Entriamo nel “merito”

Se sono povero di parole anche il mio pensiero sarà povero, se le parole sono sempre le stesse anche il mio pensiero sarà sempre lo stesso.

Ci mancano le parole per immaginare un mondo nuovo e rischiamo di usare solo quelle vecchie che appartengono a un mondo che non c’è più.

Per chi guarda al passato e sogna una sua restaurazione questo non costituisce un problema perché il  vocabolario che gli serve è sempre lo stesso.

Contrapporre alla riproposizione di quel passato le parole che possediamo da sempre è come cadere nella trappola, oltre a rilevare la debolezza del nostro pensiero ormai usurato dal tempo.

È quello che ci accade nella comunicazione pubblica per cui ci facciamo catturare dalle parole che ci sono famigliari e diffidiamo dei linguaggi che ci sembrano stranieri. 

E soprattutto sono lingue straniere quelle che provengono da mondi che ancora non ci sono e che non ci saranno mai se nessuno si assumerà l’ardire di iniziare a gettare le fondamenta per costruirli.

Un mondo che attende di essere costruito di nuovo è quello della scuola che non c’è. Mentre tutti bombardano l’edificio vetusto d’oltre un secolo, c’è chi pensa di ricostruirlo a immagine di come era e di come è sempre stato.

Allora se c’è chi pensa che la scuola deve selezionare, deve bocciare e in questo fa consistere il merito, semmai trovando d’accordo ampia parte di un pensiero pubblico immiserito dalle parole, che crede che chi non si impegna non merita di essere aiutato e quindi va sanzionato, caschiamo nell’inganno del moralismo per cui un furto è sempre un furto anche se rubi per fame.

Allora non è che i vessilliferi del merito li sconfiggi contrapponendogli l’articolo 3 della nostra Costituzione, perché il problema non sta nella selezione, nel merito e nelle bocciature, ma nel mantenere nel secolo nuovo un sistema formativo forse buono per il passato ma non per il futuro dei nostri giovani.

È la morte del futuro che continuamente ci viene proposta e da questa logica non possiamo farci irretire.

Non è più accettabile fornire ossigeno a un sistema formativo che è nato per selezionare anziché per promuovere, anziché stare accanto alla persona che cresce per sostenerla, accompagnarla, sorreggerla, sollevarla quando cade, assisterla quando si ferma, accelerare il passo quando riprende a correre. Ma occorre avercele queste parole nel cervello e averle strettamente connesse con l’idea di scuola e di istruzione, in modo che si accendano automaticamente quando la mente entra in questo campo semantico.

Lo scandalo non è che il Ministero ora si chiami dell’Istruzione e del Merito, ma perché non sia stato intitolato invece “Ministero della Conoscenza e dell’Istruzione Permanente” come avrebbe dovuto essere  stato fatto da tempo, al momento del nostro ingresso nel secolo della Conoscenza.

C’erano queste parole nel pensiero delle forze progressiste e di sinistra? No, non c’erano. Allora non urliamo allo scandalo, perché lo scandalo è l’assenza di una cultura dell’istruzione nel nostro paese che non sia la brutta copia del ‘900 e che guardi al futuro.

L’Unesco ha lanciato l’allarme: è urgente un nuovo patto formativo, ma nessuno ne parla e ne ha parlato. 

Un ribaltamento della nostra piramide scolastica, un protagonismo sociale, politico e culturale degli insegnanti come lavoratori della cultura. E dove sono da noi gli insegnanti lavoratori della cultura, della cultura del paese, quella che sta dentro e fuori dalle scuole?

Nessuna delle forze politiche in campo nella contesa elettorale si è ricordata che viviamo nel secolo della Conoscenza e che la Conoscenza è la grande sfida del nostro secolo, a partire dalla realizzazione dell’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. La centralità dell’istruzione permanente e del ruolo delle amministrazioni pubbliche, a partire dal governo e dagli enti locali, per la sua realizzazione, mai citata nel discorso di insediamento alle Camere dalla Presidente del Consiglio dei Ministri. Ma nessuna delle forze politiche sedute alle Camere l’ha notato.

Listruzione è anche unespressione damore per i bambini e i giovani, che dobbiamo sapere accogliere nella società offrendo loro, senza alcuna riserva, il posto che appartiene loro di diritto: un posto nel sistema educativo, ovviamente, ma anche nella famiglia, nella comunità locale, e nella nazione.”  

Queste sono le parole da contrapporre ad una sistema scolastico che, a prescindere dal fatto che si enfatizzi sulla parola “merito”, è nato per produrre una selezione sociale e che nella sue strutture portanti ancora seleziona, nel XXI° secolo, tra liceo classico  e istituti professionali, senza scandalo per alcuno,  neppure i buon pensanti di sinistra che di fronte al “merito” pronunciato a destra gridano al lupo. 

Quelle parole sono scritte da più di 25 anni nel rapporto Delors, Rapporto all’UNESCO della Commissione Internazionale sull’Educazione per il XXI secolo, caduto nel dimenticatoio insieme ad ogni parola nuova, ad ogni pensiero  innovatore delle nostre categorie mentali sulla scuola e l’istruzione.

C’erano pure i quattro pilastri dell’istruzione: Imparare a vivere insieme, Imparare a conoscere, Imparare a fare, Imparare ad essere.

Il Ministero dell’Imparare. Sarebbe stata una sintesi bellissima tra istruzione e educazione, parole spesso usate in modo inappropriato.

Listruzione si colloca al centro dello sviluppo sia della persona sia della comunità; il suo compito è quello di consentire a ciascuno di sviluppare pienamente i propri talenti e di realizzare le proprie potenzialità creative, compresa la responsabilità per la propria vita e il conseguimento dei propri fini personali.”

Sono sempre parole del Rapporto Delors o il cervello le possiede e da qui muove per ragionare di scuola, di istruzione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, del loro futuro o tornano solo le vecchie parole trite e ritrite che segnano la povertà di pensiero della politica, a Destra come a Sinistra, nel nostro Paese.

Dio, Patria, Famiglia e Merito

E il merito torna a varcare il portone del palazzo del ministero di viale Trastevere. In questo non ci sarebbe nulla di straordinario, semmai verrebbe da chiedersi quando è accaduto che il merito ha divorziato dall’istruzione. 

Nel nostro paese, come nel resto del mondo, a scuola il merito di ciascuno nello studio è misurato dalla scala numerica dei voti o da quella pentenaria delle lettere.

Nel 2007 il Ministero dell’istruzione ha pure istituito l’albo delle eccellenze a disposizione delle università e delle imprese. 

Del resto è compito della Repubblica per dettato dell’art 34 della Costituzione garantire ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi,  di raggiungere i gradi più alti degli studi.” 

Il discorso qui si fa più arduo per via dello stato delle finanze pubbliche e per le condizioni in cui versa l’ascensore sociale da tempo bloccato senza che nessuno si preoccupi di provvedere alla sua manutenzione, per non parlare del crescente problema della fuga dei cervelli.

È dunque naturale che venga da chiedersi perché intitolare un dicastero all’Istruzione e al Merito e, se è un modo per richiamare il monito costituzionale, perché allora non anche alla Capacità?

Le parole non sono mai a caso, cariche come sono di significati compongono il lessico di una cultura e ogni cultura è portatrice di una interpretazione del mondo. Per dirla con Umberto Eco: “Le abitudini linguistiche sono spesso sintomi importanti di sentimenti inespressi“. (1)

Se dici dio, patria e famiglia dichiari i tuoi archetipi, i pilastri che reggono i tuoi pensieri, i tuoi costrutti mentali, per cui le tue scelte, i tuoi concetti, le tue idee non possono che passare di lì. Quelle sono le tue certezze, tali da non ammetterne altre, perché viceversa non sarebbero più certezze.

Viene da concludere che quel ministero all’Istruzione e al Merito abbia la stessa lunghezza d’onda semantica di Dio, Patria e Famiglia.

Insomma bisogna guadagnarsi il riconoscimento della patria e il paradiso a partire dalla scuola e chi se lo guadagna di più merita di essere premiato, non si sa per ora come, con la forza degli encomi, degli attestati, delle medaglie o dei concorsi Veritas, staremo a vedere.

Oppure chi non intende partecipare alla gara del merito demerita, quindi va ammonito, semmai castigato riportando in auge la bocciatura in una scuola degenerata che nella vulgata ormai comune promuove tutti.

Dio, patria, famiglia e merito contro i danni della scuola progressista denunciati dalla coppia Mastrocola, Ricolfi. Finalmente anche Ernesto Galli della Loggia potrà brindare per il ritorno alla scuola seria di una volta, alla scuola della meritocrazia. 

Lui che dalle pagine del Corriere della Sera ha sempre accusato la scuola italiana di avere abbandonato il merito, di avere abdicato alla selezione e quindi alla pratica delle bocciature, denunciando che così facendo non sono più solo “i capaci e meritevoli” a proseguire negli studi, ma tutti indistintamente in nome di una mal concepita inclusione. 

Con il nuovo Ministero dell’Istruzione e del Merito si tornerà finalmente alla normalizzazione delle scuole e a giudicare la bontà di una scuola non più dal numero dei promossi, ma dal numero dei respinti,

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito come lenitivo  a quella specie italiana a cui ancora viene l’orticaria alla sola espressione “Non uno di meno” o alla sola evocazione di don Milani e della sua “Lettera ad una professoressa”, considerati sciagure della scuola italiana.

Ci troviamo di fronte al riavvolgimento di una pellicola già vista, quando a capo del ministero dell’istruzione c’era Maria Stella Gelmini. Nel 2006, di fronte alle deludenti performance dei quindicenni italiani all’ OCSE Pisa, affidò a Roger Abravanel, ingegnere, manager e consulente aziendale di varie multinazionali, oltre che autore di diversi libri sulla meritocrazia, il progetto nazionale PQM acronimo di Piano Nazionale per la Qualità e il Merito, di valutazione degli studenti e della qualità dell’insegnamento nella scuola secondaria di primo grado.

Nella conferenza stampa di illustrazione del piano nazionale la ministra e l’ingegnere dichiaravano la volontà di puntare sulla qualità dell’insegnamento piuttosto che sulla quantità a sostegno dell’idea che solo la meritocrazia negli studi può fungere da volano per l’economia del nostro paese. 

A giudicare dal numero scarsamente rilevante delle classi di scuola media che allora vi  aderirono e dalla esiguità dei fondi nazionali messi a disposizione, sembra che  il PQM sia servito soprattutto all’obiettivo di far emergere gli studenti già dotati di loro, a prescindere dalla qualità della scuola ed evitare nel contempo che la nostra scuola, così come è, li potesse guastare. 

Non è difficile che la prassi quotidiana delle nostre aule finisca per mortificare il merito,  quando addirittura per demotivare allo studio. 

Ricordate nel 2014 Daniele Doronzo, 17 anni di Barletta? Genio della fisica che vuole anticipare di un anno l’esame di maturità per andare a studiare negli Stati Uniti, ma gli viene impedito dal Consiglio di classe nonostante abbia tutti otto, salvo per un sette in condotta beccato perché in gita scolastica ha fatto il bagno in mare disobbedendo ai professori i quali hanno dichiarato: “Ci sfidava, il nostro compito non è promuovere i talenti ma educarli”

Ecco, dietro al merito da affiancare all’istruzione si nasconde la volontà di promuovere i talenti o di educarli?  La risposta a Dio, Patria e Famiglia.

(1) U. Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano, 2017