La scuola resta sempre identica a se stessa e di fronte ai problemi ricorre alla medicalizzazione, ora anche alla criminalizzazione. I problemi per la scuola sono disturbi, disturbi dell’apprendimento, del comportamento, della sfera emotiva e via dicendo. Sono sempre il ragazzo o la ragazza, il bambino o la bambina, lo studente o la studentessa ad essere disturbati. La scuola non ha disturbi, procede imperturbabile nella sua normalità istituzionale e istituzionalizzata. Così si passa con estrema naturalezza dall’insegnante di sostegno al metal detector. Dai bisogni educativi speciali alle comunità di recupero.
Potremmo chiamarla la didattica dello scarto, tutto ciò che non è standard va rubricato e classificato a parte. L’età non adulta come stato di minorità che ha bisogno di cure, c’è chi si ricorda quando gli asili nido erano gestiti dagli assessorati alla sanità? La sindrome è sempre quella, o meglio, è ancora quella, ahimè!
Essere minori è una malattia. Una volta era curata con l’educazione, ora manca anche questa, nel senso che nella scuola è sempre quella di una volta, immutata e quindi è come un farmaco scaduto, in famiglia resta un oggetto misterioso, difficile da maneggiare, dalla società è scomparsa ceduta in appalto ai social.
Ma la colpa è sempre loro, di lui e di lei che devono crescere e non sanno che pesci pigliare perché non c’è nessuno che li aiuti, che sia in grado di farlo. Per gli adulti la parola magica è “psicologo”. Lo psicologo è diventato come il prezzemolo va messo dappertutto per cucinare il piatto della normalità. Lo chef della cucina mentale e comportamentale, a scuola, in famiglia, nello sport, sul lavoro, nei lutti e negli eventi inaspettati come l’epidemia di Covid.
Non si delega più la politica, si preferisce astenersi, ma lo psicologo e i social semmai sì.
Il problema è che a essere disturbati non sono solo i giovani out, ad essere disturbato è il mondo in cui viviamo, quello gestito, manipolato, confezionato dagli adulti, quelli stessi che dovrebbero crescere e educare le giovani generazioni, farsi carico di chi non ce la fa, di chi si sente altro dagli altri, di chi ha il diritto di avere i suoi problemi e di incontrare una mano che lo aiuti. Non pensando di curarlo, di farne un caso, una sindrome, ma di camminargli accanto, di ascoltarlo, di udire attentamente ciò che non si sente ma viene detto, sentire prestando orecchio ai segnali percettibili e impercettibili, accogliere e raccogliere.
È difficile, occorre tempo, sensibilità e disponibilità. Tutte cose per le quali non c’è posto in un’aula se mai affollata di alunne e alunni. Non si sente da dietro la cattedra, la voce che insegna la materia copre quel rumore di fondo che proviene da un banco e che è solo un disturbo, qualcuno che non è attento, un disturbo che impedisce di studiare e quindi condannato ad amplificarsi come disturbo sia per la classe, che per l’insegnante ma soprattutto per chi sta seduto al banco da cui il rumore di fondo proviene inascoltato, ignorato o enfatizzato.
“Mi umilia di fronte alla classe” scrive il tredicenne che accoltella la professoressa di francese di una scuola in cui il ministro ha teorizzato il valore educativo dell’umiliazione. È come fornire una cura iatrogena, a meno che non si creda che il mitridatismo possa rendere immuni.
Al ragazzo padre, madre e insegnate hanno fornito cure educative tossiche tanto da scatenare la sua follia omicida. Follia significa etimologicamente vuoto, il vuoto prodotto dagli adulti di riferimento: padre, madre, insegnanti che diventano gli obiettivi della sua follia. Perché da lui considerati cause di quel vuoto che gli si è prodotto dentro, facendo crescere e nutrendo il desiderio di vendetta. Vendetta non come punizione, ma vendetta come liberazione da quel vuoto trasformato in desiderio, in mancanza siderale.
Quando massima è la forza biologica, emotiva e intellettuale, i nostri ragazzi vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione, la scuola non desta alcun interesse, la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l’identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l’autostima deperisce. Si rifugiano nelle pareti strette come quelle di un ascensore del solipsismo. Non esiste più una dimensione sociale dove potersi esprimere, in cui identificarti, in grado di accoglierti e raccoglierti con le tue incertezze, le tue domande, i tuoi errori.
Esiste solo un gioco di inganni di una società che ti seduce, che ti spinge in disparte con le sue trappole, con la sua reificazione, la tua identità non esiste, in famiglia e a scuola ti costringono ad essere l’avatar di te stesso, fintanto che non scatta il cortocircuito tra te e loro che non sono in grado di riconoscere la tua identità, di accettarla, di rafforzarla per sottrarti alla precarietà di ogni adolescenza. E allora sorge l’angoscia, l’ansia, la paura di perdere se stessi, che non tocca mai gli adulti che si sentono già padroni di loro stessi.
Come scrive Umberto Galimberti, nel suo L’ospite inquietante, per la formazione di un adeguato concetto di sé occorre quella considerazione positiva che siamo soliti chiamare autostima, e quell’accoglimento del negativo che è l’autoaccettazione, indispensabile per far fronte agli eventi avversi della vita.
Ma autostima e autoaccettazione sono tenute dalla scuola in minimo conto. L’autostima dello studente è scambiata spesso per presunzione, e l’autoaccettazione come un esplicito riconoscimento da parte dello studente di non valere un granché. Se poi è lo stesso studente a esser convinto di valere poco, il professore si sente assolutamente assolto nel suo ribadire, con voti e giudizi negativi, quel nulla che lo studente avverte già per suo conto dentro di sé. E così, “per non fare ingiustizie”, “per non usare due pesi e due misure”, per simili considerazioni che fioriscono sulle labbra apparentemente innocue di tanti professori, si allarga e si approfondisce quella dimensione del vuoto che talvolta porta a gesti irreversibili.
Prosegue Galimberti chiedendosi chi tra gli insegnanti accerta, oltre alle competenze culturali dei propri allievi, il grado di autostima che ciascuno di loro nutre per se stesso? Chi tra gli insegnanti è consapevole che gran parte dell’apprendimento dipende non tanto dalla buona volontà, quanto dall’autostima che innesca la buona volontà? Chi, con opportuni riconoscimenti, rafforza questa autostima, primo motore della formazione culturale, ed evita di distruggerla con epiteti e derisioni che, rivolti a persone adulte, porterebbero di corsa in tribunale? Chi si astiene dal mettere a confronto il comportamento di un allievo con quello di un altro, irrobustendo chi è già solido e distruggendo chi è già incerto e mal sicuro? Chi ascolta uno studente con interesse riconoscendogli un minimo di personalità, su cui egli possa continuare a edificare invece che a demolire? Pochi, pochissimi insegnanti nella scuola italiana, a cui si accede per competenze contenutistiche e non per formazione personale, in base al principio che l’educazione è una conseguenza diretta dell’istruzione.
La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita. (S. Freud, Contributi a una discussione sul suicidio (1910), pp. 301-302).

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