Secondo il pensiero pedagogico del nostro attuale ministro dell’Istruzione e del Merito gli studenti del secondo anno delle scuole superiori “non sarebbero pronti” per affrontare la lettura dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il linguaggio è complesso, la struttura narrativa articolata e i riferimenti storici del romanzo rendono il testo troppo difficile per adolescenti di quattordici o quindici anni.
Tuttavia, tale convinzione appare pedagogicamente debole e persino contraddittoria rispetto alle principali teorie educative moderne. Conoscendo il pensiero di Comenio, Bruner e Vygotskij dovrebbe essere da tempo chiaramente assodato, almeno per chi esercita la professione docente (ma forse mi illudo), che la scuola non deve limitarsi a proporre ciò che gli studenti sanno già comprendere autonomamente, ma deve invece accompagnarli verso forme più elevate di pensiero e di interpretazione.
Jan Amos Komenský, Comenio, nella sua opera Didactica Magna, sostiene il principio del Omnes, omnia, omnino, cioè “insegnare tutto a tutti in modo completo”. L’educazione, secondo il pedagogista, non deve adattarsi passivamente ai limiti immediati dell’alunno, ma deve ampliare progressivamente le sue capacità. La scuola esiste proprio per rendere accessibili contenuti che inizialmente risultano difficili. Se si accettasse l’idea che uno studente debba leggere soltanto testi già perfettamente comprensibili, l’istruzione perderebbe la propria funzione formativa.
Comenio riteneva inoltre che la gradualità fosse il vero strumento della didattica: non eliminare le difficoltà, ma accompagnare gli studenti nel superarle. In quest’ottica, I Promessi Sposi rappresentano un’occasione preziosa di crescita linguistica, storica e morale. Il romanzo di Manzoni permette infatti di confrontarsi con registri linguistici differenti, con una sintassi più elaborata e con riflessioni etiche profonde. Rinunciare a proporlo significherebbe privare gli studenti di un’esperienza culturale fondamentale proprio nel momento in cui la loro capacità critica inizia a svilupparsi.
Anche la concezione dell’istruzione di Jerome Bruner contraddice l’idea che gli adolescenti non siano pronti per testi complessi. Bruner sostiene che qualunque argomento può essere insegnato in maniera intellettualmente onesta a qualsiasi età, purché venga presentato con modalità adeguate. Questa concezione è alla base del cosiddetto “curricolo a spirale”: gli studenti possono affrontare temi difficili fin da giovani, tornando poi sugli stessi contenuti con livelli crescenti di profondità.
Secondo Bruner, l’apprendimento non consiste nella semplice ricezione passiva di informazioni, ma nella costruzione attiva del significato. Lo studente comprende davvero quando viene stimolato a formulare ipotesi, interpretare simboli e collegare esperienze differenti. I Promessi Sposi si prestano perfettamente a questo tipo di apprendimento: il romanzo affronta temi universali come la giustizia, il potere, la paura, il coraggio, la fede e la responsabilità individuale. Anche se non tutti gli aspetti stilistici vengono colti immediatamente, gli studenti possono comunque costruire interpretazioni personali e significative.
Bruner parla inoltre dell’importanza dello “scaffolding”, cioè dell’impalcatura educativa fornita dall’insegnante. Un testo complesso non deve essere eliminato, ma mediato attraverso spiegazioni, contestualizzazioni, letture guidate e discussioni collettive. Dire che gli studenti “non sono pronti” equivale spesso a rinunciare a questo ruolo fondamentale della scuola e dell’insegnante.
La teoria forse più decisiva in questo contesto è però quella della “zona di sviluppo prossimale” elaborata da Lev Vygotskij. Vygotskij distingue tra ciò che uno studente può fare da solo e ciò che può fare con l’aiuto di una guida competente. L’apprendimento autentico avviene precisamente in questa zona intermedia, dove la difficoltà non è né troppo bassa né insuperabile.
Applicando questa teoria alla lettura dei Promessi Sposi, appare evidente che il romanzo non deve essere valutato sulla base della comprensione immediata e autonoma dello studente, ma sulla possibilità di comprenderlo attraverso il lavoro scolastico. Un adolescente potrebbe non cogliere da solo tutte le implicazioni storiche o linguistiche del testo, ma con il supporto dell’insegnante e del gruppo classe può sviluppare progressivamente competenze interpretative molto più avanzate.
Se la scuola proponesse esclusivamente testi già perfettamente accessibili, non esisterebbe alcuna crescita cognitiva significativa. Vygotskij insegna infatti che l’educazione deve anticipare lo sviluppo, non limitarsi a seguirlo. In altre parole, gli studenti diventano “pronti” proprio affrontando opere complesse.
Altre riflessioni pedagogiche che sostengono questa posizione potremmo elencare. John Dewey affermava che l’educazione non è preparazione alla vita, ma è vita stessa: gli studenti devono confrontarsi con esperienze culturali autentiche, non con versioni semplificate della realtà. Allo stesso modo Paulo Freire criticava l’idea di una scuola che tratta gli studenti come contenitori vuoti da riempire con nozioni facili e immediate. La cultura alta non deve essere riservata a pochi “pronti”, ma resa accessibile a tutti attraverso il dialogo educativo.
Inoltre, sostenere che i giovani non siano pronti per I Promessi Sposi significa spesso sottovalutare le loro capacità intellettuali ed emotive. Gli adolescenti affrontano quotidianamente temi complessi attraverso film, serie televisive, videogiochi e social network. Sono già immersi in narrazioni articolate, conflitti morali e dinamiche sociali sofisticate. Il problema non è la loro incapacità di comprendere la complessità, ma la necessità di fornire strumenti adeguati per interpretarla criticamente.
Infine, bisogna ricordare che I Promessi Sposi non sono soltanto un classico della letteratura italiana, ma anche un’opera profondamente formativa. Manzoni costruisce un romanzo che invita a riflettere sul rapporto tra individuo e potere, sulla giustizia sociale, sull’uso della violenza e sulla responsabilità morale. Privare gli studenti di questo confronto nel nome di una presunta “non preparazione” significa impoverire il loro percorso educativo.
La difficoltà di un testo non è un ostacolo da evitare, ma una possibilità educativa. Gli studenti non devono essere considerati pronti prima di affrontare i grandi classici: è proprio affrontandoli che diventano pronti.
Benjamin Bloom, universalmente noto per le sue “tassonomie”, ci ricorda che l’apprendimento non dipende dal livello di capacità intellettuale degli alunni, quanto da “errori” nell’insegnamento.
Nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci insiste sul fatto che la scuola non debba limitarsi a semplificare il sapere, ma debba fornire agli studenti gli strumenti per accedere alla cultura alta e alla complessità del pensiero. Gramsci ci ricorda che “Lo studio è anch’esso un mestiere, e molto faticoso.”
Leggere, dunque, I Promessi Sposi non deve essere facile per definizione, perché la scuola ha proprio il compito di allenare gli studenti allo sforzo cognitivo e all’accesso graduale alla complessità culturale.
“Istruirsi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.” Questo l’appello, oggi sempre più attuale, di Antonio Gramsci.

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