Libri di testa*

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Con l’inizio dell’anno scolastico si ripropone il tema del caro scuola per le famiglie, scuola mia quanto mi costi! La scuola chiede a ciascuno di attrezzarsi: libri, materiale didattico e quant’altro; è perfino invalso l’uso che, soprattutto all’ingresso nella scuola primaria e secondaria di primo grado, gli insegnanti forniscano alle famiglie la lista delle strumentazioni necessarie ad affrontare l’impegno scolastico, solitamente un impegno di banco, ascolto e attenzione. Ovviamente su tutto prolifica l’industria dell’editoria scolastica e l’indotto che gravita attorno ad essa. C’è una sorta di vegetazione che si innesca nel corpo della scuola che ormai si dà per scontata e che si alimenta per via di simbiosi parassitaria, qualcosa di cui nonostante l’autonomia gli istituti scolastici pare non siano in grado di liberarsi.

Secondo i dati del rapporto Eurydice del 2012, i soli paesi europei che impongono agli insegnanti l’uso dei libri di testo sono Grecia, Cipro e Malta, che sono, peraltro, gli unici paesi in cui la selezione dei libri di testo è compiuta a livello centrale.

E allora c’è da chiedersi perché nonostante l’autonomia didattica, organizzativa e di sperimentazione sancita del DPR 275 del 1999, nelle nostre “buone scuole” continui a resistere un arnese così vecchio ed equivoco come il libro di testo in tempi di nuove tecnologie che mettono a disposizione in tempo reale la biblioteca e l’emeroteca più grandi del mondo che permetterebbero di scrivere tanti libri di testa anziché compulsare il libro di testo. Come mai dai tempi di “Dio, patria e caramella” alla biblioteca di lavoro di Mario Lodi il libro di testo continua a resistere come sintomo di una scuola incapace di cambiare se stessa? È una questione grave che denuncia una scarsa spinta al rinnovamento e la resistenza di ampie sacche di pigrizia e di ignoranza.

Nell’altra società, che è il mondo separato della scuola in cui da noi s’usano aggregare per ore quotidiane le infanzie e le adolescenze, si continuano a celebrare antiche usanze e rituali che hanno negli insegnanti i loro sacerdoti, mentre la forza del verbo risiede tra le pagine dei libri di testo, tutti uguali come i messali in chiesa, specificatamente scritti per l’uso scolastico, per onorare le richieste  del sacro dio “programma” o “curricolo standard”, secondo una versione più aggiornata del lessico.

Pensiero, intelligenza, creatività non abitano le nostre aule dove la mediocrità degli insegnamenti nutre altra mediocrità negli allievi in una sorta di coazione a ripetere.

Del resto perché meravigliarsi, quando il sito del Miur celebra il libro di testo come “…lo strumento didattico ancora oggi più utilizzato mediante il quale gli studenti realizzano il loro percorso di conoscenza e apprendimento. Esso rappresenta il principale luogo di incontro tra le competenze del docente e le aspettative dello studente, il canale preferenziale su cui si attiva la comunicazione didattica.”

Non so se l’autore di questo testo, lo stesso ministero, si rendano conto dell’idea di scuola che propagandano: il libro di testo come percorso di conoscenza e apprendimento… luogo di incontro tra docenti e studenti… canale della comunicazione didattica… Questa sarebbe la buona scuola del ventunesimo secolo?  L’idea più malinconica di scuola, di sapere in pillole, di morte della ricerca, di costruzione del sapere, di confronto tra intelligenze. In questa scuola cattedre, banchi e libri di testo sono gli unici ad essere a loro agio, ciò che non potrà mai essere a proprio agio sono le menti dei nostri studenti.

C’è da chiedersi se esistono docenti in grado di far scuola senza il pannolone del libro di testo, c’è da chiedersi cosa si faccia nel nostro paese per far crescere professionalità docenti del tutto nuove, al passo con le sfide dei tempi che viviamo, ma che soprattutto attendono la vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Le nostre sono scuole ancora chiuse al sapere, non c’è vita, non c’è dinamica, e soprattutto sono troppo costose per le famiglie che pagano cara una formazione sempre più scadente.

Ma pare che almeno in materia di libri di testo il ministero preferisca stare dalla parte del “si è sempre fatto così” quello che la “Buona scuola” al suo esordio si proponeva di superare, per “pensare in grande”, prometteva. Per il momento il grande non si vede e il “si è sempre fatto così” resiste con la partigianeria dello stesso Miur.

Realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica…” “Scuola aperta”, “laboratorio permanente”, dove “permanente” è l’opposto di “saltuariamente”, mica l’hanno scritto persone da una vita didatticamente eversive come il sottoscritto, è solo il testo del comma 1 dell’articolo 1 della legge 107 di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione. Al momento le uniche cose che le nostre scuole promettono di aprire sono le pagine dei quaderni e dei libri di testo sui banchi nelle aule.

Continuo a credere che “la buona scuola” non sia in grado di curare i mali del nostro sistema nazionale di istruzione e formazione, perché neppure l’accanimento terapeutico può pretendere di tenere in vita nel terzo millennio un “sistema” scolastico, sottolineo sistema, che ha fatto da tempo il suo tempo e che meriterebbe di conquistarsi finalmente il riposo eterno.

*Pubblicato su Edscuola

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=80499

Cittadini non per caso

global-citizens-learning-and-teaching-scotland

Quando ero piccolo, percorrere e scoprire la città a cavallo della mia bicicletta era un’avventura iniziatica piena di possibilità e di emozioni. Sono rimasto convinto che non si è cittadini solo perché si nasce per caso in un determinato luogo e neppure per lo status di cittadino attribuito o conferito da una autorità.

La città è il telaio che tesse i fili della nostra crescita, della nostra formazione, della nostra vita, è il libro aperto delle opportunità personali e collettive, è lo spazio della libertà, dell’incontro, del riconoscimento, della solidarietà.

L’intenzionalità formativa non può che essere una dimensione forte e pregnante della città e della cittadinanza. Non ha senso invocare la necessità della formazione, se poi la città per prima non mette in gioco tutte le sue componenti a questo scopo. A partire dal ripensare se stessa, dal ripensare ai bisogni formativi dei suoi giovani e dei suoi abitanti in generale, senza attendere gli input dall’alto, dalle politiche nazionali. I bisogni, le necessità del cambiamento non nascono in territori lontani, ma giorno dopo giorno vicino a noi, nel territorio che abitiamo.

Se si conviene sulla necessità che la formazione oggi punti alla costruzione di mappe personali utili per orientarsi e situarsi in questo mondo dove tutto è globale, simultaneo e compresente, dove spazio e tempo si dilatano, dove valori, credenze, lingue si manifestano, si contaminano, si intersecano, non si può che riconoscere che oggi è la città ad essere il laboratorio più significativo, più ricco, più interessante  per la formazione, per una formazione coerente con le aspettative culturali che la società ripone in merito al fatto formativo.

La componente educativa oggi non ha più la sua caratteristica centrale nella scuola, ma nella territorialità. È la territorialità che rende le esperienze educative calde, che consente di sporcarsi sanamente le mani, che rende le esperienze educative piene di risonanze e fortemente contestualizzate, è questa profonda immersione nella realtà che la città deve preoccuparsi di favorire e di accogliere, non tanto l’istruzione curriculare, che non è di sua competenza.

Ogni momento della città dovrebbe contenere un’opportunità educativa strutturata, rivolta soprattutto ai giovani. Una città che non sa creare cortocircuiti con i suoi giovani è destinata a perdere energia, a spegnersi. E allora perché questo non accada è necessario che la città sia una realtà significativa per i giovani, che offra loro implicazioni operative, emozionali e progettuali.

Una città senza un proprio progetto formativo è una città senza futuro, perché non si sa pensare in prospettiva. Un progetto formativo con un ruolo, una funzione, una responsabilità per ciascuno: il governo della città in primo luogo, i servizi pubblici, le istituzioni e le strutture culturali, il mondo della creazione e della produzione culturale, dell’arte, delle scienze e delle nuove tecnologie, il mondo delle organizzazioni economiche e del lavoro, le associazioni, la stampa, la radio e la televisione locale.

E, senza dubbio, in questo quadro generale della città, anche la scuola. La scuola può svolgere un grande ruolo per quanto riguarda il lavoro sulle idee e le opzioni cognitive. Alla scuola compete il compito di far emergere i modi diversi attraverso i quali l’uomo si rappresenta il mondo. La scuola è la palestra che esercita al conflitto cognitivo, al confronto fra idee diverse per prendere coscienza di cosa significa la cultura, della necessità che ogni persona ha di ricostruire mentalmente la realtà esterna, di dare una spiegazione di essa. Ma le spiegazioni possibili sono tante, per questo essere istruiti significa rispettare la diversità e nello stesso tempo cercare di condividerla il più possibile. Se questa doppia lezione non si impara a scuola, è difficile che possa essere insegnata altrove. È dovere della scuola garantire la comunità che tale servizio è svolto con serietà e tenacia, perché è a scuola che si può e si deve imparare a imparare, questo è l’obiettivo prioritario della scuola al servizio del territorio e dei diritti di cittadinanza.

Due oggi sono le principali esigenze di formazione che definiscono l’istruzione: un alto grado di intellettualità e un elevato grado di solidarietà. Il primo per consentire a ciascuno di raggiungere i livelli di sviluppo scientifico e tecnologico richiesti dalla civiltà contemporanea; il secondo, per apprezzare i valori delle diverse culture, per superare la crescente emarginazione e l’esclusione che la globalizzazione della società di oggi genera e tende ad aumentare.

La cittadinanza può anche essere come una pianta che cresce in mezzo a un terreno contaminato, ai margini delle autostrade più trafficate o tra le fabbriche più inquinanti. La città bisogna sapersela conquistare, perché è viva, perché palpita, perché è desiderio. Come   la Zenobia di Calvino per la quale non si può utilizzare la classica categoria della felicità e dell’infelicità, ma quella del desiderio. Ci sono le città che realizzano i desideri dei loro abitanti e quelle che li ignorano fino a cancellarli.

 

Quando ero piccolo, percorrere e scoprire la città a cavallo della mia bicicletta era un’avventura iniziatica piena di possibilità e di emozioni. Sono rimasto convinto che non si è cittadini solo perché si nasce per caso in un determinato luogo e neppure per lo status di cittadino attribuito o conferito da una autorità.

La città è il telaio che tesse i fili della nostra crescita, della nostra formazione, della nostra vita, è il libro aperto delle opportunità personali e collettive, è lo spazio della libertà, dell’incontro, del riconoscimento, della solidarietà.

L’intenzionalità formativa non può che essere una dimensione forte e pregnante della città e della cittadinanza. Non ha senso invocare la necessità della formazione, se poi la città per prima non mette in gioco tutte le sue componenti a questo scopo. A partire dal ripensare se stessa, dal ripensare ai bisogni formativi dei suoi giovani e dei suoi abitanti in generale, senza attendere gli input dall’alto, dalle politiche nazionali. I bisogni, le necessità del cambiamento non nascono in territori lontani, ma giorno dopo giorno vicino a noi, nel territorio che abitiamo.

Se si conviene sulla necessità che la formazione oggi punti alla costruzione di mappe personali utili per orientarsi e situarsi in questo mondo dove tutto è globale, simultaneo e compresente, dove spazio e tempo si dilatano, dove valori, credenze, lingue si manifestano, si contaminano, si intersecano, non si può che riconoscere che oggi è la città ad essere il laboratorio più significativo, più ricco, più interessante  per la formazione, per una formazione coerente con le aspettative culturali che la società ripone in merito al fatto formativo.

La componente educativa oggi non ha più la sua caratteristica centrale nella scuola, ma nella territorialità. È la territorialità che rende le esperienze educative calde, che consente di sporcarsi sanamente le mani, che rende le esperienze educative piene di risonanze e fortemente contestualizzate, è questa profonda immersione nella realtà che la città deve preoccuparsi di favorire e di accogliere, non tanto l’istruzione curriculare, che non è di sua competenza.

Ogni momento della città dovrebbe contenere un’opportunità educativa strutturata, rivolta soprattutto ai giovani. Una città che non sa creare cortocircuiti con i suoi giovani è destinata a perdere energia, a spegnersi. E allora perché questo non accada è necessario che la città sia una realtà significativa per i giovani, che offra loro implicazioni operative, emozionali e progettuali.

Una città senza un proprio progetto formativo è una città senza futuro, perché non si sa pensare in prospettiva. Un progetto formativo con un ruolo, una funzione, una responsabilità per ciascuno: il governo della città in primo luogo, i servizi pubblici, le istituzioni e le strutture culturali, il mondo della creazione e della produzione culturale, dell’arte, delle scienze e delle nuove tecnologie, il mondo delle organizzazioni economiche e del lavoro, le associazioni, la stampa, la radio e la televisione locale.

E, senza dubbio, in questo quadro generale della città, anche la scuola. La scuola può svolgere un grande ruolo per quanto riguarda il lavoro sulle idee e le opzioni cognitive. Alla scuola compete il compito di far emergere i modi diversi attraverso i quali l’uomo si rappresenta il mondo. La scuola è la palestra che esercita al conflitto cognitivo, al confronto fra idee diverse per prendere coscienza di cosa significa la cultura, della necessità che ogni persona ha di ricostruire mentalmente la realtà esterna, di dare una spiegazione di essa. Ma le spiegazioni possibili sono tante, per questo essere istruiti significa rispettare la diversità e nello stesso tempo cercare di condividerla il più possibile. Se questa doppia lezione non si impara a scuola, è difficile che possa essere insegnata altrove. È dovere della scuola garantire la comunità che tale servizio è svolto con serietà e tenacia, perché è a scuola che si può e si deve imparare a imparare, questo è l’obiettivo prioritario della scuola al servizio del territorio e dei diritti di cittadinanza.

Due oggi sono le principali esigenze di formazione che definiscono l’istruzione: un alto grado di intellettualità e un elevato grado di solidarietà. Il primo per consentire a ciascuno di raggiungere i livelli di sviluppo scientifico e tecnologico richiesti dalla civiltà contemporanea; il secondo, per apprezzare i valori delle diverse culture, per superare la crescente emarginazione e l’esclusione che la globalizzazione della società di oggi genera e tende ad aumentare.

La cittadinanza può anche essere come una pianta che cresce in mezzo a un terreno contaminato, ai margini delle autostrade più trafficate o tra le fabbriche più inquinanti. La città bisogna sapersela conquistare, perché è viva, perché palpita, perché è desiderio. Come   la Zenobia di Calvino per la quale non si può utilizzare la classica categoria della felicità e dell’infelicità, ma quella del desiderio. Ci sono le città che realizzano i desideri dei loro abitanti e quelle che li ignorano fino a cancellarli.

 

 

 

Essere una learning city, una Città che apprende

Learning city

È importante conoscere le linee guida dell’Unesco per la Rete Mondiale delle Learning Cities, le città che apprendono. Conoscerle per misurare la nostra distanza da una rinnovata visione dell’apprendimento e, in particolare, dall’avere realizzato l’istruzione permanente per tutti.

Forse nel nostro Paese nutriamo la presunzione di aver compiuto grandi passi avanti in materia di istruzione, è un’illusione che si può continuare a coltivare solo rimanendo ancorati a categorie già inadeguate nel secolo scorso e che oggi in tante parti del mondo si stanno rivedendo.

Basta scorrere le sei caratteristiche che per l’Unesco deve avere una learning city per comprendere dove è necessario impegnarsi per fare di una città, una città che apprende:

 

  1. Promuovere l’apprendimento inclusivo, da quello di base agli studi universitari;

  2. Rivitalizzare l’apprendimento nelle famiglie e nella comunità;

  3. Facilitare l’apprendimento continuo e nei luoghi di lavoro;

  4. Estendere l’uso delle moderne tecnologie per l’apprendimento;

  5. Migliorare la qualità e l’eccellenza dell’apprendimento;

  6. Coltivare la cultura dell’apprendimento per tutta la vita.

 

Nel nostro paese continua a prevalere una concezione dell’istruzione scolastico-centrica, quando tutto il sistema formativo avrebbe la necessità di essere rivisto nell’ottica dell’istruzione permanente. L’idea dominante di un’istruzione prevalentemente scolastica fa sì che essa sia segmentata per età, a discapito di un’idea del diritto all’istruzione che abbraccia l’intero arco della vita delle persone.

Da questo punto di vista la riforma del titolo V della Costituzione è rimasta un’opera incompiuta. È sufficiente riprendere l’articolo 117 per cui lo Stato ha legislazione esclusiva solo per le norme generali dell’istruzione, mentre esiste un vasto campo di materie, tra cui l’istruzione permanente, di legislazione concorrente Stato e Regioni che necessiterebbe d’essere governato. Chi si occupa dell’istruzione permanente? Non intesa come istruzione degli adulti, ma come istruzione per l’intero arco della vita? Dalla pre-scuola, all’università e oltre? È evidente che gli strumenti normativi, prevalentemente concepiti negli anni settanta del secolo scorso oggi sono del tutto inadeguati e che il sistema formativo nel suo complesso necessita di una nuova stagione legislativa, non nell’ottica della sola riforma della scuola e dell’università, ma di un ripensamento radicale dell’istruzione per tutti e ad ogni età.

Quando neppure sappiamo il futuro che vogliamo, tutto diventa più difficile. Eppure, in materia di istruzione i documenti non mancano, sono quelli a cui fa riferimento l’Unesco, le Dichiarazioni di Città del Messico e di Pechino, l’Agenda per lo sviluppo dopo il 2015, ma nel nostro paese non girano, non se ne parla, bisogna tradurli dal sito dell’Unesco della rete mondiale delle learning cities.

L’apprendimento permanente per tutti è il futuro della nostra società, sia per il potenziamento e la crescita individuale delle persone, che per la coesione sociale, lo sviluppo economico e la crescita culturale. Ma non sembra essere nell’agenda del governo, come non è nell’agenda dell’amministrazione delle nostre città, non si vede l’impegno politico, né la mobilitazione delle risorse, né il coinvolgimento di tutti i soggetti ed attori interessati.

Quarantadue sono gli indicatori individuati dall’Unesco per verificare se una città è impegnata a sviluppare una politica per convertirsi in una learning city, una città che apprende. Sono indicatori che valgono per le città, come per il paese e le regioni. (In calce riportiamo il pdf con le indicazioni dell’Unesco)

Sono indicatori impegnativi per il governo della città, perché prevedono per ognuno gli strumenti per una valutazione costante e sistematica e le modalità di misurazione. Il problema delle nostre città è che, nonostante si facciano promotrici di molteplici iniziative, che siano città d’arte e di cultura, nessuna di loro dichiara la volontà politica di essere una città che apprende, una learning city. Perché è più facile fare spettacolo, portare turismo con gli eventi e le mostre, che mettere in campo giorno dopo giorno una non facile politica dalla parte dei cittadini, della loro crescita nel sapere, per uno sviluppo sostenibile e per una consapevole e responsabile partecipazione di tutti.

È giunto il momento di pretendere dalle Amministrazioni delle nostre città che aderiscano alla Rete mondiale dell’Unesco delle Città che Apprendono, delle Learning Cities, mettendo in capo alla loro agenda politica gli impegni che questo comporta.

Elementi costitutivi della Learning City (pdf.)

Visita il sito: http://learningcities.uil.unesco.org/home

Umanità: un prototipo di libro di testo per un curricolo mondiale

A new paradigm for

 

Produzione e consumo non sono il massimo per garantire all’umanità una vita lunga e felice. Ogni giorno pezzi di questo sistema mostrano la loro fragilità e i danni che arrecano alla nostra esistenza. Ciò nonostante i nostri sistemi scolastici nazionali continuano ad educare le giovani generazioni in funzione di questo sistema economico e sociale. Un sistema che non ci promette né una vita lunga né una vita felice.

Con il suo libro Joel Spring dimostra che è possibile un nuovo modello di scuola mondiale. In tanto è possibile una scuola che insegni a vivere a lungo e felici.

Joel Spring sviluppa le linee guida di un programma, di metodi di insegnamento, di organizzazione scolastica che potrebbero essere comuni alle scuole di tutto il mondo. Un sistema scolastico mondiale fondato sull’educazione progressiva, sui diritti umani e sull’educazione ambientale.

Un prototipo di eco-scuola globale che funzioni per proteggere i diritti della biosfera e dell’uomo, per sostenere la felicità e il benessere di ogni persona, dal personale della scuola, agli studenti, alle nostre comunità, un core curriculum globale basato su modelli olistici per le lezioni e l’istruzione.

 Il libro si conclude con il racconto che Spring fa del Mito della caverna di Platone, in cui gli educatori rompono le catene che li legano al paradigma industriale-consumistico e ripensano il loro impegno per il benessere dell’umanità.

Qui offriamo la traduzione del capitolo 6: Umanità: un prototipo di libro di testo per un curricolo mondiale.

Umanità

 

World Education Forum 2015*

 

2015-EWF-1

19-22 May 2015, Incheon, Republic of Korea
Per un’educazione di qualità equa e inclusiva e per l’educazione permanente per tutti entro il 2030. Trasformare la vita attraverso l’istruzione

 Dichiarazione di Incheon

 

Preambolo

1. Noi, ministri, capi e membri delle delegazioni, capi di agenzie, funzionari di organismi internazionali, rappresentanti della società civile, dei settori del privato, insegnanti e giovani riuniti nel maggio 2015, su invito del Direttore Generale dell’UNESCO, a Incheon, Repubblica di Corea, per il Forum Mondiale dell’Educazione 2015 (WEF 2015), ringraziamo il Governo e il popolo della Repubblica di Corea per aver ospitato questo importante evento, così come l’UNICEF, la Banca Mondiale, UNFPA, UNDP, UN Women e l’UNHCR, come co-promotori di questo incontro, per i loro contributi. Esprimiamo il nostro sincero apprezzamento all’UNESCO per aver avviato e diretto la convocazione di questo evento, pietra miliare per l’Istruzione 2030.

2. In questa occasione storica, riaffermiamo la visione del movimento mondiale “Istruzione per Tutti” avviata a Jomtien nel 1990 e ribadita a Dakar nel 2000, l’impegno più importante per l’istruzione negli ultimi decenni, che ha contribuito a produrre significativi progressi in materia di istruzione. Riaffermiamo inoltre la visione e la volontà politica, riflesse in numerosi trattati internazionali, che prevedono il diritto all’istruzione e la sua interrelazione con gli altri diritti umani. Riconosciamo gli sforzi fatti; tuttavia, riconosciamo con grande preoccupazione che siamo ben lungi dall’aver raggiunto l’istruzione per tutti.

3. Ricordiamo l’accordo di Muscat, sviluppato attraverso ampie consultazioni e adottato in occasione del Global Education for All (EFA) Meeting 2014, che ha raccolto gli obiettivi formativi proposti dal gruppo di lavoro, rivolti ad uno sviluppo sostenibile (OSS). Ricordiamo inoltre i risultati delle conferenze ministeriali regionali in materia di istruzione post 2015 e prendiamo atto dei risultati dell’EFA 2015 sulla base del Global Monitoring Report e della sintesi dei rapporti EFA regionali. Riconosciamo l’importante contributo del Global Education First Initiative, nonché il ruolo dei governi e delle organizzazioni regionali, intergovernative e non governative per l’impegno politico per l’istruzione.

4. Dopo aver fatto il punto sui progressi compiuti verso gli obiettivi EFA dal 2000 e gli obiettivi relativi allo sviluppo dell’istruzione nel Millennio (MDG), così come sulle lezioni apprese, e dopo aver esaminato le sfide rimanenti e deliberato sulla proposta di ordine del giorno 2030 l’istruzione e il quadro d’azione, nonché sulle priorità future e le strategie per la sua realizzazione, adottiamo questa Dichiarazione.

Verso il 2030: una nuova visione per l’istruzione

5. La nostra visione è quella di cambiare la vita attraverso l’educazione, riconoscendo l’importante ruolo dell’istruzione come motore principale dello sviluppo e di raggiungere gli altri obiettivi SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile). Ci impegniamo, con il senso dell’urgenza, per una nuova agenda della formazione olistica e ambiziosa che non lasci nessuno indietro. Questa nuova visione è compiutamente espressa dalla proposta di SDG4: “Garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti” e dagli obiettivi corrispondenti. Una visione trasformativa e universale, di sostegno al lavoro non ancora compiuto dell’agenda EFA e OSM relativa all’istruzione, per affrontare le sfide educative a livello globale e nazionale. È ispirata da una visione umanistica della formazione e dello sviluppo basato sui diritti e sulla dignità umana, sulla giustizia sociale, l’inclusione, la protezione, la diversità culturale, linguistica ed etnica, sulla responsabilità e sulla responsabilità condivisa. Riaffermiamo che l’istruzione è un bene pubblico, un diritto umano fondamentale, è la base per garantire la realizzazione di altri diritti. È essenziale per la pace, la tolleranza, la realizzazione umana e lo sviluppo sostenibile. Riconosciamo la formazione come chiave per raggiungere la piena occupazione e l’eliminazione della povertà. Concentreremo i nostri sforzi in materia di accesso, di equità e di inclusione, sulla qualità dell’apprendimento, in un approccio di istruzione permanente.

6. Motivati dai risultati significativi ottenuti per ampliare l’accesso all’istruzione negli ultimi 15 anni, ci impegniamo per 12 anni di istruzione primaria e secondaria libera, finanziata con fondi pubblici, di cui almeno nove obbligatori e un anno di istruzione prescolastica di qualità, gratuita e obbligatoria. Che tutti i bambini abbiano accesso nella prima infanzia a cure e educazione di qualità. Ci impegniamo a fornire opportunità di istruzione e di formazione significative per la vasta popolazione di bambini e di adolescenti ancora esclusa dalla scuola, con un intervento immediato, mirato a garantire l’istruzione a tutti.

7. Inclusione ed equità attraverso l’istruzione sono la pietra angolare di un programma di sviluppo attraverso l’istruzione, pertanto ci impegniamo ad affrontare tutte le forme di esclusione e di emarginazione, le disparità e le disuguaglianze nell’ accesso, nella partecipazione e nei risultati. Nessun obiettivo educativo può essere considerato soddisfatto se non raggiunto da tutti. Pertanto ci impegniamo a compiere i cambiamenti necessari nelle politiche dell’istruzione, concentrando i nostri sforzi sui più svantaggiati, in particolare coloro che hanno disabilità, al fine di garantire che nessuno sia lasciato indietro.

8. Riconosciamo l’importanza della parità di genere nella realizzazione del diritto all’istruzione per tutti. Siamo quindi impegnati a sostenere politiche, programmi, ambienti di apprendimento sensibili alla parità di genere; l’integrazione delle questioni di genere nella formazione degli insegnanti e dei curricula; eliminando le discriminazioni di genere e la violenza nelle scuole.

9. Ci impegniamo per un’istruzione di qualità, per migliorare i risultati dell’apprendimento. Ciò richiede il rafforzamento degli input, dei processi e della valutazione dei risultati, oltre agli strumenti per misurare i progressi. Faremo in modo che gli insegnanti e gli educatori vengano assunti tra i più professionalmente qualificati, motivati e che siano poi supportati con le risorse necessarie e da sistemi efficienti oltre che efficacemente governati. Un insegnamento di qualità stimola la creatività e la conoscenza, garantisce l’acquisizione delle competenze fondamentali, l’analisi, il problem-solving, alti livelli cognitivi, abilità interpersonali e sociali. Sviluppa inoltre le capacità, i valori e gli atteggiamenti che consentono ai cittadini di condurre una vita sana e soddisfacente, prendere decisioni informate, rispondere alle sfide locali e globali attraverso l’educazione ad uno sviluppo sostenibile (ESD) e l’educazione alla cittadinanza globale (GCED). A questo proposito, sosteniamo con forza l’attuazione del programma d’azione globale sulla ESD, inaugurato alla Conferenza mondiale dell’UNESCO sulla ESD a Aichi-Nagoya nel 2014. Sottolineiamo anche l’importanza dell’istruzione e della formazione ai diritti umani, al fine di realizzare l’agenda per lo sviluppo sostenibile post 2015.

10. Ci impegniamo a promuovere opportunità di apprendimento permanente di qualità per tutti, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli di istruzione. Questo include l’accesso all’istruzione tecnica, alla formazione professionale e all’istruzione superiore di maggiore qualità e una ricerca che dia garanzie di qualità. Inoltre, la fornitura di percorsi di apprendimento flessibili ed è importante il riconoscimento, la convalida e l’accreditamento delle conoscenze, abilità e competenze acquisite attraverso l’istruzione non formale e informale. Ci impegniamo inoltre a garantire che tutti i giovani e gli adulti, in particolare le ragazze e le donne, raggiungano rilevanti e riconosciuti livelli di conoscenza della lingua e della matematica, di competenze funzionali e di competenze di vita, e che siano fornite agli adulti opportunità di apprendimento, istruzione e formazione. Siamo inoltre impegnati a rafforzare lo studio delle scienze, la tecnologia e l’innovazione. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) devono essere utilizzate per rafforzare i sistemi di istruzione, la diffusione delle conoscenze, l’accesso a informazioni di qualità e a un apprendimento efficace con la fornitura di servizi più efficienti.

11. Inoltre si segnala la grave preoccupazione per l’esclusione di gran parte della popolazione mondiale dalla scuola perché vive in aree colpite da conflitti, e che crisi, violenze e attacchi contro le scuole, oltre ai disastri naturali e alle pandemie, continuano a sconvolgere l’educazione e lo sviluppo a livello globale. Ci impegniamo a sviluppare sistemi educativi più inclusivi, sensibili e resistenti per soddisfare le esigenze di bambini, giovani e adulti in questi contesti, tra sfollati interni e rifugiati. Sottolineiamo la necessità di un’educazione da realizzare in ambienti di apprendimento sicuri, solidali e privi di violenza. È necessario rispondere alle crisi con interventi di emergenza attraverso il recupero e la ricostruzione; coordinando meglio le risposte nazionali, regionali e globali; con lo sviluppo di capacità per la riduzione del rischio globale e la mitigazione al fine di garantire che l’istruzione venga mantenuta durante situazioni di conflitto, di emergenza, post-conflittuale e di recupero precoce.

Attuare la nostra agenda comune

12. Ribadiamo che la responsabilità principale di attuare con successo questo ordine del giorno è dei governi. Siamo determinati a stabilire un quadro giuridico e politico che promuova la responsabilità e la trasparenza, nonché la governance partecipativa e collaborazioni coordinate a tutti i livelli e in tutti i settori, per difendere il diritto alla partecipazione di tutte le parti interessate.

13. Chiediamo una forte collaborazione globale e regionale, la cooperazione, il coordinamento e il monitoraggio dell’attuazione del programma di formazione basato sulla raccolta di dati, analisi e reporting a livello nazionale, nel quadro delle entità regionali, dei meccanismi e delle strategie.

14. Riconosciamo che il successo del programma di istruzione 2030 richiede politiche di pianificazione, nonché modalità di attuazione efficienti. È anche chiaro che le aspirazioni racchiuse nella proposta di SDG4 non possono essere realizzate senza un aumento significativo e ben mirato dei finanziamenti, in particolare in quei paesi che devono raggiungere l’istruzione di qualità per tutti a tutti i livelli. Pertanto siamo determinati ad aumentare la spesa pubblica per l’istruzione secondo i contesti nazionali, e sollecitare il rispetto dei parametri di riferimento internazionali e regionali di allocazione efficiente almeno 4-6% del prodotto interno lordo e/o di almeno il 15 – 20% del totale della spesa pubblica per l’istruzione.

15. Tenendo conto dell’importanza della cooperazione per lo sviluppo nel completare gli investimenti da parte dei governi, chiediamo ai paesi sviluppati, ai paesi emergenti, quelli a medio reddito e alle istituzioni finanziarie internazionali di aumentare i finanziamenti per l’istruzione e per sostenere l’attuazione del programma in base alle esigenze e alle priorità dei paesi. Ci rendiamo conto che il rispetto di tutti gli impegni relativi all’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) è di fondamentale importanza, tra cui gli impegni di molti paesi sviluppati per raggiungere l’obiettivo dello 0,7 per cento del prodotto nazionale lordo (PNL) per l’APS nei paesi in via di sviluppo. In conformità con i loro impegni, sollecitiamo i paesi sviluppati, che non l’hanno ancora fatto, a compiere sforzi concreti supplementari verso l’obiettivo dello 0,7 per cento del PIL per l’APS nei paesi in via di sviluppo. Ci impegniamo anche ad aumentare il nostro sostegno ai paesi meno sviluppati. Riconosciamo inoltre l’importanza di sbloccare tutte le risorse possibili per sostenere il diritto all’istruzione. Raccomandiamo di migliorare l’efficacia degli aiuti attraverso un migliore coordinamento e armonizzazione dei finanziamenti e degli aiuti ai paesi a basso reddito. Chiediamo un maggiore sostegno per l’istruzione dove si protraggono crisi umanitarie. Accogliamo con favore le conclusioni del vertice sull’Educazione per lo Sviluppo di Oslo (luglio 2015) e chiediamo di sostenere il programma di finanziamento della Conferenza per lo sviluppo di Addis Abeba per sostenere la proposta di SDG4.

16. Chiediamo a quanti hanno promosso il Foro Mondiale per l’Istruzione 2015, in particolare all’UNESCO, nonché a tutti i partner, di sostenere i paesi, singolarmente e nel loro insieme, dando attuazione all’agenda dell’istruzione 2030, fornendo consulenza tecnica, promuovendo lo sviluppo delle capacità nazionali e il sostegno finanziario sulla base dei rispettivi mandati. A tal fine, affidiamo all’UNESCO, in consultazione con gli Stati membri, i promotori del WEF 2015 e altri partner, il compito di istituire un adeguato organo di coordinamento globale. Ritenendo necessaria una partnership mondiale per l’istruzione per finanziare e sostenere l’attuazione del programma secondo le esigenze e le priorità dei singoli paesi, chiediamo che l’Unesco sia parte di questo futuro organo di coordinamento globale.

17. All’UNESCO, come agenzia delle Nazioni Unite per l’istruzione, è affidato il compito di continuare a svolgere il ruolo di guida e coordinamento del programma “Istruzione 2030”, in particolare di: incoraggiare e sostenere l’impegno politico; facilitare il dialogo politico, la condivisione delle conoscenze e degli standard da raggiungere; compiere il monitoraggio dei progressi verso gli obiettivi di istruzione; convocare le parti interessate a livello mondiale, regionale e nazionale per orientare l’attuazione dell’ordine del giorno; funzionare come punto di riferimento per i coordinamento e la complessiva architettura del SDG.

18. Noi decidiamo di sviluppare sistemi di monitoraggio e di valutazione nazionali al fine di monitorare le politiche e la gestione dei sistemi di istruzione, nonché per garantire responsabilità trasparenza e rendicontazione sociale. Chiediamo inoltre ai promotori del WEF 2015 e a tutti i partner di sostenere lo sviluppo delle capacità di raccogliere dati, di compiere analisi e fornire report a livello nazionale. I paesi devono cercare di migliorare la qualità, i livelli di disaggregazione e di tempestività nella segnalazione dei dati all’Istituto di statistica dell’UNESCO. Chiediamo, inoltre, che l’Education for All Global Monitoring Report proceda indipendentemente dal Global Education Monitoring Report (GEMR), ospitato e pubblicato dall’UNESCO, come organismo di monitoraggio e comunicazione del progetto SDG4, dell’istruzione negli altri progetti SDGs, all’interno dell’organo da istituire per monitorare e valutare l’attuazione dei SDGs proposti.

19. Abbiamo discusso e concordato gli elementi essenziali d’azione del quadro Education 2030. Tenendo conto del vertice delle Nazioni Unite per l’adozione del programma di sviluppo post 2015 (New York, settembre 2015), e i risultati della Terza Conferenza Internazionale sul finanziamento dello sviluppo (Addis Abeba, luglio 2015), la versione finale sarà presentata per l’adozione e il lancio in una speciale riunione ad alto livello per organizzare insieme la 38a sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO nel novembre 2015. Siamo pienamente impegnati alla sua attuazione dopo la sua adozione, a ispirare e guidare i paesi e i partner per garantire che il nostro ordine del giorno sia raggiunto.

20. Sulla base dell’eredità di Jomtien e Dakar, questa Dichiarazione di Incheon è un impegno storico da parte di tutti noi per trasformare la vita attraverso una nuova visione dell’istruzione, con azioni coraggiose e innovative, per raggiungere il nostro ambizioso obiettivo entro il 2030.

*Traduzione di Giovanni Fioravanti

Il festival dell’apprendimento*

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La città che apprende

È dal 2004 che l’amministrazione della città di Cork organizza il ‘learning festival’ per promuovere l’apprendimento fra i suoi cittadini. Cork è una città dell’Irlanda, seconda come densità demografica dopo Dublino. Come tante altre città nel mondo, Cork nello scorso mese di marzo, dal 23 al 29, ha celebrato il suo dodicesimo festival dell’apprendimento.

Cittadini, istituzioni, associazioni e organizzazioni hanno promosso eventi, hanno aperto i loro spazi per offrire alla gente un saggio di tutte le opportunità di apprendimento disponibili in città. Per una settimana l’apprendimento si è presentato al pubblico con spettacoli gratuiti, dibattiti, sessioni di prova, visite guidate, mostre e dimostrazioni. Centri per le famiglie, comunità, biblioteche, teatri, musei, parchi, campi sportivi, scuole e università i luoghi coinvolti. ‘Indaga, partecipa, celebra l’apprendimento’, il motto del festival di quest’anno, che come sempre si propone di motivare i cittadini di ogni età, con capacità e interessi molto diversi, a condividere le proprie competenze e ad acquisirne di nuove.

L’apprendimento è condivisione

La Commissione dell’Unione Europea da tempo ha coraggiosamente affermato che l’apprendimento continuo non è più solo un aspetto dell’educazione e della formazione: deve diventare il fondamento, il principio guida dell’intero sistema formativo, dell’intero sistema di erogazione e di partecipazione sullo spettro totale dei contesti di apprendimento.

L’enfasi va posta sui diritti dell’individuo come discente, sullo sviluppo del potenziale individuale, su sistemi formativi fondati sul diritto universale ad apprendere, sul piacere, sul promuovere e certificare il successo anziché, come ancora accade nelle nostre scuole, sanzionare l’insuccesso, sull’abbattere le barriere dell’apprendimento, sulla soddisfazione dei bisogni e delle istanze di chi apprende, sul celebrare l’apprendimento con festival dedicati all’apprendimento.

In questa prospettiva è evidente che tutta la società deve farsi apprendimento, perché gli individui e la scuola con le solo loro forze non sarebbero in grado di risolvere tutti i problemi della conoscenza.

In questa dimensione l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone, anziché processo che avviene in modo quasi esclusivo all’interno delle istituzioni scolastiche.

Diventare una Learning City

Secondo il programma della Commissione dell’Unione Europea una ‘learning city’, una città che apprende va al di là del proprio compito istituzionale di fornire istruzione e formazione, crea un ambiente partecipativo, culturalmente consapevole ed economicamente vivace, attraverso la fornitura e la promozione attiva di opportunità di apprendimento in grado di sviluppare il potenziale di tutti i suoi abitanti.

Riconosce e comprende il ruolo fondamentale dell’apprendimento per la prosperità, la stabilità sociale e la realizzazione personale, mobilita creativamente e sensibilmente tutte le risorse umane, fisiche e finanziarie per sviluppare appieno il potenziale umano di tutti i suoi abitanti.

Le partnership locali per l’apprendimento continuo sono le scuole, le università, le imprese, gli enti locali e regionali, i centri di formazione per gli adulti e le associazioni di volontariato.

La città della conoscenza incoraggia lo spirito di cittadinanza e il volontariato, i progetti che permettono di attivare l’impegno, il talento, l’esperienza, le conoscenze presenti nelle comunità.

La città della conoscenza estende il numero dei luoghi in cui avviene l’apprendimento, in modo che i cittadini possano riceverlo dovunque, quando e come vogliono. L’apprendimento è considerato creativo, appagante e piacevole. Ogni aspetto della comunità fa parte integrante del programma di apprendimento. Le biblioteche, i musei, i parchi, le palestre, i negozi, le banche, le aziende, gli uffici municipali, le fattorie, le fabbriche, le strade e l’ambiente forniscono opportunità di apprendimento, strutture e servizi per autodidatti.

Festeggiare l’apprendimento

Nel nostro Paese si tengono ogni anno i festival della letteratura, della filosofia e ancora altri, perché allora non unire in una rete, in un disegno coerente le tante opportunità offerte dalle nostre città per celebrare il Festival dell’Apprendimento capace di far incontrare e dialogare la scuola, la città, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione, di interesse comune.

Questo vuol dire confrontarsi in concreto con l’idea di città della conoscenza.

Si tratta di procedere oltre i progetti e i programmi di lifelong learning orientati a riprodurre modalità tradizionali di intervento formativo, troppo simili a quelle predefinite dai sistemi scolastici, ovvero dai principi che regolano i percorsi di istruzione, compresi quelli dell’istruzione superiore, ovviamente anche universitaria, dunque un momento decisivo per il ripensamento dei modi, dei tempi e dei luoghi dell’apprendimento.

In questa cornice i festival dell’apprendimento costituiscono l’occasione per festeggiare e promuovere l’apprendimento, per veicolare il messaggio dell’apprendimento a un gran numero di cittadini, esaltare il piacere di imparare, conoscere i benefici che ne derivano per la città e i suoi abitanti.

Festival in tutto il mondo

Il prototipo di “learning festival” è stato sviluppato in Giappone, il cui governo ha sponsorizzato e finanziato, tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, varie città che tenevano a turno un festival dell’apprendimento ogni sei mesi. Con il festival di Sapporo, nell’isola settentrionale di Hokkaido, più di sessantamila adulti sono rientrati nel circuito dell’apprendimento continuo.

Ma questi eventi si possono utilizzare anche per tanti altri scopi come mostra il caso del Marion festival. Marion è uno dei più grandi sobborghi della metropoli di Adelaide, nel South Australia e ospita uno dei più importanti centri di apprendimento continuo. Il “Marion City Lifelong Learning Festival” dura una settimana, si tiene ogni settembre a partire dal 2002. Tra le numerose attività del festival ci sono esibizioni di cori di tutte le età, bande, gruppi jazz, orchestre da camera, gruppi di danza classica, moderna, gruppi teatrali e ginnici. Nelle strade si esibiscono prestigiatori, trampolieri, danzatrici del ventre, cantanti e mangia fuoco. Gli scrittori parlano dei loro romanzi e i poeti recitano le loro poesie. Diverse decine di corsi vengono messi a disposizione di quanti vogliono imparare dai rudimenti dello spagnolo alla cucina, alla disposizione dei fiori, alla navigazione in internet, fotografia, astronomia, ecc.

Un centinaio di stand presidiati dai rappresentanti dei principali fornitori di apprendimento, formali e informali, scuole, università, centri di formazione professionale, centri di istruzione per gli adulti, centri di comunità, gruppi di volontariato e portatori di interessi specialistici.

Altri stand con asili, aziende come la Mitsubishi, gruppi teatrali, enti benefici, centri di assistenza sanitaria, borse di studio, palestre, circoli sportivi, chiese, servizi statali e locali, gruppi familiari, agenzie di viaggio e turismo, l’esercito, l’università della terza età. Tutto progettato in modo da esaltare il piacere dell’apprendimento.

A Mount Isa nel South West Quennsland, una regione prevalentemente agricola e mineraria, il festival si incentra sulle scuole, intese come “hub di comunità” e si tiene su un treno itinerante sponsorizzato dalla Quennsland University of Technology. Il festival organizza pure la “family maths night”, che pare richiamare talmente tanta gente da costringere gli organizzatori a prolungare l’attività oltre la fine del festival. Inoltre nell’ambito di questa iniziativa viene sviluppato il progetto satellitare NASA, portato avanti in collegamento con alcune scuole degli USA e sempre in collaborazione con la Quennsland University of Technology.

È sufficiente navigare in internet digitando ‘learning festival’ per rendersi conto della diffusione di tale evento in diverse città sparse per il mondo, dalla Francia, all’Irlanda, alla Scozia. L’ Unesco con un sito appositamente dedicato ha fatto del ‘Festival de l’apprentissage’ una iniziativa di portata mondiale.

E in Italia?

Nel nostro Paese nulla di tutto questo accade, fatta eccezione per il festival dell’apprendimento che da due anni viene organizzato nel mese di ottobre a Padova per iniziativa dell’Associazione italiana formatori (AIF), si tratta di una serie di seminari e lezioni che in realtà sono distanti dallo spirito dei ‘learning festival’ come finora l’abbiamo illustrato.

Il tema della conoscenza nel nostro Paese è così settorializzato, frantumato che si fatica ad assumere l’idea che l’interazione tra i luoghi del sapere, la loro cura e diffusione, nei fatti, non fa altro che tessere quel grande territorio e contenitore entro il quale si svolge l’istruzione permanente di ognuno di noi. Di conseguenza i temi della tutela e valorizzazione dei beni culturali, della scuola e dell’università non vengono pensati e considerati dalla politica come tra loro interdipendenti, come un unico discorso a vantaggio della comunità e dei singoli cittadini.

La comunità che apprende

Si continuano a praticare politiche settoriali, a se stanti; i beni culturali in funzione del turismo, la scuola per i giovani, l’università per l’istruzione terziaria, rinunciando ad avere una visone di insieme e, quindi, un progetto di più largo respiro. Si perde regolarmente di vista la comunità che siamo, la possibilità di una più ampia fruizione di saperi, conoscenze e informazioni come risorse che devono essere fatte circolare, messe a disposizioni di tutti, per la crescita economica, sociale, culturale di tutti e di ciascuno. I mezzi ci sono, per questo è nata la rete mondiale delle “Città che apprendono”, patrocinata dall’Unesco.

Sarebbe davvero auspicabile che l’iniziativa dei festival dell’apprendimento partisse direttamente dalle nostre scuole, in ogni città per far incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune. Sarebbe l’occasione per riconoscere concretamente e pubblicamente quanto la città considera importante il lavoro, l’intelligenza e la fatica quotidiana delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, di quanti, a qualunque età, sono impegnati a fare di ogni città una città che apprende.

*Pubblicato in Rivista dell’istruzione n. 5 – 2015

Città del Messico Dichiarazione delle “Learning Cities”*

ConferenceGeneral

Premessa

Noi ministri, vice ministri, sindaci, vice sindaci, responsabili dell’istruzione, esperti di formazione e rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, rappresentanti del settore privato e delle organizzazioni nazionali, internazionali e della società civile, provenienti da novantacinque paesi, ci siamo riuniti a Città del Messico dal 28 al 30 Settembre 2015 per la 2^ Conferenza Internazionale delle Learning Cities (ICLC). Oltre 650 partecipanti, che comprendono uomini e donne di tutte le età, provenienti da tutte e cinque le aree Unesco, si sono riuniti per condividere le loro esperienze, per imparare reciprocamente, stringere rapporti di cooperazione, creare sinergie e migliorare l’apprendimento permanente nelle comunità di tutto il mondo.

Ci siamo incontrati in un momento critico per il processo di difesa della pace mondiale e dei diritti umani, per la riduzione delle povertà e per la creazione di un programma globale di sviluppo sostenibile. Al recente vertice Sostenibile delle Nazioni Unite del 2015, gli Stati membri hanno concordato diciassette obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) che saranno determinanti nei prossimi quindici anni per lo sviluppo dell’umanità. Esprimiamo il nostro pieno sostegno per tutte le SDGs, ma in particolare per la SDG 4 (‘garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti’) e SDG 11 (‘rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili’). Siamo d’accordo che l’istruzione, l’apprendimento permanente dei cittadini e delle città di tutto il mondo hanno un ruolo cruciale da svolgere nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile nei tre ambiti: sociale, economico e ambientale. Accogliamo quindi con favore l’attenzione della 2^ ICLC sulla sostenibilità.

Noi riconosciamo che le città di tutto il mondo devono affrontare sfide difficili. Queste includono il malgoverno, la corruzione, la povertà, la fame, le malattie, le disuguaglianze sociali, mancanza d’acqua e servizi igienico-sanitari, la disuguaglianza di genere, la disoccupazione, i conflitti, la violenza, i modelli non sostenibili di consumo e produzione, il degrado ambientale e le conseguenze del cambiamento climatico. Eppure le città hanno anche le strutture e i servizi per coinvolgere i cittadini nel campo dell’apprendimento permanente. Riteniamo pertanto che città dinamiche, interculturali e innovative, che oggi ospitano più della metà della popolazione mondiale, siano in una posizione forte per promuovere l’apprendimento permanente come un mezzo per affrontare le sfide dello sviluppo.

Il punto della situazione

Noi celebriamo i progressi compiuti nel promuovere l’apprendimento permanente nelle città di tutto il mondo dalla 1^ ICLC, che si è svolta a Pechino nel 2013. Accogliamo con favore il fatto che un numero crescente di città stanno adottando l’approccio di learning city come mezzo per perseguire uno sviluppo sostenibile. Lodiamo le innovative strategie di apprendimento permanente attuate nelle città al fine di responsabilizzare i cittadini e consentire di raggiungere il loro pieno potenziale; migliorare la coesione sociale, la solidarietà e l’uguaglianza; accrescere la prosperità economica e culturale; promuovere la salute e il benessere; proteggere l’ambiente.

Apprezziamo le indicazioni fornite dai due documenti finali della prima ICLC: la Dichiarazione di Pechino sulla costruzione delle Learning Cities, che afferma l’importanza vitale della formazione permanente per il futuro delle comunità urbane, le caratteristiche principali delle città che apprendono e che serve come lista di controllo delle azioni necessarie per costruirle.

Accogliamo inoltre con favore il sostegno fornito dalle Rete Globale delle learning cities dell’Unesco. Questa rete promuove il dialogo politico e l’apprendimento tra pari tra le città aderenti; fucine, legami e partnership con il settore privato, del mondo accademico e delle organizzazioni internazionali e della società civile; prevede lo sviluppo di capacità e di strumenti per incoraggiare e riconoscere i progressi compiuti nella costruzione di città che apprendono.

Indirizzi strategici per le learning cities

Ci rendiamo conto che c’è ancora molto da fare per attuare la Dichiarazione di Pechino sulla costruzione e le caratteristiche principali delle learning cities. Abbiamo quindi individuato le seguenti dieci direzioni strategiche per costruire città sostenibili che apprendono:

  1. Verificare che lo sviluppo dell’istruzione e dell’apprendimento permanente promuova un senso di solidarietà globale e di responsabilità individuale e sociale. Si tratta di incoraggiare i cittadini a contribuire all’integrazione sociale, adottando misure per comunità più sicure e più inclusive. Accrescere l’impegno civile, facendo partecipare le persone ai processi decisionali e rendendo i soggetti interessati responsabili del loro impegni e delle loro azioni.

  2. Attuare strategie di apprendimento permanente che promuovano la tutela dell’ambiente per motivare i cittadini a proteggere l’ambiente naturale, combattere il cambiamento climatico e adottare modelli sostenibili di produzione e di consumo.

  3. Offrire un’istruzione innovativa, diversificata e flessibile, opportunità di apprendimento permanente che migliorino la conoscenza e la comprensione dei problemi di salute dei cittadini, consentendo loro in tal modo di avere un migliore controllo delle loro condizioni di salute e di sviluppare atteggiamenti di cura e di sostegno verso gli altri. Inoltre, garantire che le condizioni strutturali e ambientali in atto contribuiscano positivamente alla salute e al benessere dei cittadini.

  4. Assicurarsi che i cittadini abbiano un accesso adeguato ai servizi di pubblica utilità come acqua pulita, servizi igienico-sanitari e di energia, in quanto questi sono i presupposti per la partecipazione all’istruzione e alla formazione permanente.

  5. Attivare tutti i cittadini a sostenere e beneficiare di una crescita economica sostenibile, inclusiva, fornendo loro istruzione accessibile e conveniente e opportunità di apprendimento permanente. Portare tutti i cittadini a fare un uso efficace delle TIC e di altre tecnologie di apprendimento moderne al fine di sviluppare le conoscenze, le competenze, i valori e gli atteggiamenti di cui i cittadini hanno bisogno per trovare un lavoro produttivo e soddisfacente e partecipare pienamente alla società.

  6. Coinvolgere tutti i cittadini, soprattutto le persone vulnerabili, quali i gruppi indigeni, le donne, le persone con disabilità, profughi e sfollati, metterli al centro di iniziative cittadine di apprendimento. Protezione sociale, inclusione economica e politica, garantendo che tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro età, orientamento sessuale o condizione economica, culturale, religiosa o etnica, acquisiscano le competenze di base e di cui hanno bisogno per far valere i propri diritti.

  7. Coinvolgere i diversi settori, sanità, istruzione, arte e cultura, sport e tempo libero, trasporti, assistenza sociale, l’urbanistica, l’alloggio e il turismo, e istituire partenariati tra governi, settore privato e società civile.

  8. Includere i giovani come parti interessate, attive e significative nella creazione delle città che apprendono.

  9. Fare propri nelle parole e nelle azioni valori etici fondamentali come il rispetto per le persone e la natura, e promuovere i diritti umani dei cittadini, migranti, rifugiati e abitanti delle città vicine.

  10. Incorporare la cultura e le arti come pilastri portanti della città che apprende e garantire che in questi si impegnino tutti i residenti e visitatori della città.

Chiamati all’azione

Siamo impegnati a perseguire gli indirizzi strategici di cui sopra per garantire che l’apprendimento permanente sia un fattore di sostenibilità sociale, economica e ambientale nelle città di tutto il mondo. Per promuovere la costruzione di learning cities sostenibili, invitiamo:

  1. I partecipanti a questa conferenza di essere ambasciatori dell’apprendimento permanente, e delle città che imparano continuando ad offrire ogni altro supporto e orientamento.

  2. L’ Unesco ad allargare la Rete delle Learning Cities, garantendo un’adesione inclusiva, diversificata, aperta a tutte le città degli Stati membri dell’Unesco che desiderano implementare le caratteristiche principali delle learning cities. Inoltre, invitiamo la Rete Unesco delle Learning Cities a sincronizzare le proprie azioni con altre iniziative delle Nazioni Unite in materia di sviluppo urbano, come UN-Habitat (il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani) e il programma di azione mondiale dell’UNESCO sull’Educazione per lo Sviluppo Sostenibile, e di avvalersi degli indicatori sviluppati da altre organizzazioni come l’OMS, indicatori del benessere e della salute.

  3. L’Unesco a monitorare lo stato di avanzamento delle città che apprendono, a riconoscere la diversità delle esperienze di apprendimento, a riconoscere le attività di apprendimento permanente eccellenti e a organizzare una biennale Unesco della “Learning City Award” sulle città che hanno fatto progressi eccezionali nell’attuazione delle caratteristiche principali di una learning city.

  4. I governi e le città che seguono le linee guida Unesco per costruire learning cities a stabilire quadri legislativi che supportino lo sviluppo delle città che apprendono, creare strutture coordinate in tutti i settori e allocare budget a tutti i livelli per rafforzare l’istruzione di qualità e l’apprendimento permanente accessibile a tutti.

  5. I governi a promuovere il coinvolgimento dei giovani nella costruzione di città che apprendono.

  6. Le organizzazioni educative regionali a collaborare con l’Istituto per l’apprendimento permanente sulla costruzione di reti e partenariati regionali e internazionali tra le città che apprendono.

  7. Il settore privato di dare priorità alla formazione permanente come parte della sua responsabilità nella formazione aziendale, e le organizzazioni della società civile a contribuire a fornire un’istruzione di qualità e opportunità di formazione e di apprendimento permanente per tutti.

  8. Tutti i cittadini a diventare studenti attivi, a contribuire al processo di apprendimento e a svolgere un ruolo attivo nel trasformare le loro comunità in ambienti di apprendimento che consentano l’accesso libero e aperto al materiale digitale e stampato, così come l’accesso alla cultura e alle arti.

La Conferenza loda l’impegno di Città del Messico a costruire una learning City. E ‘anche altamente apprezzato l’impegno annunciato dal sindaco di Città del Messico a svolgere un ruolo chiave nel corso dei prossimi due anni per promuovere l’agenda di apprendimento della città e di fornire una piattaforma per le città che in tutto il mondo apprendono, con il sostegno dell’Istituto per l’apprendimento permanente e l’Ufficio UNESCO in Messico.

Esprimiamo il nostro profondo apprezzamento al Governo del Messico, all’Amministrazione e alla popolazione di Città del Messico per la loro ospitalità e il sostegno ad ospitare la 2^ ICLC.

Città del Messico, 29 Settembre 2015

*Traduzione di Giovanni Fioravanti

Lizanne Foster “Cari studenti: da insegnante chiedo scusa”

Side profile of students standing in line for a school bus

Lizanne Foster

È un’insegnante di liceo di Surrey, in Canada. Ha cominciato a insegnare in Sudafrica. Ha un blog sull’edizione canadese dell’Huffington Post.

Cari liceali del 21esimo secolo,
la prossima settimana inizierà un nuovo semestre e sento di dover porgere le mie scuse. Nonostante i nostri sforzi, noi insegnanti non siamo riusciti a convincere chi ci governa che investire sull’educazione porterebbe benefici a tutti senza produrre, a differenza di altri investimenti, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria.

Quindi, fin quando interessi più grandi avranno la meglio sui vostri bisogni, accettate le mie scuse.
Mi dispiace che dobbiate arrivare a scuola prestissimo, tutti i giorni, nonostante le neuroscienze indichino che il cervello di un adolescente non funziona al meglio prima delle 10.

Mi dispiace che dobbiate chiedere il permesso per uscire dall’aula e per andare in bagno anche se avete già la patente o un lavoro part-time, anche se state già decidendo del vostro futuro.

Mi dispiace che dobbiate stare seduti per cinque o sei ore al giorno, nonostante le ricerche abbiano reso noti gli effetti negativi che questo comporta sulle capacità cognitive e sulla salute.

Mi dispiace che siate divisi per età malgrado l’età biologica non abbia nulla a che fare con le capacità intellettuali, la maturità e le abilità di ciascuno.

Mi dispiace che molti di voi abbiano difficoltà a pagare gli studi e non ricevano alcun supporto perché le vostre esigenze non rientrano nei piani economici del governo.

Mi dispiace che dobbiate studiare materie che non vi interessano, in un momento storico in cui l’insieme delle conoscenze umane cresce ogni 12 mesi.

Mi dispiace che crediate di dover competere per ottenere i voti migliori, mentre l’intero progresso umano si deve alla collaborazione (che a scuola equivale a “copiare”).

Mi dispiace che abbiate libri di testo superati e strumentazioni tecniche obsolete.

Mi dispiace che il cosiddetto “apprendimento personalizzato” non abbia nulla di personale, forse perché costerebbe troppo, capite?

Mi dispiace che, nonostante tutta la pubblicità (che rientrava nel piano del governo), la cosiddetta Innovation Strategy (misura del governo della Columbia Britannica) tanto annunciata, non porterà alcun cambiamento, ma solo a nuovi modi di “classificare” ciò che fate a scuola.

Soprattutto mi dispiace che il sistema educativo sia costruito in funzione della vostra partecipazione a un’economia ‘estrattivista’, mentre il nostro ambiente (senza il quale non ci sarebbe alcuna economia) subisce stravolgimenti climatici che produrranno trasformazioni sul piano sociale, politico, e anche economico, per i quali non sarete minimamente preparati.

Mi dispiace tanto.

Vorrei che la vostra curiosità non fosse schiacciata dal conformismo dei programmi scolastici.

Vorrei avere una bacchetta magica per donarvi una scuola con spazi nei quali esplorare, sperimentare ed apprendere in nuovi modi.

Vorrei avere il potere di riaccendere in voi quella voglia di imparare che c’era nei vostri occhi durante i primi giorni di scuola.

Vorrei aiutarvi a ricordare che, prima di essere studenti, eravate dei piccoli scienziati, con tanta voglia di sperimentare, scoprire, fare domande, stabilire connessioni.

Eravate anche dei piccoli poeti… ricordate la meraviglia degli adulti quando vi sentivano descrivere il mondo intorno a voi?

Siete nati per imparare, non potete evitarlo.

Mi dispiace che vi facciano pensare che gli unici insegnamenti che contano siano quelli ricevuti a scuola, che importi solo quello che si impara in una classe. E non conta neanche tutto ciò che vi insegniamo, ma solo gli argomenti delle verifiche e dei compiti in classe.

Vorrei portarvi in quei paesi dove l’educazione è una priorità, che credono che il loro futuro dipenda dal futuro del sistema educativo.

Oggi l’ingegno riesce a risolvere quasi tutti i nostri problemi e noi, invece, stiamo sprecando la vostra capacità di trovare soluzioni creative. L’adolescenza è il momento della vita in cui l’essere umano raggiunge il picco dello sviluppo cognitivo. Ovunque ci sono prove della vostra capacità di pensare fuori dagli schemi e “creare” soluzioni.

Vorrei che chi governa potesse vedere tutto questo e vi desse una possibilità. Magari…

Cordialmente,
Un insegnante.

Blog e immagini sono state pubblicate da The Huffington Post Usa. Il post è stato tradotto dall’inglese da Milena Sanfilippo.

2030: Modelli di apprendimento *

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Un bambino nato oggi frequenterà la scuola superiore in un mondo molto diverso. Entro il 2030, conoscere semplicemente i fatti avrà poco valore. L’istruzione dovrà dotare gli studenti della capacità di pensare in modo creativo, in modo indipendente, rigoroso, nella piena consapevolezza di se stessi e del contesto sociale.

Per esplorare questo futuro, il “Waterloo Globale Science Initiative” ha raccolto Al Summit Equinox: Learning 2030 i leader in materia di istruzione e di insegnamento, professionisti, ricercatori e politici, assieme a giovani che hanno innovato i loro percorsi di apprendimento. 

Ha pubblicato il Learning 2030 Blueprint, un documento che fornisce raccomandazioni chiare sulla costruzione di un ambiente di apprendimento che favorisca il pensiero critico, il problem solving e l’innovazione. Qui sotto forniamo la traduzione italiana.

Learning 2030

*http://www.wgsi.org/

 

 

 

Cinque cose che ho imparato*

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Cinque cose che ho imparato, “Five Things I’ve Learned”, è un blog della Fondazione Pearson, la società leader mondiale dell’apprendimento. Raccoglie le riflessioni di diverse personalità della ricerca educativa internazionale. Mettendo insieme queste voci si propone di offrire una vetrina sulle prospettive dell’istruzione e dell’apprendimento.

Tra i numerosi interventi uno in particolare ci interessa. Ci interessa cosa dice Andreas Schleicher, tedesco, ricercatore nell’ambito dell’istruzione, duramente critico nei confronti del sistema scolastico della Germania, specialmente in merito alla sua forte selezione. Ma Andreas Schleicher cattura la nostra attenzione soprattutto perché è l’attuale direttore del programma dell’OCSE per la valutazione internazionale degli apprendimenti (PISA).

Obiettivo dell’istruzione, scrive Schleicher, è quello di consentire alle persone di diventare attori della formazione permanente, per gestire più complessi modi di pensare e di lavorare.

Di qui elenca le cinque cose che lui ha appreso.

Innanzitutto che nell’economia globale non sono gli standard scolastici a contare. Potremmo dire i livelli di prestazione richiesti dai test PISA, che tanto fanno discutere sulla collocazione di questa o quella nazione nelle classifiche OCSE. E quindi la corsa non può essere allo standard, ad impugnare la bandierina del primo in classifica, come finora anche nel nostro paese si è ritenuto. Ciò che conta sono i sistemi di istruzione, i loro risultati a livello internazionale. Finalmente uno sguardo non più alla pagliuzza nell’occhio, ma alla trave. Non sono i nostri giovani a non studiare, non sono i nostri insegnanti a non insegnare, ma è proprio il sistema che deve essere chiamato in causa. Utile per chi pensa che con l’autovalutazione di istituto e con una task force di ispettori si risolveranno i mali della nostra scuola. Schleicher ci dice semplicemente che in questo modo continueremo ad occuparci dei sintomi senza mai aggredirne le cause.

Il processo al sistema non può che muovere dai rapidi cambiamenti prodotti dalle nuove tecnologie che consentono di accedere a grandi quantità di informazioni, la digitalizzazione istantanea permette a individui e imprese, ovunque si trovino nel mondo, di essere più efficaci e competitivi. Per tanto conoscenze e competenze sono divenute la moneta globale del 21° secolo.

Quando ancora si pensava che quanto appreso a scuola sarebbe durato per tutta la vita, l’insegnamento dei contenuti e delle abilità cognitive di routine era il centro dell’istruzione. Di qui il secondo apprendimento. Oggi, che è possibile accedere ai contenuti su Google recuperando facilmente le conoscenze di routine, dove i lavori mutano rapidamente, l’attenzione è principalmente rivolta a rendere le persone capaci di essere soggetti della formazione permanente.

Ne deriva, come terzo apprendimento, che la deprivazione non deve essere più il destino per nessuno. L’equità nell’istruzione è la chiave della mobilità sociale e della democratizzazione del sapere.

I sistemi di istruzione in grado di abbattere le disuguaglianze sociali e di reddito sono quelli che impiegano gli insegnanti più bravi nelle classi più impegnative e i dirigenti scolastici più capaci nelle scuole più svantaggiate, permettendo così a tutti gli studenti un ottimo insegnamento ed elevati risultati. Ciò perché vengono messe in campo forme nuove di offerta formativa che consentono agli studenti di apprendere nei modi più favorevoli alla loro crescita. Standard e conformità sono gli obiettivi del passato; ora si tratta di essere geniali, nella personalizzazione dell’istruzione.

L’educazione moderna è formazione all’autonomia professionale all’interno di un cultura collaborativa. È il quarto punto appreso da Schleicher.

Nel vecchio sistema scolastico burocratico, gli insegnanti sono lasciati soli in aula, con un sacco di prescrizioni su cosa insegnare. I sistemi di istruzione che ottengono i migliori risultati si prefiggono obiettivi ambiziosi, sono chiari su ciò che gli studenti devono essere in grado di fare. Dotano gli insegnanti degli strumenti per stabilire contenuti e apprendimenti necessari ad ogni alunno preso singolarmente. Il passato era consegnato al sapere accumulato; il futuro è del sapere generato dalle persone.

Ma senza investimenti non c’è futuro per l’istruzione. È l’ultimo degli apprendimenti di Schleicher.

Potrebbe sembrare l’uovo di Colombo. Da sempre è così. Ma è un conto considerare l’istruzione un servizio, altro è ritenerla il motore dell’economia e dello sviluppo di un paese. Qui c’è un cambio di prospettiva ancora incompreso dalla politica e dai soggetti economici del nostro paese, che ragionano in termini di utilità immediate e con un’incapiente miopia nei confronti del futuro. Oggi più che mai senza investimenti sufficienti le competenze delle persone languiscono ai margini della società, il progresso tecnologico non si traduce in crescita della produttività, e nessun paese può più pensare di competere in un’economia globale sempre più fondata sulla conoscenza.

In molti paesi poveri di risorse naturali, l’istruzione ha prodotto forti risultati e un elevato status, perché il grande pubblico ha compreso che un paese vive delle sue conoscenze e abilità.

Il mondo è diventato indifferente alla reputazione della tradizione e del passato, non perdona le sterili consuetudini e l’ignoranza. Il successo è di quegli individui e di quelle nazioni che sono veloci ad adattarsi, restie a lamentarsi, aperte al cambiamento. Il compito per gli educatori e i responsabili politici è quello di garantire che il paese sia in grado di affrontare questa sfida.

*Pubblicato in ferraraitalia http://www.ferraraitalia.it/la-citta-della-conoscenza-cinque-cose-che-ho-imparato-45448.html