Forse lei ministro dispone di dati che noi non conosciamo per affermare di fronte ad una platea di studenti che il cittadino comune cantava Va’ pensiero e non recitava i versi del L’infinito.
E come poteva Ministro? con un indice di analfabetismo del 68,8% secondo le ricostruzioni dell’Istat.
Ma forse lei voleva dire altro da quello che di primo acchito sembrano significare le sue parole. Forse lei voleva intendere il cittadino del Risorgimento che aveva a cuore la Patria, come quelli che a teatro a Roma nel 1859 gridavano Viva Verdi e intendevano Vittorio Emanuele Re d’Italia. Ma rappresentavano Un ballo in maschera, Ministro, non Nabucco.
Senz’altro la storia delle censure al libretto di Antonio Somma ha contribuito a rendere Un ballo in maschera emblematico delle tensioni politiche del Risorgimento italiano.
C’è da considerare poi, ministro, che però allora l’accesso a teatro doveva costituire un discrimine potente per il cittadino comune. Per cui tanto comune non doveva essere quel cittadino che cantava Va’ pensiero.
Non parliamo poi della letteratura. Leggere una raccolta poetica come i Canti del Leopardi presupponeva una competenza tutt’altro che diffusa. Occorreva disporre del libro, di tempo e di familiarità con la lettura. L’analfabetismo, di cui sopra, spiega questa barriera.
Semmai, l’immagine del cittadino comune che cantava Va’, pensiero anziché declamare L’Infinito coglie una differenza importante nella storia culturale del nostro paese. Il cittadino comune non era una figura uniforme: un artigiano milanese, una contadina meridionale e un impiegato istruito avevano occasioni culturali differenti.
Ma siamo sinceri, lei non voleva parlare né di Leopardi né di Verdi. A lei interessava trasmettere agli studenti il suo pallino fisso, quello che ha in comune con la presidente della commissione per le Indicazioni nazionali del secondo ciclo di istruzione professoressa Loredana Perla e con il professor Ernesto Galli della Loggia: l’identità nazionale. Non perdere occasione per inculcare nei nostri giovani, attraverso l’istruzione scolastica, l’amore per la Patria, l’importanza di sentirsi italiani e di identificarsi con la Nazione.
Nabucco debuttò nel 1842, ma il successo dell’opera e la successiva consacrazione del coro come simbolo nazionale sono fenomeni distinti. Roger Parker, il musicologo britannico, ha mostrato quanto l’immagine di Verdi cantore unanimemente riconosciuto del Risorgimento dipenda da ricostruzioni posteriori. Si può studiare la popolarità del melodramma senza immaginare tutta l’Italia già intenta a cantare lo stesso brano sulle barricate. La fortuna emblematica di un coro non coincide automaticamente con la frequenza del suo canto nella vita quotidiana.
Figuriamoci, che il melodramma italiano entri a far parte dei programmi di studio dei nostri studenti, non può che fare piacere a un melomane come il sottoscritto.
Ma temo, ministro, che a lei del melodramma italiano interessi fino a un certo punto, le interessi molto di più dio, patria e famiglia e il made in Italy che sono il target culturale di questo governo.
Forse, ministro, non ha riflettuto sui rischi che si corrono a mettere sullo stesso palco Leopardi e Verdi. Se ci pensa seriamente, si rischia una serata piuttosto movimentata.
Il primo domanda perché siamo infelici, il secondo, prima di rispondere, fa entrare in scena un baritono.
Eppure l’accostamento, ministro, più della contrapposizione, merita attenzione, specie se si propone agli studenti.
Perché, ministro, Leopardi e Verdi rappresentano due modi differenti di rappresentare la vita.
La formula scolastica che li accomuna sotto il cartello del pessimismo spiega poco: anche un impresario dopo tre recite in perdita è pessimista, ma non per questo ha scritto La ginestra o La traviata.
Distintamente
Giovanni Fioravanti

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