Fotografia tratta da estense.com
A guardare la fotografia della nuova mensa di questa scuola primaria si dovrebbe essere contenti. Grandi vetrate, luce, legno a vista, spazio. Finalmente un edificio scolastico che non sembra chiedere scusa di esistere. Poi lo sguardo incontra i tavoli: lunghi, allineati, interminabili. Cinquanta bambini per tavolata. E qualcosa si stringe nello stomaco, prima ancora che arrivi il pranzo. È tutto così ordinato che viene voglia di chiedere il permesso anche per avere fame.
L’ambiente è bello. L’idea di pranzo che quella disposizione suggerisce, assai meno. I soldi del Pnrr, progetto Futura, La scuola per l’Italia di domani, hanno consentito di realizzare una sala nuova. Resta da capire quanto sia nuova e sia “futura” l’idea di scuola che ci hanno messo dentro. Perché si può costruire nel 2026 e apparecchiare con una concezione dell’infanzia che avrebbe bisogno di una robusta ristrutturazione.
Dopo ore trascorse dietro i banchi, ecco la pausa: si cambia stanza e si rimane in riga. Dalla fila scolastica alla fila alimentare, con il vantaggio che qui almeno si può masticare. La giornata procede secondo una geometria rassicurante per gli adulti: ogni bambino al suo posto, ogni posto occupato.
Naturalmente una fotografia non racconta la vita di una mensa. Non ci dice come si mangi, quali siano i tempi, quanto si ascoltino i bambini. Queste file suggeriscono soprattutto una priorità: sistemare molti corpi nello stesso spazio. È legittimo domandarsi quale posto resti per le persone.
A scuola il pranzo appartiene all’educazione quanto una lezione. Si impara a chiedere l’acqua, ad aspettare qualcuno, a riconoscere un sapore, a raccontare una cosa successa la mattina. Si può perfino scoprire che il compagno di fronte ha qualcosa di interessante da dire, anche senza alzare la mano. Sono apprendimenti minuti, difficili da inserire nelle routine dei risultati, ma decisivi per abitare il mondo insieme agli altri.
La relazione ha bisogno di una misura accessibile. Di volti che si possano guardare, di voci che non debbano contendersi continuamente l’attenzione, di piccoli gruppi nei quali nessuno scompaia. Cinquanta posti lungo un unico asse fanno un bell’effetto sulla pianta. Visti dall’altezza di un bambino, potrebbero fare un altro effetto. Sarebbe utile, ogni tanto, abbassare il punto di osservazione: una progettazione all’altezza dell’infanzia comincia anche dalle ginocchia degli adulti ci ha da tempo insegnato la Montessori. Lo spazio educa anche quando nessuno spiega nulla: stabilisce distanze, rende facile un gesto oppure lo ostacola, suggerisce a ciascuno con chi potrà parlare e in che modo.
Chi organizza una mensa deve fare i conti con spazi, personale, pulizie, turni, costi, sicurezza. Sono problemi veri, che meritano risposte serie. Proprio per questo dovrebbero entrare in un progetto educativo, invece di diventarne implicitamente gli autori. Se la comodità di distribuire i pasti decide da sola come si sta a tavola, la logistica finisce per scrivere la pedagogia. Con una discreta competenza in materia di porzioni, un po’ meno in materia di relazioni.
Si potrebbe cominciare da tavoli più piccoli, disposti in modo da permettere conversazioni tra pochi bambini. Poi verificare l’acustica, concedere tempi distesi, rendere possibile qualche responsabilità condivisa nell’apparecchiare e sparecchiare. E chiedere agli alunni come si trovano. Una consultazione a chilometro zero: gli esperti sono già iscritti a scuola. Non occorre convocarli a un convegno; basta sedersi con loro.
Anche il cibo cambia significato secondo il modo in cui viene offerto. Dentro un’organizzazione tutta concentrata sul servire e sul far finire, persino un buon piatto rischia di diventare una pratica da sbrigare. Mangiare prende il passo della consegna: ricevere, consumare, liberare il posto. A quel punto la parola «mangiatoia» viene in mente, sgradevole e provocatoria. Descrive il rischio di uno sguardo che conta bocche da nutrire e perde di vista bambine e bambini da accogliere.
Ci sarà il bambino che cerca compagnia e quello che viene sopraffatto dal gruppo, chi mangia lentamente e chi ha bisogno di essere incoraggiato. Una fila li contiene tutti. Un ambiente educativo dovrebbe riuscire anche a distinguerli. Dovremmo essere inquieti di fronte a soluzioni che funzionano bene sulla carta perché trattano tutti allo stesso modo.
Il Pnrr è stato raccontato come un investimento nel futuro. Bene: il futuro, in questa stanza, ha sei, otto, dieci anni e deve potersi sedere a pranzo sentendosi a proprio agio. Alla qualità dell’edificio deve corrispondere una domanda altrettanto esigente sulla qualità dell’esperienza. Quanta autonomia consente questo spazio? Quali incontri favorisce? Che idea dello stare insieme rende possibile ogni giorno?
Le vetrate lasciano entrare molta luce. Sarebbe bello lasciare entrare anche una diversa considerazione dell’infanzia. Abbiamo trovato le risorse per costruire un luogo ampio e dignitoso: usiamolo per dare respiro anche alla giornata dei bambini. A tavola dovrebbero poter assaggiare il piacere di stare con gli altri. Per imparare a stare in fila hanno già parecchie occasioni.
