Quando le ombre distraggono dalla realtà

Plato's cave

 

Le sei idee di Tuttoscuola

    Ai primi di settembre dell’anno scorso, con la ripresa delle attività scolastiche, la rivista Tuttoscuola proponeva sei idee per rilanciare la nostra scuola e contribuire alla crescita del Paese.

Le idee messe in campo dai redattori, con l’invito di contribuire ad aprire un dibattito intorno ad esse, sono l’ottimizzazione delle strutture scolastiche, l’abbattimento degli abbandoni scolastici, la carriera docente, l’autonomia, la lotta agli sprechi, la digitalizzazione.

Tutti temi pratici, per così dire strumentali, nessun tema teorico, nessun tema generale.

Sano pragmatismo o l’urgenza di ricorrere ai ripari prima che la casa crolli definitivamente?

Perché, ad esempio, gli abitatori quotidiani della casa, gli studenti, non sono neppure citati tra le priorità individuate, neppure presi in considerazione. Quelli sono gli utenti, sono i fruitori, gli utilizzatori finali del sistema. Di loro non si ragiona. Ma pare che di loro non si ragioni ormai da troppo tempo.

Sei idee tutte interne al sistema scolastico come oggi si configura. Tuttoscuola non avanza alcun dubbio in merito alla sua adeguatezza, sebbene viviamo in tempi di nuovi paradigmi per i sistemi scolasti nel mondo globalizzato, in un Paese che, in termini di riflessione e di ricerca sull’istruzione, esprime tutto il suo provincialismo, ansioso per gli esiti delle indagini OCSE, ma indifferente o assente rispetto a quanto oggi si va muovendo sul terreno della ricerca educativa in giro per il mondo dalla Cina al Giappone, dagli Stati Uniti all’Unione Europea.[1]

Eppure il nostro sistema scolastico, dopo essere stato privato di risorse finanziarie e culturali importanti, oggi appare fermo al palo, tutto ripiegato su se stesso, neppure in grado di leccarsi le ferite di decenni di politiche che hanno prodotto il massimo di mortificazione dell’istruzione nel nostro Paese, con un ministro che ora pensa di raccattare idee di cambiamento dai referendum online. Come se, per riconsiderare i luoghi dello studio, non occorresse molto studio   e, per di più, predisposto per tempo.

Sicuramente si tratta di idee che denunciano anni di abbandono della scuola da parte dei policymakers di casa nostra, che invocano l’ovvia urgenza di provvedere a quanto di più elementare è necessario affinché l’organizzazione minimale di un sistema formativo possa funzionare, ma che hanno l’inaccettabile limite di non dire assolutamente nulla sul futuro, su quello che i nostri giovani e le famiglie dovrebbero pretendere di ricevere e di ottenere dal sistema scolastico nazionale, sui bisogni formativi e di sapere che oggi sono necessari all’avvenire delle giovani generazioni.

Cosa significa nel terzo millennio formare cittadini e lavoratori destinati a portare se stessi per il mondo della competizione economica globale?

Il focus sull’educazione

A livello mondiale è ancora la crescita economica il focus delle politiche globali sull’educazione. La crescita economica continua ad essere contrabbandata come la misura per eccellenza del progresso sociale. La stragrande maggioranza delle nazioni mondiali ancora individua nella scuola e nei suoi curricoli il mezzo per fornire ai giovani ciò che si ritiene sia necessario per poter competere nel mercato globalizzato del lavoro e nel mondo dell’economia globale.

Nello stesso tempo però queste politiche sono oggi sempre più oggetto di critica per i loro effetti negativi sulla qualità della vita delle persone. Il Nobel dell’economia Amartya Sen, ad esempio, poco più di un decennio fa già esprimeva le sue preoccupazioni circa lo sviluppo di politiche incentrate solamente sulla crescita economica. Nel suo Development as Freedom egli individua nel tasso di longevità di una popolazione l’indicatore della qualità della vita umana.[2] Sen sottolinea che, poiché le variazioni della speranza di vita dipendono da una gamma di opportunità sociali che sono fondamentali per lo sviluppo (comprese le politiche epidemiologiche, l’assistenza sanitaria, le   strutture scolastiche e così via), una visione esclusivamente centrata sul reddito ha bisogno oggi di essere rivisitata, o quanto meno integrata, se si vuole giungere a una piena comprensione dei processi di sviluppo.[3]

Inoltre gli studi internazionali di economisti e di psicologi sociali hanno da tempo individuato i fattori sociali che influenzano la percezione soggettiva del benessere e la longevità.  Non può che essere considerato significativo che tra questi, nel mondo globalizzato, non ci sia l’istruzione nella sua forma attuale, se non solo quando consente di accedere a un lavoro ben retribuito.

Ma il valore dell’istruzione e dei sistemi formativi può essere oggi ridotto unicamente alla   preparazione degli studenti per il mercato del lavoro?

Gli stessi indicatori internazionali sembrano suggerire che la percezione individuale del diritto all’istruzione coinvolge in modo sempre più consapevole ed esteso il diritto soggettivo delle persone ad avere non solo un futuro di lavoro ma un progetto di vita da realizzare, e soprattutto un progetto di vita che sia di qualità, che investe la felicità individuale, la salute e la tutela dell’ambiente.

A tale proposito, la scoperta del contributo che l’istruzione può dare alla felicità delle persone e alla loro longevità dovrebbe essere considerata come una chiamata alle armi per cambiare profondamente le politiche dell’istruzione, sostiene Joel Spring, professore alla City University di New York e maggiore esperto dei sistemi educativi nel mondo.[4]

E’ tempo di nuovi paradigmi

I modelli educativi prevalenti nel tempo della globalizzazione hanno assunto come paradigma la positività della crescita economica e che il benessere consiste nell’accrescere la propria capacità di consumo di sempre nuovi prodotti. In questo sistema di industria e consumo l’uguaglianza di opportunità educative significa fornire a ciascuno un’eguale possibilità di essere formato per divenire partecipe dell’economia globale attraverso il lavoro e il consumo. L’uguaglianza delle opportunità consiste nel disporre di uguali chance di guadagno e di reddito per l’acquisto di un flusso infinito di prodotti fabbricati dall’ impresa globale.

Le scuole del mondo globalizzato finiscono così con l’assomigliare a fabbriche per la lavorazione della materia prima umana, testata e certificata per diventare forza di lavoro e di consumo globale.[5]

Ce n’è abbastanza per riflettere che 150 anni di organizzazione scolastica italiana, pressoché sempre identica, necessitano di ripensamenti radicali, ben più impegnativi delle sei idee di Tuttoscuola o dei referendum online annunciati dal ministro Carrozza.

La fruizione del diritto all’istruzione per l’integrazione sociale non appare più una finalità  sufficiente, istruzione e cultura sono ormai gli elementi indispensabili ad ogni singolo individuo, bambina e bambino, ragazza e ragazzo per poter concretamente esercitare il proprio diritto alla salute, alla felicità che non sono il diritto a consumare ma a costruire e realizzare un progetto di vita di qualità.

L’istruzione, la formazione, l’educazione non sono solo mezzo, strumento, occasione, sono invece parte determinante della qualità del progetto di vita di ciascun giovane. In questa dimensione ci rendiamo conto che lo strumentario delle classi, dei voti, della didattica ex cathedra, degli edifici scolastici riciclati da conventi e caserme, eccetera dovrebbe appartenere da tempo ad un’epoca ormai distante e che l’istruzione amica, esperienza ottimale per ciascuno, appagante richiede di essere vissuta e partecipata con mezzi, spazi, relazioni, strumenti che sono tutti da ripensare con creatività e lena.

Lo stesso sistema di valutazione delle competenze imposto dalla Banca Mondiale alle scuole dell’educazione globalizzata, l’OCSE PISA, ci deve vedere capaci di valutazioni e considerazioni largamente autonome, avendo l’occhio rivolto alla crescita delle persone, alle competenze necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita, più che agli interessi della crescita economica sociale. Il nostro sistema scolastico non può più continuare ad assomigliare al convoglio di un treno dove le classi sono i vagoni su cui si sale a seconda dell’età e dove il viaggio termina alla stazione a cui si scende o si è costretti a scendere.

E se la felicità entrasse a scuola?

E’ davvero tempo di nuovi paradigmi per la politica scolastica, non anche per il nostro Paese, ma soprattutto per il nostro Paese, che più di altri ha necessità di recuperare sulle numerose stagioni perdute e sui ritardi fin qui accumulati.

Le sei idee proposte da Tuttoscuola sembrano prodotte dagli schiavi della caverna di Platone che incatenati sono impediti di volgersi a guardare alle loro spalle, per cui scambiano le ombre proiettate sul muro innanzi a loro per la realtà. Non è che i temi proposti al dibattito dalla rivista non costituiscano delle urgenze, ma sono solo le ombre che proietta lo sfascio di una realtà che è ben più consistente e che non consente più di continuare a soffermarsi a contemplarne solo gli effetti senza prendere seriamente e urgentemente in considerazione l’insieme del corpo che genera quelle ombre. Perché quel corpo palpita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, del loro tempo, dei loro sogni, del loro e del nostro futuro.

Troppi anni, inutilmente, si sono perduti a inseguire delle ombre sulle analisi della nostra scuola, perdendo di vista che come non mai scuola e istruzione sono la vita dei nostri giovani e di questo un Paese, degno di tale nome, deve sentire di portare tutto il peso della responsabilità.

Una vita che non può continuare ad essere la vita di ieri, la vita di nostalgici passati, trascinata in una scuola dell’altro ieri, che non conosce i linguaggi dello studio come esperienze che coinvolgono e che esaltano, che chiamano a sfidare le proprie potenzialità e capacità, che ha significato perché ossigeno imprescindibile  dell’esistenza di ognuno, condotta in quell’arricchimento che solo danno i saperi quando sono coniugati non al passato, ma nella prospettiva del presente e del futuro, non come angusti luoghi di ripetizione, di  misura o di avvilimento delle intelligenze e delle persone.

Si può e si deve pensare a un sistema scolastico che sia luogo, non della retorica di star bene a scuola, ma di benessere che è ben altra cosa, ad un sistema scolastico che nella organizzazione della sua struttura, nei suoi curricoli, nei suoi metodi di istruzione e di studio contribuisca ad accrescere il benessere e la felicità delle persone, assumendo le persone, prese singolarmente, ognuna per se stessa come il prezioso capitale umano, come valore su cui il nostro Paese, attraverso l’istruzione e il suo sistema, investe per il proprio futuro e soprattutto per prospettare alle giovani generazioni un avvenire più felice, per il quale vale la pena davvero impegnarsi, investire gli anni preziosi della propria crescita.

 


[1] Si vedano:

Joel Spring, A new paradigm for global school systems, Lawrence Erlbaum Associates, Inc., Publishers, Mahwah, New Jersey, 2007

Joel Spring, Globalization of education, Routledge, New York, 2009

 [2] Amartya Sen, Development as Freedom, Anchor Books, New York, 2000

[3] Ibid., pp. 46 – 47

[4] Joel Spring, A new paradigm for global school systems, Lawrence Erlbaum Associates, Inc., Publishers, Mahwah, New Jersey, 2007, p. xi

 [5] Ibid., p.xi

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