sormenti, la lingua nazionale che confligge con il dialetto, lingua identitaria dei ragazzi di Barbiana, ma con le  lingue altre  e le  identità altre, storicamente costituite oltre i confini del nostro concetto di  Stato-nazione.

I ragazzi di Barbiana scrivono: “Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basti che parli[2]

Voglio soffermare la vostra attenzione su questa frase: Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione  altrui.

È qui credo che non ci siamo sull’intendere l’espressione altrui nel significato più ampio del termine.

Nonostante tanti sforzi pregevoli la mia impressione è che la confusione sia ancora grande, temo che la nostra scuola, da questo punto di vista, nelle sue pratiche  ancora soffra di etnocentrismo, o tenti di liberarsene un po’ goffamente,  senza quindi riuscirci ancora.

Questa bella espressione dei ragazzi di Barbiana è un punto ancora critico della nostra scuola, e certo i ragazzi di Barbiana allora non potevano prevedere che un giorno avrebbe assunto le fattezze del volto della figlia e del figlio di chi è migrante.

Io non so chi è più svantaggiato, se il ragazzo o la ragazza che entra nella nostra scuola senza intendere la nostra lingua o se lo svantaggio piuttosto è nostro, nostro di insegnanti e di operatori della scuola che dovremmo praticare l’accoglienza e l’ascolto e  che invece non intendiamo quella lingua e con essa il modo di pensare di quella ragazza e di quel ragazzo, il loro modo di costruire le mappe della realtà, da questo punto di vista non dobbiamo dimenticare l’importanza e l’attualità della lezione di Vygotskij di Pensiero e linguaggio,  più in generale della scuola storico-culturale, e l’immenso ritardo che da quella lezione ancora ci separa.

È la lingua che ci dà identità

Amin Maalouf, giornalista francese nato in Libano, ci ha insegnato che l’identità prima di tutto passa attraverso la propria lingua, identità è una delle parole false amiche perché: La mia identità è ciò che fa sì che io non sia identico a nessun ’altra persona.[3] Potremmo dire che è una parola che afferma il contrario di quello che dice!

Allora la scuola oggi su questo tema deve misurarsi con un altro insegnamento che resta attuale dei ragazzi di Barbiana: “Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti eguali fra diseguali”.

La scuola di Barbiana è una scuola laboratorio, laboratorio sociale, e seppure confinata in una canonica è aperta al mondo e sul mondo, non tramite internet, ma attraverso  la corrispondenza tra persone vere, una scuola che ha saputo confrontarsi  con le culture e i linguaggi della propria epoca.

Perché una scuola è questo o non è.

I contesti cambiano, ma la sfida dell’istruzione è sempre la stessa: appropriarsi degli strumenti critici, degli strumenti che consentono di giudicare, di decidere, di scegliere.

Anche da questo punto di vista la scuola o è laboratorio nel senso etimologico del termine o non è.

Come allora a Barbiana, oggi nella scuola pubblica dobbiamo sperimentare non omologare. Sperimentare le interazioni delle culture, sperimentare tutti i linguaggi della comunicazione, tenendo conto di quelli del corpo, sperimentare il fare cooperativo, porre gli individui nelle condizioni di trovare gli strumenti per sviluppare la propria soggettività e di  scoprire nello stesso tempo le potenzialità di un’intelligenza collettiva motore di ogni confronto, di ogni comunicazione, di democrazia e cittadinanza sociale.

Non bocciare

Voglio venire ora alla prima delle proposte di riforma dei ragazzi di Barbiana: Non bocciare, così espressa sotto forma di un comandamento.

Io credo che dovrebbe essere l’undicesimo comandamento: non bocciare nella scuola, non bocciare nella vita.

To blackball, dicono gli inglesi, dar palla nera.

La nostra scuola seleziona sempre meno, chi seleziona oggi è la società. La società della conoscenza, ancora il titolo di studio dei genitori, l’aria che si respira in famiglia, influenzano il destino scolastico dei figli.

Sono le indagini internazionali, l’OCSE-PISA che danno la palla nera alla nostra scuola collocandola agli ultimi posti per formazione alla comprensione del testo, per preparazione matematico-scientifica.

Allora la nostra scuola così com’è boccia ancora, non nel senso della selezione di classe, anche se questa ancora non ha cessato i suoi tristi effetti, ma nel senso che boccia tutti indistintamente, perché anche quando promuove non promuove, e in questa situazione sono i soggetti socialmente più deboli quelli che continuano a pagare il prezzo più alto.

Boccia perché inadeguata a preparare i cittadini di domani a vivere nella società della conoscenza, nonostante gli obiettivi programmatici dell’agenda di Lisbona.

Boccia per mancanza di investimenti e strutture adeguate, boccia per mancanza di investimenti sulla formazione degli insegnanti, boccia per l’assenza di una riflessione seria su come si costruisce e si forma la conoscenza oggi.

In questi giorni di lettura nelle scuole delle Indicazioni per il curricolo si sprecano le citazioni di Edgar Morin e del suo La testa ben fatta con ispettori che arrivano a dire che non c’è nulla di nuovo perché tanto l’aveva già detto Aristide Gabelli, quello dello strumento testa. Come avesse già fatto a dirlo nel 1888 qualcuno ancora me lo deve spiegare, per cui credo che queste esternazioni già da sole possano costituire tutto un programma di ciò che ci possiamo attendere.

Qualche altro dirigente sentenzia che da Jacque Maritain a Edgar Morin non c’è alcuna differenza, francamente sarebbe come dire che nulla è cambiato dal 1936 anno della prima edizione di Umanesimo integrale o il 1942 anno della pubblicazione di “L’educazione al bivio” e il 1999 anno in cui Edgar Morin pubblica La tête bien faite!

La scuola italiana evidentemente deve essere il luogo dell’eterno divenire eracliteo, tutto scorre, panta rei, tutto non è mai nuovo perché è sempre  già stato. Forse hanno ragione se fanno riferimento alla reintroduzione degli esami di riparazione, accompagnata dall’assenza di una riflessione seria. Pare che i debiti si accumulino tutti alle superiori, come se il tratto precedente, il primo ciclo, la scuola di base fosse inincidente, salvo scoprire che i debiti si accumulano in matematica e nelle lingue straniere, forse una seria riflessione sulla didattica della matematica e delle lingue straniere nella scuola di base meriterebbe d’essere avviata.

I saperi di cittadinanza

Ma non è di questo che voglio parlare, voglio riprendere il non bocciare della scuola di Barbiana che oggi per essere onorato richiede una scuola che sappia formare tutti e ciascuno ad essere cittadino competente nella società della conoscenza.

Competente significa com-petere, saper porre la domanda giusta, saper scegliere la direzione, sapersi orientare e attrezzare per risolvere i problemi, potremmo dire con Auguste Comte: savoir pour prévoir, prévoir pour pouvoir. Sapere per prevedere, prevedere per potere. Sapere per avere il potere di agire, dunque.

Agire nella condizione attuale, come è scritto nelle Indicazioni per il curricolo, “dell’uomo planetario, definita dalle molteplici interdipendenze fra locale e globale (…) premessa indispensabile per l’esercizio consapevole di una cittadinanza nazionale, europea e planetaria”.

Il tema della cittadinanza che è tanto caro a Barbiana, perché attraverso di essa passa la dignità di ogni  donna e di ogni uomo, oggi si declina in questi termini.

Il sapere come narrazione

Barbiana è il luogo della grande narrazione culturale, del sapere non come trasmissione ma come intreccio della trama delle conoscenze che l’umanità ha narrato fino ad oggi, narrato nel senso etimologico di gnarus che hanno cioè permesso di rendere l’umanità esperta e di consentire, a sua volta, di rendere esperti ogni ragazza e ogni ragazzo attraverso lo studio e la scuola.

Le discussioni nella stanza di Barbiana danno pienamente l’idea di un sapere di cui ci si appropria per narrazione e non per trasmissione, di un sapere democratico dove non si assimila la mappa mentale dell’altro, ma dove si costruiscono e si acquisiscono gli strumenti per costruire in autonomia la propria mappa mentale, la propria rappresentazione del mondo.

Le suggestioni culturali qui ci sono tutte da Bruner a Umberto Eco che definisce la narrazione come il modo di mettere ordine al disordine delle esperienze.

Come non sentire in quel modo di fare scuola, in quel far scuola che non poteva neppure prendere in  considerazione l’esistenza della bocciatura, perché aveva la sua ragione d’essere nella promozione di ciascuno come dato di partenza, di avvio e non di arrivo, come non sentire che già Lorenzo Milani e i suoi ragazzi non si erano posti tanto e solo il tema della motivazione allo studio ma quanto piuttosto il tema ben più impegnativo della conoscenza, di che cosa sia la conoscenza?

Edgar Morin, poco più di trent’anni dopo scriverà: “E’ sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.”[4]

 La conoscenza dice non può essere considerata come un attrezzo ready made, pronto per l’uso, a portata di mano. E’ necessario introdurre e potenziare nell’insegnamento lo studio dei caratteri cerebrali, mentali e culturali della conoscenza umana, scrive Morin.

Ecco, ubbidire oggi al comandamento di Barbiana: non bocciare, vuol dire per chi fa professione di didattica dei saperi, e non di trasmissione del sapere, porsi seriamente il problema della conoscenza, di che cosa sia oggi la conoscenza.

Che la conoscenza non è mai un punto di arrivo, noi non arriviamo mai, noi produciamo solo punti di partenza. Noi dobbiamo smetterla di elaborare programmi a cui arrivare, ma sempre programmi da cui partire.

A me piace ricordare la storiella del Grande Imperatore della Terra Gialla che perde la sua perla magica, e allora chiama Conoscenza a cercarla, ma non la trova, allora chiama Chiarosguardo, ma anche questi non la trova, solo quando chiama Senzameta ritrova la sua preziosa perla. Ecco compito della scuola è insegnare ad essere senza meta, che la conoscenza è sempre senza meta, questa è la migliore eredità culturale che il secolo che ci siamo lasciati alle spalle ha lasciato in consegna a questo inizio di terzo millennio.

Non c’è nulla di più precario della conoscenza perché, se no, non saremmo ancora qui a interrogarci e a sforzarci di parlare di scuola.

È comunque ancora  alla scuola e all’università che la nostra società assegna  il ruolo decisivo nella costruzione  delle mappe cognitive degli individui.

La condizione umana è oggi caratterizzata da processi temporali, da dimensioni spaziali e da forme di relazioni qualitativamente nuove e in parte inattese, che a Barbiana non si potevano prevedere.

E la pur grande intelligenza dei ragazzi di Barbiana  aveva appena sfiorato la complessità degli oggetti di studio dei saperi stessi: l’uomo, la mente, il corpo, la società, l’ambiente, la Terra, l’universo…ma soprattutto era ancora molto distante dai problemi planetari che abbiamo oggi: ecologici, economici, tecnologici, sociali, culturali, politici.

Il sapere come ricerca

La posta in gioco è quella di delineare mappe cognitive  che incarnino l’idea del sapere come ricerca continua, aperta alla discontinuità, alla sorpresa, all’incertezza, alle sfide della scoperta e dell’innovazione.

Oggi la scuola promuove nella misura in cui è in grado di sviluppare nei ragazzi e nelle ragazze una sensibilità non solo al “sapere di non sapere”, come estendere le proprie competenze nei territori disciplinari dati, ma anche al “non sapere di non sapere” come ristrutturare l’organizzazione delle proprie competenze in presenza di nuove acquisizioni o di nuovi bisogni, che possono essere anche rapidi e imprevisti.

Sempre di più – scrive Mauro Ceruti, presidente della commissione che ha prodotto le nuove Indicazioni per il Curricolo – il problema diventa quello di formare un individuo che sappia costruire un futuro che non è affatto predeterminato, ma che dipende in maniera critica dalle capacità di visione e di immaginazione.[5]

È l’eccellenza a cui pensava il Bruner dei “Saggi per la mano sinistra”, rispetto la quale lo strutturalismo pedagogico non è più da tempo una risposta sufficiente.

Di qui emerge nuovamente la centralità dell’individuo, di un individuo che oggi non è solo chiamato a partecipare alla costruzione della collettività locale ma ad essere responsabile della costruzione di quella ben più ampia, quella della collettività globale, della cittadinanza planetaria.

La tradizionale missione della scuola, quella della formazione di un cittadino “nazionale”, oggi si riforma, si allarga e si moltiplica. All’obiettivo tradizionale della formazione di un cittadino nazionale si accompagnano i nuovi obiettivi della formazione di un cittadino europeo e di un cittadino planetario.

La scuola a “pieno” tempo

Voglio venire al secondo punto delle riforme proposte dai ragazzi di Barbiana:

A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Questa espressione “a pieno tempo” è rimasta per sempre confinata alle pagine di Lettera a una professoressa.

Abbiamo fatto la scuola a tempo pieno, la scuola a tempo prolungato ma mai la scuola a pieno tempo.

Non l’abbiamo fatta non perché abbiamo perso una battaglia politica o ne abbiamo vinta una a metà, non l’abbiamo fatta perché oggettivamente non la potevamo fare, in quanto peculiarità esclusiva dell’esperienza di Barbiana.

Lo spiega bene il priore nella lettera che il 18 ottobre 1965 invia da Barbiana ai  giudici del tribunale di Roma: “Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. È l’unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi.

Parole simili sono cariche di una suggestione culturale unica che solo ai ragazzi di Barbiana è stata data la fortuna di vivere.

Sono espressione della sublimazione della scuola in autentica esperienza di cultura. Sono espressione di quei rari  momenti magici di incontro e di fascinazione tra maestro e alunni.

Scuola: ambiente di apprendimento

La scuola a pieno tempo è la scuola ventiquattro ore su ventiquattro è quella cosa che, guarda caso, non si  apprende a scuola ma fuori della scuola, che apprende e pratica chi fa cultura: che tutto nella vita è scuola. Che è stupido distinguere tra dentro e fuori della scuola.

Questo avrebbero dovuto insegnarci, prima la televisione e poi internet. Noi invece nelle nostre scuole insegniamo che la scuola è un conto e la vita è un altro.

L’osmosi tra scuola e vita non siamo in grado né di costruirla né di praticarla, perché i codici della scuola ancora confliggono con i codici della vita.

Ce ne siamo accorti e per colmare questo iato ci siamo inventati lo star bene a scuola, per cui anche lo star bene non è più uno stato naturale ma va progettato. A scuola non si sta bene perché evidentemente le nostre scuole non sono ambienti famigliari. Famigliare invece, sia pure nella sua austerità era per i ragazzi di Barbiana la canonica di don Lorenzo.

Le nostre scuole sono ancora grandi magazzini, grandi silo, grandi contenitori di generazioni che per diverse ore ogni giorno sono sottratte alla vita, alla vita sociale e il guaio di oggi è che quelle più di mille ore all’anno passate dalle nostre ragazze e dai nostri ragazzi sui banchi di scuola, tra le quattro pareti dell’aula non mantengono oggi neppure più la promessa per cui sono state inventate, non servano cioè neppure più a prepararli al lavoro secondo le necessità di una società fondata sulla divisione del lavoro, perché con la globalizzazione non solo è venuta meno l’etica del lavoro, ma è venuta meno, di conseguenza, l’etica e la funzionalità di quella stessa divisione del lavoro, di quel modello di mondo a cui questa scuola era funzionale e faceva riferimento.

Secondo quel modello le nostre scuole sono organizzate per classi secondo il criterio cronologico dell’età, non per interessi, non per competenze, non per obiettivi, tutti a quella determinata età e a quell’ora, seduti allo stesso modo, dal banco verso la cattedra, a fare le stesse cose, basta entrare in una delle nostre classi per averle viste tutte.

A Barbiana i ragazzi non sono una classe, a Barbiana i ragazzi non sono divisi per età, si pratica l’apprendimento cooperativo, chi sa insegna a chi non sa, che sia più giovane o che sia più vecchio non importa, ogni giorno si scelgono i percorsi da intraprendere, ognuno acquisisce abilità per strade diverse, con motivazioni diverse, con tempi diversi.

Ma a Barbiana tutto è apprendimento, in questo senso Barbiana è una scuola a pieno tempo.

Persone: soggetti che apprendono insieme

Dall’ 8 marzo del 1999, nel giorno dedicato alle donne, in Italia nasce ufficialmente l’autonomia delle scuole: didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Da allora abbiamo fatto la scuola dei progetti, ma non siamo riusciti a sviluppare uno straccio di Progetto di Scuola, incartati come siamo in questo paese nel personalismo e non personalismo, nell’educare o nell’istruire, ora abbiamo trovato la sintesi sublime, con le nuove Indicazioni nell’educare istruendo.

Da un prete dobbiamo andare a lezione di laicità, tutti: destra e sinistra.

Da un prete come don Milani che aveva in mente un progetto di scuola e per questo si è battuto: una scuola senza classi, senza banchi, senza cattedre e con tanti libri. Se vi guardate attorno nelle nostre scuole crescono i banchi e le cattedre, sembrano magazzini di arredi in disuso, ma  spariscono sempre di più i libri.

Io credo che sia giunto il momento di avviare una riflessione seria su che senso ha mantenere una scuola ancora fondata sulle classi e sulle cattedre, su tutti fanno tutto nello stesso momento a prescindere dalle motivazioni, dagli strumenti, dalle attitudini, dalle proprie scelte di vita.

Temo che sia la personalizzazione che l’insegnamento individualizzato abbiano finito per prescindere dall’individuo, da ogni singolo individuo, di anteporre cioè il raggiungimento dell’obiettivo, degli obiettivi, il compimento del programma alla considerazione vera dei bisogni formativi dell’individuo stesso.

Francesco Antinucci, autore di La scuola si è rotta scrive che nella nostra scuola il modo di apprendere dominante è quello “simbolico-ricostruttivo”, proprio del personal text: decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono, una specie di “ricostruzione di ricostruzioni”. Nella didattica della nostra scuola non ha cittadinanza l’apprendimento “percettivo-motorio” proprio del personal computer perché basato su cicli ripetuti di percezione-azione. Vuol dire che nessuno di noi ha imparato ad usare il computer dalla lettura di un manuale, che del resto sono illeggibili, ma per prove ed errori, per tâtonnement avrebbe detto Célestin Freinet.

Di conseguenza nelle nostre scuole i nostri alunni sono sempre dei cavalieri dimezzati.

A Barbiana non avevano il personal text, vale a dire i libri di testo tutti eguali e indubbiamente non potevano avere i personal computer, ma certo l’apprendimento coinvolgeva i ragazzi tutti interi.

 Ecologia dell’apprendimento cooperativo

Forse prima di restaurare gi esami di riparazione era il caso di impegnarsi ad avviare una riflessione seria su questi problemi.

Le nuove Indicazioni reintroducono il concetto di scuola come ambiente di apprendimento. Concetto bellissimo e importantissimo che era stato introdotto più di vent’anni fa dai nuovi programmi della scuola elementare.

Bello perché suggerisce che nella scuola tutto è apprendimento, che il modo di essere e di comunicare dell’ambiente, i suoi spazi e i suoi arredi sono  determinanti per la formazione, l’educazione e l’istruzione degli alunni.

È la lezione dell’Ecologia dello sviluppo umano di Urie Bronfenbrenner.

Ma la scuola oggi è ambiente di apprendimento se come tutti i sistemi è in grado di autoapprendere, di costruire la propria cultura, la cultura di scuola.

La scuola non può preparare i giovani alla discontinuità, alla sorpresa, all’incertezza, alle sfide della scoperta e dell’innovazione, se per primi non sono gli insegnanti a voler ricercare, sperimentare, mettere in discussione le rigidità di un sistema che ogni giorno si presenta sempre più inadeguato.

Ma questo paese deve essere consapevole che ha un’urgenza e questa urgenza si chiama classe insegnante: sottopagata, massacrata dalle cronache quotidiane, annichilita dalla politica.

Le Indicazioni per il Curricolo dicono chiaramente che la progettazione del curricolo è definitivamente affidata alle scuole.

Il paese e la scuola allora hanno bisogno di insegnanti professionalmente preparati, capaci di ricerca e di innovazione, di insegnanti motivati e intraprendenti, non hanno bisogno né di grigiore né di mediocrità.

C’è bisogno di professionisti della cultura capaci di decidere, organizzare, assumersi le responsabilità, capaci di spiegare al paese le ragioni delle loro scelte e del loro operare.

Ma per fare tutto questo gli insegnanti hanno bisogno di sentirsi apprezzati, valorizzati, stimati per le loro competenze e per il loro lavoro  e per il servizio che rendono al paese e alle famiglie, che spesso sappiamo essere latitanti.

 Il senso dell’istruirsi

 Il terzo punto che voglio toccare è l’ultimo della riforma proposta dai ragazzi di Barbiana: Agli svogliati basta dargli uno scopo

Dietro a quel termine svogliati c’è un’idea onesta e pulita di etica dello studio, che lo studio è fatica e che è sufficiente far comprendere che è una fatica che vale la pena di sostenere per restituire la voglia a chi non ce l’ha.

Rispetto alla realtà di oggi che al termine svogliato ha sostituito bullismo e mobbing sembra di leggere le favole della nonna, quelle che finivano con la morale o con gli esempi edificanti, qualcosa ancora del libro Cuore.

La scuola di Barbiana era scuola di non violenza, la scuola dove si legge Gandhi e  Aldo Capitini, è la scuola dell’obiezione di coscienza alla guerra e al servizio militare, è la scuola di L’obbedienza non è più una virtù.

È naturale che fosse così, perché scuola e violenza sono termini che neppure possono essere affiancati, sono parole che si respingono.

Però mi sembra che, si tratti di svogliati o di bulli, i ragazzi di Barbiana centrino il problema: quello di dare uno scopo. Ed  è esattamente quello che la società degli adulti oggi dentro e fuori della scuola non è più capace di fare con i giovani.

C’è un vuoto d’etica nel sociale e nella politica, ma c’è un vuoto d’etica anche dentro alla scuola: l’etica dello studio, l’etica della responsabilità, l’etica dei diritti di tutti e di ciascuno, l’etica del dovere.

 La ricerca dei ragazzi è sempre identitaria, che siano bambini o che siano adolescenti, è la ricerca di modelli in cui riconoscersi e da condividere, di modelli per cui valga la pena di affrontare la fatica di crescere o per alcuni il male di vivere, per scomodare le nostre letture di adolescenti.

In questo scuola e  insegnanti non possono sfuggire alla grande responsabilità che portano: quante aspettative abbiamo tradito, quante speranze o buone intenzioni abbiamo fatto crollare.

 La forza della testimonianza

Don Milani ha costituito per i suoi ragazzi un modello di maestro nel quale identificarsi: un testimone. Testimone è colui che dimostra coerenza tra i suoi pensieri e i suoi atti.

La difficoltà per chi cresce, e  crescere ha la stessa radice di creare, per cui ognuno crea se stesso, è l’autore di se stesso, la difficoltà per chi cresce è sempre la stessa,  è quella di ritrovare coerenza negli adulti tra i loro pensieri e i loro atti. Perché non c’è nulla di più forte più capace di metterci in discussione della coerenza.Ce lo dice don Milani nella lettera ai giudici che citavo prima:

Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro…E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.-

 Mi chiedo se la scuola e gli insegnanti possono permettersi questa assenza di coerenza, di non essere attenti e sensibili su questo piano. Chiaramente la risposta è no!

L’aggressività è un meccanismo complesso fatto di infinite sfumature, per la scuola essere luogo di pace e di non violenza richiede da parte degli insegnanti un forte senso etico, una attenta sensibilità, una vigilanza scrupolosa dei propri comportamenti, fa parte della deontologia professionale dell’insegnante. L’insegnante è sempre un mass media, uno di fronte a tanti, tutto dei suoi gesti, delle espressioni del volto, degli atteggiamenti, degli sguardi, delle parole viene colto dagli studenti, nulla di loro sfugge agli studenti, possono sfuggire all’attenzione della classe le parole della spiegazione, ma non i messaggi del linguaggio non verbale. Gli insegnanti devono sapere che la loro autorità non passa mai attraverso l’autoritarismo che è violenza e aggressività, in qualunque modo si manifesti, ma attraverso l’autorevolezza della propria competenza professionale, dell’accoglienza, dell’ascolto, dell’assenza di giudizio, della coerenza.

Come insegnanti e operatori della scuola, come adulti educatori dobbiamo imparare da Lorenzo Milani e da quanti come lui ad essere testimoni, ad essere ascoltati dai ragazzi perché coerenti nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti, forse la testimonianza del nostro modo d’essere, allora come oggi, può ancora aiutare a restituire uno scopo a quei giovani per i quali la vita sembra meritare di non averne.

 Un’intelligenza scomoda

Don Milani fortunatamente per noi è stato un prete, di quelli che venivano definiti preti scomodi. Questo significa che la ricerca, l’intelligenza, il cambiare paradigma nel guardare al mondo è sempre un fatto scomodo e che il nostro mestiere, di noi che lavoriamo nella scuola e nella cultura, se è fatto bene, non può che essere scomodo, il più scomodo di tutti.

E la scuola, potrà sembrare paradossale dirlo oggi nel momento in cui siamo impegnati nei progetti dello star bene a scuola, deve insegnare ai giovani la scomodità, perché la conoscenza è sempre scomoda.

Conoscere non appaga, mette in crisi.  Ma senza scomodità non c’è cambiamento, perché è solo quando non si è più cum-modus conformi alla “misura” che ci impongono gli altri che  c’è per tutti la speranza di cambiare.

Di fronte all’ombra di minacce planetarie che oggi ci fanno spaventare, solo questo ci può aiutare: essere scomodi  perché l’umanità possa ancora continuare per tanti millenni in avvenire a scrivere, avendo tanti uomini di buona volontà come Lorenzo Milani,  la sua meravigliosa narrazione.

*Relazione al Convegno sulla pedagogia di Don Milani tenuto presso la Biblioteca Bassani di Ferrara il 2-11-2007.

Pubblicato in Rivista dell’Istruzione, 2-2008, marzo/aprile anno XXIV, Maggioli Editore

 


[1] Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina, pg. 80

[2] Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina, pg. 96

[3] A. Maalouf, L’identità, Bompiani, Milano, 2005, pg. 18

[4] E. Morin, I sette saperi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001, pg. 11

[5] G.Bocchi, M. Ceruti, Educazione e globalizzazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004, pg. 6