Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo merita. Merita la nostra stima, la nostra fiducia, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro aiuto.
Intestare il ministero all’istruzione e al merito avrebbe dovuto servire a ricordarcelo, a ricordarlo a tutti, in particolare al ministro pro tempore.
Dovremmo scrivere sui muri delle nostre scuole, tutte, accanto a “I Care” di Barbiana, “Io Merito”. Io merito attenzione. Io merito rispetto. Io merito una scuola che creda in me.
Il merito non coincide con il privilegio ma con il diritto di ogni persona ad essere riconosciuta, sostenuta, accompagnata nella propria crescita, nella costruzione di quell’edificio che è il proprio sé, dove poter abitare con sicurezza da adulto.
Abbiamo alle spalle un pensiero pedagogico che ci ha aiutato a percorrere molta strada in questa direzione, un pensiero che non possiamo limitarci a citare ma che dovremmo sempre praticare come ricostituente del nostro sistema formativo, soprattutto in momenti così difficili come quelli che attualmente attraversa la nostra scuola.
Maria Montessori ci ha insegnato che il compito dell’educazione è aiutare il bambino a sviluppare le proprie potenzialità interiori. Ogni essere umano possiede energie creative che attendono di essere riconosciute e coltivate. Il merito, allora, non coincide con il voto più alto, ma con la possibilità concreta di esprimere se stessi.
Da John Dewey abbiamo appreso che la scuola è una comunità democratica nella quale ogni studente deve sentirsi partecipe e valorizzato. L’educazione non può essere semplice trasmissione di nozioni: deve diventare esperienza viva, crescita personale e sociale. In questa prospettiva il merito non è esclusione, ma partecipazione.
Don Milani con la “Lettera a una professoressa”, ha denunciato la prassi di una scuola capace solo di selezionare anziché di educare. Il suo celebre motto “I Care” significa “mi sta a cuore”, cioè assumersi la responsabilità dell’altro. Oggi quel messaggio può dialogare con il concetto di merito: se mi sta a cuore un ragazzo, allora riconosco che egli merita il mio tempo, il mio sostegno e la mia fiducia. Non c’è merito autentico senza inclusione.
Anche la psicologia ha mostrato quanto il riconoscimento sia decisivo per la crescita personale. Carl Rogers, fondatore dell’approccio umanistico, parla di “accettazione positiva incondizionata”: ogni persona può maturare solo se si sente accolta e rispettata. Uno studente che percepisce fiducia sviluppa motivazione, autonomia e autostima. Al contrario, chi si sente giudicato soltanto attraverso il fallimento rischia di chiudersi e rinunciare.
Lo psicologo Abraham Maslow, nella sua celebre piramide dei bisogni, colloca il bisogno di stima tra gli elementi fondamentali della realizzazione umana. Ogni individuo desidera sentirsi competente, apprezzato e riconosciuto dagli altri. La scuola, dunque, non può limitarsi a valutare; deve anche nutrire il senso del valore personale.
Persino la filosofia antica offre spunti preziosi. Aristotele distingue tra uguaglianza formale e giustizia sostanziale: trattare tutti allo stesso modo non significa necessariamente essere giusti. Una scuola realmente equa è quella che offre strumenti differenti a seconda dei bisogni, affinché ciascuno possa raggiungere il proprio sviluppo. Il merito autentico nasce quando tutti hanno la possibilità di esprimere il meglio di sé.
In questo senso il rischio più grande è confondere il merito con la performance. Se il merito diventa soltanto una gara tra i più forti, la scuola perde la sua missione educativa. Paulo Freire ci ricorda che educare significa liberare, non addestrare. Una scuola centrata solo sui risultati numerici produce ansia e disuguaglianze; una scuola che riconosce il valore delle persone costruisce cittadinanza e democrazia.
La nostra Costituzione richiama esplicitamente questo principio. L’articolo 3 afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. La scuola rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui questa promessa democratica può diventare realtà. Parlare di merito senza parlare di equità rischia di essere incompleto.
Michael Sandel, autore della Tirannia del merito, ha evidenziato i rischi di una retorica meritocratica che umilia chi non riesce a emergere; per contrastare questo rischio occorre che il merito pubblico sia inteso come diritto al riconoscimento e al sostegno, non come strumento di esclusione. Martha Nussbaum, che con Amartya Sen ha sviluppato l’approccio delle capabilities, sottolinea come la giustizia educativa richieda che tutti siano posti nelle condizioni di appropriarsi delle capacità reali per partecipare alla vita sociale: il merito ministeriale deve tradursi in politiche che ampliano le opportunità effettive di ciascun bambino e ragazza.
Tradurre “Io merito” in pratiche scolastiche per rendere operativo il principio che ogni studente merita stima, fiducia e aiuto, richiede alla scuola di sostituire le valutazioni con feedback che valorizzino progressi, strategie e sforzi, che la valutazione sia praticata come strumento di crescita e non di classificazione, quando di condanna.
Ogni studente dovrebbe avere accesso a percorsi di supporto individualizzati, con tutor, mentoring e piani di apprendimento personalizzati, creare spazi e materiali che permettano diversi stili di apprendimento, favoriscano l’autonomia, promuovano attività che valorizzino il contributo di ciascuno e sviluppino competenze sociali, riducendo la competizione distruttiva.
Investire nella formazione continua degli insegnanti su competenze relazionali, gestione della diversità e pratiche di feedback costruttivo, collegare scuola, servizi sociali e famiglie per rimuovere barriere esterne all’apprendimento (povertà educativa, fragilità familiari, disuguaglianze territoriali).
Seil Ministero dell’Istruzione e del Merito davvero volesse incarnare la “dicitura” che si è impropriamente assegnato, dovrebbe adottare politiche di finanziamento mirate per scuole in contesti svantaggiati, con risorse per personale di supporto, laboratori e servizi socio-educativi, come strumenti per garantire che chi parte svantaggiato abbia accesso alle stesse opportunità. Monitorare gli esiti con indicatori che misurino non solo risultati standardizzati ma anche benessere, inclusione e progressi individuali.
Coinvolgere famiglie, associazioni e studenti nelle scelte scolastiche per costruire un senso condiviso di responsabilità e cura.
Ma adottare il merito come stima e aiuto incontra resistenze culturali e pratiche: la mentalità valutativa, la pressione su risultati immediati, la scarsità delle risorse.
È necessario un cambiamento culturale che valorizzi processi a lungo termine e che riconosca il valore della cura educativa come investimento collettivo. Occorrerebbe una scuola in grado di evitare che il termine “merito” venga riappropriato in senso selettivo: la comunicazione pubblica dovrebbe chiarire che qui merito significa diritto al riconoscimento e al sostegno.
Ma così non è perché le intenzioni espresse dal governo di cui l’attuale ministro è espressione vanno proprio nella direzione di riaffermare il carattere selettivo e divisivo del merito.
Se il Ministero dell’Istruzione e del Merito volesse che la parola merito abbia senso reale, dovrebbe coerentemente farla coincidere con la pratica quotidiana della stima, della fiducia e dell’aiuto verso ogni bambino e ogni ragazza. “Io merito” non è un grido di rivendicazione individuale, ma una promessa collettiva: la promessa che la società, attraverso la scuola e le sue istituzioni, si impegna a vedere, sostenere e far crescere ogni singolo studente. Solo così il merito diventa strumento di giustizia educativa e non pretesto di esclusione.
Per questo il termine “Merito” può assumere un significato educativo soltanto se viene interpretato in modo umano e inclusivo. Non il merito di pochi contro molti, ma il merito di tutti a essere riconosciuti come persone. Ogni alunno porta con sé talenti, fragilità, sogni e possibilità. Educare significa vedere queste possibilità prima ancora che siano pienamente realizzate.
Un insegnante che incoraggia uno studente timido a prendere la parola, che sostiene chi è in difficoltà, che valorizza un progresso anche piccolo, sta già praticando una pedagogia del merito autentico. Perché il vero merito non consiste nell’essere migliori degli altri, ma nel poter diventare la migliore versione di sé.
Compito della scuola è tenere insieme due parole solo apparentemente lontane: “I Care” e “Io merito”. Mi sta a cuore l’altro perché riconosco che la sua vita ha valore. Io merito rispetto perché la mia dignità non dipende esclusivamente dai risultati. In questo incontro tra cura e riconoscimento può nascere una scuola più giusta, più umana e davvero educativa.
Il merito non è una medaglia per pochi. È il diritto di ogni persona a essere vista, accompagnata e incoraggiata nel proprio cammino di crescita. E forse proprio qui si trova il senso più profondo dell’educazione.


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