Cinque cose che ho imparato*

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Cinque cose che ho imparato, “Five Things I’ve Learned”, è un blog della Fondazione Pearson, la società leader mondiale dell’apprendimento. Raccoglie le riflessioni di diverse personalità della ricerca educativa internazionale. Mettendo insieme queste voci si propone di offrire una vetrina sulle prospettive dell’istruzione e dell’apprendimento.

Tra i numerosi interventi uno in particolare ci interessa. Ci interessa cosa dice Andreas Schleicher, tedesco, ricercatore nell’ambito dell’istruzione, duramente critico nei confronti del sistema scolastico della Germania, specialmente in merito alla sua forte selezione. Ma Andreas Schleicher cattura la nostra attenzione soprattutto perché è l’attuale direttore del programma dell’OCSE per la valutazione internazionale degli apprendimenti (PISA).

Obiettivo dell’istruzione, scrive Schleicher, è quello di consentire alle persone di diventare attori della formazione permanente, per gestire più complessi modi di pensare e di lavorare.

Di qui elenca le cinque cose che lui ha appreso.

Innanzitutto che nell’economia globale non sono gli standard scolastici a contare. Potremmo dire i livelli di prestazione richiesti dai test PISA, che tanto fanno discutere sulla collocazione di questa o quella nazione nelle classifiche OCSE. E quindi la corsa non può essere allo standard, ad impugnare la bandierina del primo in classifica, come finora anche nel nostro paese si è ritenuto. Ciò che conta sono i sistemi di istruzione, i loro risultati a livello internazionale. Finalmente uno sguardo non più alla pagliuzza nell’occhio, ma alla trave. Non sono i nostri giovani a non studiare, non sono i nostri insegnanti a non insegnare, ma è proprio il sistema che deve essere chiamato in causa. Utile per chi pensa che con l’autovalutazione di istituto e con una task force di ispettori si risolveranno i mali della nostra scuola. Schleicher ci dice semplicemente che in questo modo continueremo ad occuparci dei sintomi senza mai aggredirne le cause.

Il processo al sistema non può che muovere dai rapidi cambiamenti prodotti dalle nuove tecnologie che consentono di accedere a grandi quantità di informazioni, la digitalizzazione istantanea permette a individui e imprese, ovunque si trovino nel mondo, di essere più efficaci e competitivi. Per tanto conoscenze e competenze sono divenute la moneta globale del 21° secolo.

Quando ancora si pensava che quanto appreso a scuola sarebbe durato per tutta la vita, l’insegnamento dei contenuti e delle abilità cognitive di routine era il centro dell’istruzione. Di qui il secondo apprendimento. Oggi, che è possibile accedere ai contenuti su Google recuperando facilmente le conoscenze di routine, dove i lavori mutano rapidamente, l’attenzione è principalmente rivolta a rendere le persone capaci di essere soggetti della formazione permanente.

Ne deriva, come terzo apprendimento, che la deprivazione non deve essere più il destino per nessuno. L’equità nell’istruzione è la chiave della mobilità sociale e della democratizzazione del sapere.

I sistemi di istruzione in grado di abbattere le disuguaglianze sociali e di reddito sono quelli che impiegano gli insegnanti più bravi nelle classi più impegnative e i dirigenti scolastici più capaci nelle scuole più svantaggiate, permettendo così a tutti gli studenti un ottimo insegnamento ed elevati risultati. Ciò perché vengono messe in campo forme nuove di offerta formativa che consentono agli studenti di apprendere nei modi più favorevoli alla loro crescita. Standard e conformità sono gli obiettivi del passato; ora si tratta di essere geniali, nella personalizzazione dell’istruzione.

L’educazione moderna è formazione all’autonomia professionale all’interno di un cultura collaborativa. È il quarto punto appreso da Schleicher.

Nel vecchio sistema scolastico burocratico, gli insegnanti sono lasciati soli in aula, con un sacco di prescrizioni su cosa insegnare. I sistemi di istruzione che ottengono i migliori risultati si prefiggono obiettivi ambiziosi, sono chiari su ciò che gli studenti devono essere in grado di fare. Dotano gli insegnanti degli strumenti per stabilire contenuti e apprendimenti necessari ad ogni alunno preso singolarmente. Il passato era consegnato al sapere accumulato; il futuro è del sapere generato dalle persone.

Ma senza investimenti non c’è futuro per l’istruzione. È l’ultimo degli apprendimenti di Schleicher.

Potrebbe sembrare l’uovo di Colombo. Da sempre è così. Ma è un conto considerare l’istruzione un servizio, altro è ritenerla il motore dell’economia e dello sviluppo di un paese. Qui c’è un cambio di prospettiva ancora incompreso dalla politica e dai soggetti economici del nostro paese, che ragionano in termini di utilità immediate e con un’incapiente miopia nei confronti del futuro. Oggi più che mai senza investimenti sufficienti le competenze delle persone languiscono ai margini della società, il progresso tecnologico non si traduce in crescita della produttività, e nessun paese può più pensare di competere in un’economia globale sempre più fondata sulla conoscenza.

In molti paesi poveri di risorse naturali, l’istruzione ha prodotto forti risultati e un elevato status, perché il grande pubblico ha compreso che un paese vive delle sue conoscenze e abilità.

Il mondo è diventato indifferente alla reputazione della tradizione e del passato, non perdona le sterili consuetudini e l’ignoranza. Il successo è di quegli individui e di quelle nazioni che sono veloci ad adattarsi, restie a lamentarsi, aperte al cambiamento. Il compito per gli educatori e i responsabili politici è quello di garantire che il paese sia in grado di affrontare questa sfida.

*Pubblicato in ferraraitalia http://www.ferraraitalia.it/la-citta-della-conoscenza-cinque-cose-che-ho-imparato-45448.html

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