Le rondini hanno bisogno di un tetto. E le rondini si sa sono uccelli migratori. A loro il tetto serve per farci il nido, come del resto anche a noi.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato, prima ancora che politicamente discutibile nell’espressione tetto agli alunni stranieri.
Sbagliato nel linguaggio. Sbagliato nella pedagogia. Sbagliato nella concezione della scuola. Sbagliato, soprattutto, nell’idea di società che quella formula porta con sé.
Le parole contano. E quando si parla di bambine e bambini, ragazze e ragazzi contano ancora di più.
Un “tetto” si mette alla spesa. Si mette ai prezzi. Si mette alle emissioni. Si mette a una quantità che non deve superare una certa soglia.
Ma quando di mezzo ci sono le persone, il linguaggio cambia immediatamente significato.
Dire che occorre un “tetto” agli alunni stranieri significa suggerire che, superata una certa percentuale, quelle presenze diventano troppe.
Ed è precisamente questo il punto inaccettabile.
Una scuola non è un magazzino. Una classe non è un contenitore da riempire secondo quote prestabilite. E un fanciullo o un adolescente non possono mai essere una percentuale.
Eppure certe formule sembrano costruire proprio questo immaginario: una classe come un recipiente nel quale gli studenti “stranieri” possono essere versati fino a un certo livello, dopodiché bisogna chiudere il rubinetto.
Possiamo discutere della necessità di evitare concentrazioni eccessive di studenti appena arrivati in Italia che non conoscono ancora la lingua.
Possiamo discutere di segregazione scolastica, di quartieri-ghetto, di carenza di mediatori culturali, di insegnanti insufficienti, di famiglie in difficoltà.
Ma tutte queste sono questioni educative e sociali.
La nazionalità, invece, non è un bisogno educativo.
Che senso ha, allora, costruire una politica scolastica intorno al passaporto?
Un insegnante non ha davanti “il 30 per cento di stranieri”.
Ha davanti Sara, Karim, Anna, Mohamed, Francesco, Elena.
Ha davanti bambini e bambine, ragazze e ragazzi con storie differenti, capacità differenti, difficoltà differenti.
Ridurre questa complessità a una percentuale significa rinunciare alla pedagogia proprio nel luogo che dovrebbe praticarla ogni giorno.
Se una classe ha molti studenti con difficoltà linguistiche, la soluzione è rafforzare l’insegnamento dell’italiano.
Se una scuola accoglie molti ragazzi provenienti da contesti socialmente fragili, la soluzione è investire in personale, tempo scuola, laboratori, mediazione culturale, sostegno alle famiglie.
Se un territorio produce segregazione scolastica, la soluzione è intervenire sul territorio.
C’è poi una domanda che come adulti abbiamo la responsabilità di porci: cosa prova un bambino quando gli adulti parlano di lui come di una presenza da limitare o da escludere?
La conclusione è quasi inevitabile: io appartengo a quelli che, quando diventano troppi, sono un problema.
E che cosa imparano, nello stesso momento, i suoi compagni?
Imparano che esiste un “noi” normale e un “loro” che deve rimanere entro una certa quota.
Non occorre molto, basta un “tetto”, basta una percentuale.
C’è inoltre un equivoco quasi comico nell’idea che l’integrazione dipenda da una proporzione matematica.
L’integrazione non è una dose farmaceutica, non avviene per diluizione. Avviene per educazione. Questa è la differenza fondamentale.
Dietro il dibattito sul “tetto” si nasconde spesso una grande rimozione.
È più facile dire che ci sono troppi alunni stranieri che ammettere che ci sono troppi pochi insegnanti, troppe classi sovraffollate, troppo pochi mediatori, troppo poco tempo scuola e troppo poche risorse.
È più facile contare gli stranieri che contare i posti mancanti negli organici.
È più facile fissare una percentuale che finanziare seriamente l’italiano come seconda lingua.
È più facile spostare bambini da una scuola all’altra che affrontare la segregazione urbana e sociale.
È un meccanismo antico: trasformare una carenza del sistema in un problema delle persone che il sistema dovrebbe accogliere.
La storia della discriminazione insegna proprio questo: raramente tutto comincia con misure clamorose.
Molto più spesso comincia con parole apparentemente ragionevoli come i numeri e le percentuali.
Con categorie amministrative che lentamente diventano categorie morali.
C’è infine una ragione quasi ironica per cui la parola “tetto” dovrebbe essere bandita da questo dibattito.
Perché nella scuola italiana di tetti bisognerebbe parlare eccome.
Ma di quelli veri.
Dei tetti degli edifici scolastici. Dei soffitti delle aule. Della sicurezza delle strutture. Della manutenzione. Delle infiltrazioni. Degli edifici vecchi.
Delle scuole che avrebbero bisogno di investimenti continui per garantire a studenti e lavoratori ambienti sicuri e dignitosi.
Quello sì che è un tetto che deve essere controllato. Quello non deve crollare.
Il tetto non va messo agli alunni. Il tetto va messo sopra le loro teste. E deve reggere.
E forse dovremmo rovesciare completamente la metafora. Il compito di un tetto non è decidere chi può stare sotto. Il compito di un tetto è proteggere chiunque vi si trovi.
È questa l’immagine della scuola che vale la pena difendere.
Una scuola non dovrebbe chiedersi quanti ragazzi di una certa origine possa sopportare.
Dovrebbe chiedersi quanto sia capace di accogliere, educare, includere.
Perché un bambino non è mai “uno di troppo”.

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