Don Milani e la scuola di oggi*

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Cattivi e buoni maestri

I quarant’anni dalla pubblicazione di “Lettera a una professoressa” hanno dato luogo alle celebrazioni, alle liturgie, al servizio del tempio pedagogico, scatenato detrattori e estimatori dell’opera del parroco di Barbiana e spesso, come avviene in questi casi i detrattori di ieri sono gli estimatori di oggi.

Per i detrattori la scuola di oggi è il prodotto dell’insegnamento dissennato di Lorenzo Milani, per il quale i processi evidentemente non finiscono mai, neppure dopo la morte.

La scuola del lassismo, la scuola dei debiti non saldati, la scuola dove non si boccia più così come volevano i ragazzi di Barbiana, la scuola dove non si studiano più, come suggerivano gli allievi di Milani, le poesie del Foscolo, Omero e l’Iliade tradotta da Vincenzo Monti, la scuola dello statalismo, della burocrazia, del corporativismo sindacale degli insegnanti.

 “La scuola di oggi è esattamente la scuola che voleva lei quarant’anni fa. Era il 1967. Quarant’anni dopo possiamo dirle che abbiamo esaudito quasi completamente le richieste di quel suo ragazzino, e questa notizia di sicuro le farà piacere; a parte il contratto dei metalmeccanici che non so se abbiamo messo davvero nei programmi…

Così scrive Paola Mastrocola, La sua utopia si è realizzata, purtroppo, su La Stampa del 17 maggio 2007.

Cinque giorni dopo sul “Corriere della Sera” Giovanni Belardelli ritiene “fuori luogo” che si continui a considerare Lettera a una professoressa, “libro di quarant’anni fa come fosse portatore di una positiva, e ancora attuale, rivoluzione pedagogica”.

Ci sono poi quelli che celebrano l’esperienza di Barbiana in quanto precorritrice della scuola come prodotto della società civile contro ogni visione statalista che annulla la vitalità della società civile stessa, che citano Lorenzo Milani come esponente della scuola che non offre soltanto conoscenze e competenze, ma concorre alla formazione integrale  della persona.

Sono gli stessi che l’8 febbraio 2001 promuovono l’Appello per la scuola della società civile per i quali: “Una scelta decisiva e non più rinviabile …consiste nell’abbandonare il modello statalista ancora dominante nel nostro Paese, per fare spazio ad un nuovo assetto fondato sulle espressioni più vive e dinamiche della società civile. In tal senso va favorito il passaggio del sistema dell’istruzione e della formazione da organismo dello Stato a strumento a servizio della società civile”. Appello sottoscritto tra gli altri da Giuseppe Bertagna, Dario Antiseri, Ferdinando Adornato.

Fino ad arrivare all’articolo di Mario Pirani, La Scuola nel Paese dei Balocchi, su “la Repubblica” del 20 ottobre del 2007 dove “l’automatismo delle promozioni generalizzate quale che fosse il grado di apprendimento” viene presentato come distorsione dell’insegnamento di don Milani che si basava su due pilastri, la valorizzazione della figura del maestro e lo sforzo per insegnare a tutti, anche con modalità nuove e particolari per i meno dotati.

Ritengo che fosse ben lontano dall’intenzione dell’ uomo Lorenzo Milani, come di tutti i grandi e i giusti, l’idea di poter essere un profeta della scuola  e che lucidamente fosse consapevole che ogni esperienza assume valore per come si definisce storicamente e per come si evolve nell’insieme delle vicende che l’hanno determinata.

Per questo non amo le celebrazioni, perché mai nulla è come un istante prima; almeno della società liquida e della precarietà, che sembrano essere i connotati prevalenti della società in cui viviamo, della nostra epoca postbarbiana assumiamo questo vantaggio che ritengo preziosissimo per chi di mestiere produce cultura: la disponibilità alla ricerca continua, alla discussione mai conclusa una volta per tutte.

E allora per tornare al tema di questo incontro “Don Milani e la scuola d’oggi” mi sembra corretto ridare voce ai ragazzi di Barbiana e a quanto di progettuale, e quindi di gettato in avanti nel tempo, c’era nelle intenzioni della loro esperienza: Le riforme che proponiamo, scrivevano in Lettera a una professoressa  nel 1967:

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme.

I – Non bocciare

II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo

III – Agli svogliati basta dargli uno scopo [1]

Scuola secondo Costituzione

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno…”

È un sogno che accompagna tanta parte della storia dell’umanità almeno a partire dall’epoca dell’Illuminismo e che i nostri Costituenti hanno fatto proprio:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…” (art. 3 Cost.)

È il cuore dell’utopia di Lorenzo Milani, quella di aver creduto nella scuola che ha il compito di fare il cittadino sovrano e non suddito, di aver creduto nella cittadinanza democratica, nella sovranità del popolo, che possa esserci una società con sempre maggiore giustizia, nel progresso come processo di emancipazione e liberazione dell’umanità.

Ci sarebbero pagine bellissime da andare a rileggere di quel diario che Mario Lodi scrive per Katia futura maestra, e che porta il titolo di Il paese sbagliato,  dove si ripropone la convinzione, l’idea prima, di questi grandi maestri della scuola, Freinet, Lodi, Ciari, Milani, Capitini e altri ancora, che l’emancipazione dell’uomo passa attraverso la politica e la scuola, la politica e la cultura, la politica e l’educazione: non si è cittadini senza educazione, non c’è educazione se non si è cittadini.

È l’utopia di Tommaso Moro e di tutti i grandi del passato e del presente, che hanno sognato e sognano l’uomo nuovo, l’uomo diverso, artefice di un mondo migliore in cui gli uomini siano in grado di esprimere la loro essenza, cioè: l’ umanità.

L’antagonista dei ragazzi di Barbiana è la scuola di Stato che anziché corrispondere al dettato dell’art.3 della Costituzione e dell’art. 34 agisce asservita alla cultura delle classi dominanti, è la scuola come apparato ideologico di Stato, per dirla con Althusser, che nel suo meccanismo perpetua la discriminazione di classe e la selezione per censo.

Quella scuola oggi non c’è più. E il fatto che non c’è più è una grande conquista democratica, culturale e di civiltà. E’ avvilente doverlo ricordare ogni volta.

Non posso nascondere il sospetto, più di un sospetto, che la scuola pubblica oggi incontri  tanti disposti a squalificarla e a svuotarla di ogni significato, proprio perché la scuola pubblica oggi non è più quella di ieri, non solo è la scuola dei Gianni e dei Pierino, ma è anche la scuola di Shamira e di Amin, e di tanti altri ancora, di tutti e di ciascuno, per questo, temo,  si moltiplicano le voci che rivendicano la scuola della società civile, di meno Stato e più mercato.

Con questo, tuttavia,  il sogno dell’eguaglianza è ben lontano dall’essere compiuto.

Quarant’anni fa lo stato sociale era ancora da conquistare, oggi la grande sfida che abbiamo di fronte è quella di riuscire a difenderlo, di riuscire a difendere le conquiste che le battaglie democratiche ci hanno consentito di ottenere.

 Dalla società fondata sull’etica del lavoro, nel caso di Barbiana del lavoro contadino, siamo passati alla società fondata sull’etica dei consumi, come ci fa capire Bauman.

Il tema dell’eguaglianza è sempre più planetario, anzi per dirla con un neologismo alla Geertz sempre più glocale, richiede da un lato la necessità di un pensare globale ma dall’altro la capacità e l’intelligenza di un agire  locale.

Ma la contraddizione che oggi viviamo è che mentre siamo tutti costretti a pensare globale ci mancano poi i mezzi per l’agire locale quotidiano, perché i luoghi della decisione politica, i luoghi dei flussi economici si allontanano sempre più da noi.

È la lingua che ci fa eguali…

Ogni luogo è mondo, ogni luogo è globale, incontro di lingue, di culture, di identità. E le nostre scuole oggi sono sempre più tutto questo, sempre più tendono a diventare mondo o sono chiamate a diventare mondo!

Per cui l’eguaglianza nelle nostre scuole oggi come allora, ancora una volta, passa attraverso la lingua, non la lingua dei sarmenti e dei sormenti, la lingua nazionale che confligge con il dialetto, lingua identitaria dei ragazzi di Barbiana, ma con le  lingue altre  e le  identità altre, storicamente costituite oltre i confini del nostro concetto di  Stato-nazione.

I ragazzi di Barbiana scrivono: “Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basti che parli[2]

Voglio soffermare la vostra attenzione su questa frase: Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione  altrui.

È qui credo che non ci siamo sull’intendere l’espressione altrui nel significato più ampio del termine.

Nonostante tanti sforzi pregevoli la mia impressione è che la confusione sia ancora grande, temo che la nostra scuola, da questo punto di vista, nelle sue pratiche  ancora soffra di etnocentrismo, o tenti di liberarsene un po’ goffamente,  senza quindi riuscirci ancora.

Questa bella espressione dei ragazzi di Barbiana è un punto ancora critico della nostra scuola, e certo i ragazzi di Barbiana allora non potevano prevedere che un giorno avrebbe assunto le fattezze del volto della figlia e del figlio di chi è migrante.

Io non so chi è più svantaggiato, se il ragazzo o la ragazza che entra nella nostra scuola senza intendere la nostra lingua o se lo svantaggio piuttosto è nostro, nostro di insegnanti e di operatori della scuola che dovremmo praticare l’accoglienza e l’ascolto e  che invece non intendiamo quella lingua e con essa il modo di pensare di quella ragazza e di quel ragazzo, il loro modo di costruire le mappe della realtà, da questo punto di vista non dobbiamo dimenticare l’importanza e l’attualità della lezione di Vygotskij di Pensiero e linguaggio,  più in generale della scuola storico-culturale, e l’immenso ritardo che da quella lezione ancora ci separa.

È la lingua che ci dà identità

Amin Maalouf, giornalista francese nato in Libano, ci ha insegnato che l’identità prima di tutto passa attraverso la propria lingua, identità è una delle parole false amiche perché: La mia identità è ciò che fa sì che io non sia identico a nessun ’altra persona.[3] Potremmo dire che è una parola che afferma il contrario di quello che dice!

Allora la scuola oggi su questo tema deve misurarsi con un altro insegnamento che resta attuale dei ragazzi di Barbiana: “Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti eguali fra diseguali”.

La scuola di Barbiana è una scuola laboratorio, laboratorio sociale, e seppure confinata in una canonica è aperta al mondo e sul mondo, non tramite internet, ma attraverso  la corrispondenza tra persone vere, una scuola che ha saputo confrontarsi  con le culture e i linguaggi della propria epoca.

Perché una scuola è questo o non è.

I contesti cambiano, ma la sfida dell’istruzione è sempre la stessa: appropriarsi degli strumenti critici, degli strumenti che consentono di giudicare, di decidere, di scegliere.

Anche da questo punto di vista la scuola o è laboratorio nel senso etimologico del termine o non è.

Come allora a Barbiana, oggi nella scuola pubblica dobbiamo sperimentare non omologare. Sperimentare le interazioni delle culture, sperimentare tutti i linguaggi della comunicazione, tenendo conto di quelli del corpo, sperimentare il fare cooperativo, porre gli individui nelle condizioni di trovare gli strumenti per sviluppare la propria soggettività e di  scoprire nello stesso tempo le potenzialità di un’intelligenza collettiva motore di ogni confronto, di ogni comunicazione, di democrazia e cittadinanza sociale.

Non bocciare

Voglio venire ora alla prima delle proposte di riforma dei ragazzi di Barbiana: Non bocciare, così espressa sotto forma di un comandamento.

Io credo che dovrebbe essere l’undicesimo comandamento: non bocciare nella scuola, non bocciare nella vita.

To blackball, dicono gli inglesi, dar palla nera.

La nostra scuola seleziona sempre meno, chi seleziona oggi è la società. La società della conoscenza, ancora il titolo di studio dei genitori, l’aria che si respira in famiglia, influenzano il destino scolastico dei figli.

Sono le indagini internazionali, l’OCSE-PISA che danno la palla nera alla nostra scuola collocandola agli ultimi posti per formazione alla comprensione del testo, per preparazione matematico-scientifica.

Allora la nostra scuola così com’è boccia ancora, non nel senso della selezione di classe, anche se questa ancora non ha cessato i suoi tristi effetti, ma nel senso che boccia tutti indistintamente, perché anche quando promuove non promuove, e in questa situazione sono i soggetti socialmente più deboli quelli che continuano a pagare il prezzo più alto.

Boccia perché inadeguata a preparare i cittadini di domani a vivere nella società della conoscenza, nonostante gli obiettivi programmatici dell’agenda di Lisbona.

Boccia per mancanza di investimenti e strutture adeguate, boccia per mancanza di investimenti sulla formazione degli insegnanti, boccia per l’assenza di una riflessione seria su come si costruisce e si forma la conoscenza oggi.

In questi giorni di lettura nelle scuole delle Indicazioni per il curricolo si sprecano le citazioni di Edgar Morin e del suo La testa ben fatta con ispettori che arrivano a dire che non c’è nulla di nuovo perché tanto l’aveva già detto Aristide Gabelli, quello dello strumento testa. Come avesse già fatto a dirlo nel 1888 qualcuno ancora me lo deve spiegare, per cui credo che queste esternazioni già da sole possano costituire tutto un programma di ciò che ci possiamo attendere.

Qualche altro dirigente sentenzia che da Jacque Maritain a Edgar Morin non c’è alcuna differenza, francamente sarebbe come dire che nulla è cambiato dal 1936 anno della prima edizione di Umanesimo integrale o il 1942 anno della pubblicazione di “L’educazione al bivio” e il 1999 anno in cui Edgar Morin pubblica La tête bien faite!

La scuola italiana evidentemente deve essere il luogo dell’eterno divenire eracliteo, tutto scorre, panta rei, tutto non è mai nuovo perché è sempre  già stato. Forse hanno ragione se fanno riferimento alla reintroduzione degli esami di riparazione, accompagnata dall’assenza di una riflessione seria. Pare che i debiti si accumulino tutti alle superiori, come se il tratto precedente, il primo ciclo, la scuola di base fosse inincidente, salvo scoprire che i debiti si accumulano in matematica e nelle lingue straniere, forse una seria riflessione sulla didattica della matematica e delle lingue straniere nella scuola di base meriterebbe d’essere avviata.

I saperi di cittadinanza

Ma non è di questo che voglio parlare, voglio riprendere il non bocciare della scuola di Barbiana che oggi per essere onorato richiede una scuola che sappia formare tutti e ciascuno ad essere cittadino competente nella società della conoscenza.

Competente significa com-petere, saper porre la domanda giusta, saper scegliere la direzione, sapersi orientare e attrezzare per risolvere i problemi, potremmo dire con Auguste Comte: savoir pour prévoir, prévoir pour pouvoir. Sapere per prevedere, prevedere per potere. Sapere per avere il potere di agire, dunque.

Agire nella condizione attuale, come è scritto nelle Indicazioni per il curricolo, “dell’uomo planetario, definita dalle molteplici interdipendenze fra locale e globale (…) premessa indispensabile per l’esercizio consapevole di una cittadinanza nazionale, europea e planetaria”.

Il tema della cittadinanza che è tanto caro a Barbiana, perché attraverso di essa passa la dignità di ogni  donna e di ogni uomo, oggi si declina in questi termini.

Il sapere come narrazione

Barbiana è il luogo della grande narrazione culturale, del sapere non come trasmissione ma come intreccio della trama delle conoscenze che l’umanità ha narrato fino ad oggi, narrato nel senso etimologico di gnarus che hanno cioè permesso di rendere l’umanità esperta e di consentire, a sua volta, di rendere esperti ogni ragazza e ogni ragazzo attraverso lo studio e la scuola.

Le discussioni nella stanza di Barbiana danno pienamente l’idea di un sapere di cui ci si appropria per narrazione e non per trasmissione, di un sapere democratico dove non si assimila la mappa mentale dell’altro, ma dove si costruiscono e si acquisiscono gli strumenti per costruire in autonomia la propria mappa mentale, la propria rappresentazione del mondo.

Le suggestioni culturali qui ci sono tutte da Bruner a Umberto Eco che definisce la narrazione come il modo di mettere ordine al disordine delle esperienze.

Come non sentire in quel modo di fare scuola, in quel far scuola che non poteva neppure prendere in  considerazione l’esistenza della bocciatura, perché aveva la sua ragione d’essere nella promozione di ciascuno come dato di partenza, di avvio e non di arrivo, come non sentire che già Lorenzo Milani e i suoi ragazzi non si erano posti tanto e solo il tema della motivazione allo studio ma quanto piuttosto il tema ben più impegnativo della conoscenza, di che cosa sia la conoscenza?

Edgar Morin, poco più di trent’anni dopo scriverà: “E’ sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.”[4]

 La conoscenza dice non può essere considerata come un attrezzo ready made, pronto per l’uso, a portata di mano. E’ necessario introdurre e potenziare nell’insegnamento lo studio dei caratteri cerebrali, mentali e culturali della conoscenza umana, scrive Morin.

Ecco, ubbidire oggi al comandamento di Barbiana: non bocciare, vuol dire per chi fa professione di didattica dei saperi, e non di trasmissione del sapere, porsi seriamente il problema della conoscenza, di che cosa sia oggi la conoscenza.

Che la conoscenza non è mai un punto di arrivo, noi non arriviamo mai, noi produciamo solo punti di partenza. Noi dobbiamo smetterla di elaborare programmi a cui arrivare, ma sempre programmi da cui partire.

A me piace ricordare la storiella del Grande Imperatore della Terra Gialla che perde la sua perla magica, e allora chiama Conoscenza a cercarla, ma non la trova, allora chiama Chiarosguardo, ma anche questi non la trova, solo quando chiama Senzameta ritrova la sua preziosa perla. Ecco compito della scuola è insegnare ad essere senza meta, che la conoscenza è sempre senza meta, questa è la migliore eredità culturale che il secolo che ci siamo lasciati alle spalle ha lasciato in consegna a questo inizio di terzo millennio.

Non c’è nulla di più precario della conoscenza perché, se no, non saremmo ancora qui a interrogarci e a sforzarci di parlare di scuola.

È comunque ancora  alla scuola e all’università che la nostra società assegna  il ruolo decisivo nella costruzione  delle mappe cognitive degli individui.

La condizione umana è oggi caratterizzata da processi temporali, da dimensioni spaziali e da forme di relazioni qualitativamente nuove e in parte inattese, che a Barbiana non si potevano prevedere.

E la pur grande intelligenza dei ragazzi di Barbiana  aveva appena sfiorato la complessità degli oggetti di studio dei saperi stessi: l’uomo, la mente, il corpo, la società, l’ambiente, la Terra, l’universo…ma soprattutto era ancora molto distante dai problemi planetari che abbiamo oggi: ecologici, economici, tecnologici, sociali, culturali, politici.

Il sapere come ricerca

La posta in gioco è quella di delineare mappe cognitive  che incarnino l’idea del sapere come ricerca continua, aperta alla discontinuità, alla sorpresa, all’incertezza, alle sfide della scoperta e dell’innovazione.

Oggi la scuola promuove nella misura in cui è in grado di sviluppare nei ragazzi e nelle ragazze una sensibilità non solo al “sapere di non sapere”, come estendere le proprie competenze nei territori disciplinari dati, ma anche al “non sapere di non sapere” come ristrutturare l’organizzazione delle proprie competenze in presenza di nuove acquisizioni o di nuovi bisogni, che possono essere anche rapidi e imprevisti.

Sempre di più – scrive Mauro Ceruti, presidente della commissione che ha prodotto le nuove Indicazioni per il Curricolo – il problema diventa quello di formare un individuo che sappia costruire un futuro che non è affatto predeterminato, ma che dipende in maniera critica dalle capacità di visione e di immaginazione.[5]

È l’eccellenza a cui pensava il Bruner dei “Saggi per la mano sinistra”, rispetto la quale lo strutturalismo pedagogico non è più da tempo una risposta sufficiente.

Di qui emerge nuovamente la centralità dell’individuo, di un individuo che oggi non è solo chiamato a partecipare alla costruzione della collettività locale ma ad essere responsabile della costruzione di quella ben più ampia, quella della collettività globale, della cittadinanza planetaria.

La tradizionale missione della scuola, quella della formazione di un cittadino “nazionale”, oggi si riforma, si allarga e si moltiplica. All’obiettivo tradizionale della formazione di un cittadino nazionale si accompagnano i nuovi obiettivi della formazione di un cittadino europeo e di un cittadino planetario.

La scuola a “pieno” tempo

Voglio venire al secondo punto delle riforme proposte dai ragazzi di Barbiana:

A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.

Questa espressione “a pieno tempo” è rimasta per sempre confinata alle pagine di Lettera a una professoressa.

Abbiamo fatto la scuola a tempo pieno, la scuola a tempo prolungato ma mai la scuola a pieno tempo.

Non l’abbiamo fatta non perché abbiamo perso una battaglia politica o ne abbiamo vinta una a metà, non l’abbiamo fatta perché oggettivamente non la potevamo fare, in quanto peculiarità esclusiva dell’esperienza di Barbiana.

Lo spiega bene il priore nella lettera che il 18 ottobre 1965 invia da Barbiana ai  giudici del tribunale di Roma: “Una scuola austera come la nostra, che non conosce ricreazione né vacanze, ha tanto tempo a disposizione per pensare e studiare. Ha perciò il diritto e il dovere di dire le cose che altri non dice. È l’unica ricreazione che concedo ai miei ragazzi.

Parole simili sono cariche di una suggestione culturale unica che solo ai ragazzi di Barbiana è stata data la fortuna di vivere.

Sono espressione della sublimazione della scuola in autentica esperienza di cultura. Sono espressione di quei rari  momenti magici di incontro e di fascinazione tra maestro e alunni.

Scuola: ambiente di apprendimento

La scuola a pieno tempo è la scuola ventiquattro ore su ventiquattro è quella cosa che, guarda caso, non si  apprende a scuola ma fuori della scuola, che apprende e pratica chi fa cultura: che tutto nella vita è scuola. Che è stupido distinguere tra dentro e fuori della scuola.

Questo avrebbero dovuto insegnarci, prima la televisione e poi internet. Noi invece nelle nostre scuole insegniamo che la scuola è un conto e la vita è un altro.

L’osmosi tra scuola e vita non siamo in grado né di costruirla né di praticarla, perché i codici della scuola ancora confliggono con i codici della vita.

Ce ne siamo accorti e per colmare questo iato ci siamo inventati lo star bene a scuola, per cui anche lo star bene non è più uno stato naturale ma va progettato. A scuola non si sta bene perché evidentemente le nostre scuole non sono ambienti famigliari. Famigliare invece, sia pure nella sua austerità era per i ragazzi di Barbiana la canonica di don Lorenzo.

Le nostre scuole sono ancora grandi magazzini, grandi silo, grandi contenitori di generazioni che per diverse ore ogni giorno sono sottratte alla vita, alla vita sociale e il guaio di oggi è che quelle più di mille ore all’anno passate dalle nostre ragazze e dai nostri ragazzi sui banchi di scuola, tra le quattro pareti dell’aula non mantengono oggi neppure più la promessa per cui sono state inventate, non servano cioè neppure più a prepararli al lavoro secondo le necessità di una società fondata sulla divisione del lavoro, perché con la globalizzazione non solo è venuta meno l’etica del lavoro, ma è venuta meno, di conseguenza, l’etica e la funzionalità di quella stessa divisione del lavoro, di quel modello di mondo a cui questa scuola era funzionale e faceva riferimento.

Secondo quel modello le nostre scuole sono organizzate per classi secondo il criterio cronologico dell’età, non per interessi, non per competenze, non per obiettivi, tutti a quella determinata età e a quell’ora, seduti allo stesso modo, dal banco verso la cattedra, a fare le stesse cose, basta entrare in una delle nostre classi per averle viste tutte.

A Barbiana i ragazzi non sono una classe, a Barbiana i ragazzi non sono divisi per età, si pratica l’apprendimento cooperativo, chi sa insegna a chi non sa, che sia più giovane o che sia più vecchio non importa, ogni giorno si scelgono i percorsi da intraprendere, ognuno acquisisce abilità per strade diverse, con motivazioni diverse, con tempi diversi.

Ma a Barbiana tutto è apprendimento, in questo senso Barbiana è una scuola a pieno tempo.

Persone: soggetti che apprendono insieme

Dall’ 8 marzo del 1999, nel giorno dedicato alle donne, in Italia nasce ufficialmente l’autonomia delle scuole: didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Da allora abbiamo fatto la scuola dei progetti, ma non siamo riusciti a sviluppare uno straccio di Progetto di Scuola, incartati come siamo in questo paese nel personalismo e non personalismo, nell’educare o nell’istruire, ora abbiamo trovato la sintesi sublime, con le nuove Indicazioni nell’educare istruendo.

Da un prete dobbiamo andare a lezione di laicità, tutti: destra e sinistra.

Da un prete come don Milani che aveva in mente un progetto di scuola e per questo si è battuto: una scuola senza classi, senza banchi, senza cattedre e con tanti libri. Se vi guardate attorno nelle nostre scuole crescono i banchi e le cattedre, sembrano magazzini di arredi in disuso, ma  spariscono sempre di più i libri.

Io credo che sia giunto il momento di avviare una riflessione seria su che senso ha mantenere una scuola ancora fondata sulle classi e sulle cattedre, su tutti fanno tutto nello stesso momento a prescindere dalle motivazioni, dagli strumenti, dalle attitudini, dalle proprie scelte di vita.

Temo che sia la personalizzazione che l’insegnamento individualizzato abbiano finito per prescindere dall’individuo, da ogni singolo individuo, di anteporre cioè il raggiungimento dell’obiettivo, degli obiettivi, il compimento del programma alla considerazione vera dei bisogni formativi dell’individuo stesso.

Francesco Antinucci, autore di La scuola si è rotta scrive che nella nostra scuola il modo di apprendere dominante è quello “simbolico-ricostruttivo”, proprio del personal text: decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono, una specie di “ricostruzione di ricostruzioni”. Nella didattica della nostra scuola non ha cittadinanza l’apprendimento “percettivo-motorio” proprio del personal computer perché basato su cicli ripetuti di percezione-azione. Vuol dire che nessuno di noi ha imparato ad usare il computer dalla lettura di un manuale, che del resto sono illeggibili, ma per prove ed errori, per tâtonnement avrebbe detto Célestin Freinet.

Di conseguenza nelle nostre scuole i nostri alunni sono sempre dei cavalieri dimezzati.

A Barbiana non avevano il personal text, vale a dire i libri di testo tutti eguali e indubbiamente non potevano avere i personal computer, ma certo l’apprendimento coinvolgeva i ragazzi tutti interi.

 Ecologia dell’apprendimento cooperativo

Forse prima di restaurare gi esami di riparazione era il caso di impegnarsi ad avviare una riflessione seria su questi problemi.

Le nuove Indicazioni reintroducono il concetto di scuola come ambiente di apprendimento. Concetto bellissimo e importantissimo che era stato introdotto più di vent’anni fa dai nuovi programmi della scuola elementare.

Bello perché suggerisce che nella scuola tutto è apprendimento, che il modo di essere e di comunicare dell’ambiente, i suoi spazi e i suoi arredi sono  determinanti per la formazione, l’educazione e l’istruzione degli alunni.

È la lezione dell’Ecologia dello sviluppo umano di Urie Bronfenbrenner.

Ma la scuola oggi è ambiente di apprendimento se come tutti i sistemi è in grado di autoapprendere, di costruire la propria cultura, la cultura di scuola.

La scuola non può preparare i giovani alla discontinuità, alla sorpresa, all’incertezza, alle sfide della scoperta e dell’innovazione, se per primi non sono gli insegnanti a voler ricercare, sperimentare, mettere in discussione le rigidità di un sistema che ogni giorno si presenta sempre più inadeguato.

Ma questo paese deve essere consapevole che ha un’urgenza e questa urgenza si chiama classe insegnante: sottopagata, massacrata dalle cronache quotidiane, annichilita dalla politica.

Le Indicazioni per il Curricolo dicono chiaramente che la progettazione del curricolo è definitivamente affidata alle scuole.

Il paese e la scuola allora hanno bisogno di insegnanti professionalmente preparati, capaci di ricerca e di innovazione, di insegnanti motivati e intraprendenti, non hanno bisogno né di grigiore né di mediocrità.

C’è bisogno di professionisti della cultura capaci di decidere, organizzare, assumersi le responsabilità, capaci di spiegare al paese le ragioni delle loro scelte e del loro operare.

Ma per fare tutto questo gli insegnanti hanno bisogno di sentirsi apprezzati, valorizzati, stimati per le loro competenze e per il loro lavoro  e per il servizio che rendono al paese e alle famiglie, che spesso sappiamo essere latitanti.

 Il senso dell’istruirsi

 Il terzo punto che voglio toccare è l’ultimo della riforma proposta dai ragazzi di Barbiana: Agli svogliati basta dargli uno scopo

Dietro a quel termine svogliati c’è un’idea onesta e pulita di etica dello studio, che lo studio è fatica e che è sufficiente far comprendere che è una fatica che vale la pena di sostenere per restituire la voglia a chi non ce l’ha.

Rispetto alla realtà di oggi che al termine svogliato ha sostituito bullismo e mobbing sembra di leggere le favole della nonna, quelle che finivano con la morale o con gli esempi edificanti, qualcosa ancora del libro Cuore.

La scuola di Barbiana era scuola di non violenza, la scuola dove si legge Gandhi e  Aldo Capitini, è la scuola dell’obiezione di coscienza alla guerra e al servizio militare, è la scuola di L’obbedienza non è più una virtù.

È naturale che fosse così, perché scuola e violenza sono termini che neppure possono essere affiancati, sono parole che si respingono.

Però mi sembra che, si tratti di svogliati o di bulli, i ragazzi di Barbiana centrino il problema: quello di dare uno scopo. Ed  è esattamente quello che la società degli adulti oggi dentro e fuori della scuola non è più capace di fare con i giovani.

C’è un vuoto d’etica nel sociale e nella politica, ma c’è un vuoto d’etica anche dentro alla scuola: l’etica dello studio, l’etica della responsabilità, l’etica dei diritti di tutti e di ciascuno, l’etica del dovere.

 La ricerca dei ragazzi è sempre identitaria, che siano bambini o che siano adolescenti, è la ricerca di modelli in cui riconoscersi e da condividere, di modelli per cui valga la pena di affrontare la fatica di crescere o per alcuni il male di vivere, per scomodare le nostre letture di adolescenti.

In questo scuola e  insegnanti non possono sfuggire alla grande responsabilità che portano: quante aspettative abbiamo tradito, quante speranze o buone intenzioni abbiamo fatto crollare.

 La forza della testimonianza

Don Milani ha costituito per i suoi ragazzi un modello di maestro nel quale identificarsi: un testimone. Testimone è colui che dimostra coerenza tra i suoi pensieri e i suoi atti.

La difficoltà per chi cresce, e  crescere ha la stessa radice di creare, per cui ognuno crea se stesso, è l’autore di se stesso, la difficoltà per chi cresce è sempre la stessa,  è quella di ritrovare coerenza negli adulti tra i loro pensieri e i loro atti. Perché non c’è nulla di più forte più capace di metterci in discussione della coerenza.Ce lo dice don Milani nella lettera ai giudici che citavo prima:

Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro…E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.-

 Mi chiedo se la scuola e gli insegnanti possono permettersi questa assenza di coerenza, di non essere attenti e sensibili su questo piano. Chiaramente la risposta è no!

L’aggressività è un meccanismo complesso fatto di infinite sfumature, per la scuola essere luogo di pace e di non violenza richiede da parte degli insegnanti un forte senso etico, una attenta sensibilità, una vigilanza scrupolosa dei propri comportamenti, fa parte della deontologia professionale dell’insegnante. L’insegnante è sempre un mass media, uno di fronte a tanti, tutto dei suoi gesti, delle espressioni del volto, degli atteggiamenti, degli sguardi, delle parole viene colto dagli studenti, nulla di loro sfugge agli studenti, possono sfuggire all’attenzione della classe le parole della spiegazione, ma non i messaggi del linguaggio non verbale. Gli insegnanti devono sapere che la loro autorità non passa mai attraverso l’autoritarismo che è violenza e aggressività, in qualunque modo si manifesti, ma attraverso l’autorevolezza della propria competenza professionale, dell’accoglienza, dell’ascolto, dell’assenza di giudizio, della coerenza.

Come insegnanti e operatori della scuola, come adulti educatori dobbiamo imparare da Lorenzo Milani e da quanti come lui ad essere testimoni, ad essere ascoltati dai ragazzi perché coerenti nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti, forse la testimonianza del nostro modo d’essere, allora come oggi, può ancora aiutare a restituire uno scopo a quei giovani per i quali la vita sembra meritare di non averne.

 Un’intelligenza scomoda

Don Milani fortunatamente per noi è stato un prete, di quelli che venivano definiti preti scomodi. Questo significa che la ricerca, l’intelligenza, il cambiare paradigma nel guardare al mondo è sempre un fatto scomodo e che il nostro mestiere, di noi che lavoriamo nella scuola e nella cultura, se è fatto bene, non può che essere scomodo, il più scomodo di tutti.

E la scuola, potrà sembrare paradossale dirlo oggi nel momento in cui siamo impegnati nei progetti dello star bene a scuola, deve insegnare ai giovani la scomodità, perché la conoscenza è sempre scomoda.

Conoscere non appaga, mette in crisi.  Ma senza scomodità non c’è cambiamento, perché è solo quando non si è più cum-modus conformi alla “misura” che ci impongono gli altri che  c’è per tutti la speranza di cambiare.

Di fronte all’ombra di minacce planetarie che oggi ci fanno spaventare, solo questo ci può aiutare: essere scomodi  perché l’umanità possa ancora continuare per tanti millenni in avvenire a scrivere, avendo tanti uomini di buona volontà come Lorenzo Milani,  la sua meravigliosa narrazione.

*Relazione al Convegno sulla pedagogia di Don Milani tenuto presso la Biblioteca Bassani di Ferrara il 2-11-2007.

Pubblicato in Rivista dell’Istruzione, 2-2008, marzo/aprile anno XXIV, Maggioli Editore

 


[1] Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina, pg. 80

[2] Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina, pg. 96

[3] A. Maalouf, L’identità, Bompiani, Milano, 2005, pg. 18

[4] E. Morin, I sette saperi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001, pg. 11

[5] G.Bocchi, M. Ceruti, Educazione e globalizzazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004, pg. 6

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