Dalla parte della conoscenza

La cultura della destra, la cultura della sinistra, la cultura della chiesa, la cultura delle minoranze, la cultura della gente credevo che stessero tutte dentro ad uno stesso contenitore, forse più che recipiente, diciamo, universo.

Che fossero il contesto, i contesti delle vite terrene, che stanno dentro e fuori di noi, in cui si è immersi e da cui si emerge.

Il farsi una cultura pensavo che fosse il nuotare in questi oceani, a volte stagni o forse piscine. Mi pareva che l’idea di una collisione tra  culture fosse questione da crociate, anzi fosse addirittura il negare la propria natura di cultura per trasformarsi, per usare antichi linguaggi, in sovrastruttura, qualcosa di artefatto che perde  le caratteristiche e i connotati della cultura, semmai per divenire  catechismo, ideologia, visione parziale del mondo che si contraddice col respiro e l’apertura propria della cultura.

La cultura è la pratica di un valore e non esibisce etichette, quel valore si chiama conoscenza. Non accetta abiti cuciti addosso che finirebbero per sterilizzarla, cosa che non è possibile, perché la conoscenza è prolifica e produce sempre altra conoscenza. 

Che senso ha costruire isole di cultura destre e sinistre che siano, se non inaridire il fiume della conoscenza, che mentre scorre genera altra conoscenza. Pretendere un’egemonia che rischia la sua fragilità appena viene a contatto con il divenire del tempo e dei valori.

Indossare i panni del domatore in gabbia con il cerchio e la frusta per addomesticare una folla riluttante, distratta e deviata da pericolose sirene.

Ha il senso della propaganda che brucia i cervelli, l’inganno della manipolazione, la vendita di merce avariata ad una clientela di bocca buona.

Culture statiche, conservate in bacheche, che si pretenderebbe di far uscire dai loro tabernacoli per consegnarle ai nuovi sacerdoti perché diffondano il verbo, convinti che altre religioni hanno occupato gli interstizi mentali del popolo, di una massa che pensa per procura ed ora potrebbe essere affascinata da nuovi procuratori a cui delegare i loro pensieri.

In questa rincorsa ad accaparrarsi una egemonia nella mente collettiva c’è un vizio d’origine, il vizio dell’ignoranza che è l’avversaria della conoscenza. 

È da tempo ormai che indifferenza e diffidenza coltivano la cultura dell’ignoranza come approdo sicuro, lontano dai saperi colti dei radical chic, solitamente quelli di sinistra. Poi c’è il sapere dogmatico, tipico delle chiese e delle religioni, ma quelli sono saperi più identitari con i quali maggiore è la familiarità.

In queste condizioni diventa arduo parlare di conoscenza, di capitale umano, di secolo della conoscenza, di Europa della Conoscenza.

Qui siamo all’analfabetismo. E ciò che più preoccupa è quello che viene dopo. Le nuove generazioni, chi deve formarle, quali adulti, quali famiglie, quali istituzioni educative. Quale scuola.

Imparare, apprendere, istruirsi per divenire cittadini della cultura, per essere egemoni della cultura anziché esserne egemonizzati. Ricevere il testimone per continuare la narrazione che altri hanno compiuto della nostra storia di uomini e di donne, dei suoi miti e dei suoi simboli.

Ciò che chiamiamo educazione con termine improprio è il nostro  ingresso nella cultura, la chiamata a divenire protagonisti delle pagine che la cultura scrive, a continuare quella narrazione che ora dipende anche da noi. Cultura come coltivazione di saperi, come somma dei saperi che nel corso dei secoli l’uomo ha messo a disposizione di sé, È quello che ci serve a stare insieme, a cercare di progredire a condivide la cultura come condizione della nostra convivenza.

II tema della contesa oggi sono invece le culture, quelle plurali, i saperi di cui ognuno è portatore. Il sapere non è mai un punto di arrivo, ma un punto di partenza, per andare oltre per ricercare, è per questo che la cultura si fa narrazione. Quella narrazione che noi abbiamo ingessato, smembrato, inaridito nelle discipline, nelle materie scolastiche, come abbiamo svilito, impoverito l’incontro con la cultura, l’ ingresso nella cultura con i nostri riti scolastici, con il nostro giocare con le parole educazione, istruzione, formazione, calpestando il vero significato della cultura, parola ampia e dinamica, mai paga di sé.

I rigurgiti egemonici culturali non possono che preoccuparci, come segnali di un arretramento pericoloso di valori e di civiltà, come segno di un’insipiente ignoranza che si appresta a spostare all’indietro il futuro, a rinchiudere le menti tra gli steccati dell’antico.

Come se la scienza fosse un convitato di pietra della cultura, una presenza inquietante, nemica del proprio paradigma coniugato al passato remoto, prima che le conquiste della  ricerca spuntassero le armi ai nemici della società aperta.

A meno che si confonda la cultura con gli occhiali che si indossano e si pretendesse che tutti fossero miopi allo stesso modo. Imporre i propri occhiali agli altri, convinti che solo questi consentono universalmente di percepire la realtà. Allora non è più questione di cultura è piuttosto questione di imbonitori, di Dulcamara dei tempi moderni.

La cultura come ingegneria sociale, come igiene del pensiero collettivo, anestetico per procurarsi la sintonia tra governanti e governati.

Ma farsi paladini di una cultura conservatrice piuttosto che illuminista ha più a che fare con l’ignoranza che con la conoscenza.

Edgar Morin ci ricorda che conoscere vuol dire negoziare, lavorare, discutere, battersi con l’incognito che si ricostruisce senza sosta, giacché ogni soluzione di un problema produce una nuova questione. Così come il progresso della scienza è un’idea che implica in se stessa incertezza, conflitto e gioco. Non si può assolutamente porre in alternativa progresso e regresso, conoscenza e ignoranza.

Chi pone la cultura in alternativa pretendendo di possederne l’egemonia si pone di traverso ad ogni progresso della cultura stessa, dimostrando di ignorare o temere la complessità che da sempre è compagna di strada del progresso e della conoscenza. 

Per dirla, prendendo in prestito il lessico del pensiero tedesco da Herder a Weber, più che di fronte a questioni di “Kultur” ci troviamo ancora una volta a fare i conti con un problema di “Zivilisation”.

Culle vuote cervelli fini

E perché dovremmo fare figli? Per pagare le pensioni agli anziani? E che logica è questa?

O forse perché la vita è sacra, è un dono di dio? A leggere il libro della Genesi più che un dono pare un castigo. E già questo ha inficiato per secoli il rapporto dell’uomo con la vita, con la sofferenza che comporta, con il corpo carcere dell’anima, ma poi c’è il lieto fine, la soluzione finale della vita eterna, di quale genere non è dato di sapere.

È auspicabile credere che, a prescindere dalle narrazioni delle fedi religiose, la vita sia sacra per tutti in quanto vita, punto e basta. Senza fughe dalle nostre responsabilità e proiezioni in dimensioni ultraterrene.

Perché fa orrore pensare alle morti violente in guerra, alle morti per follia, per abbandono, per fame e miseria, per sfruttamento, per malattie dolorose e incurabili.

E, se abbiamo appreso ad aver cura e rispetto di questa sacralità della vita prima di decidere di mettere al mondo dei figli, significa che  abbiamo compiuto un ulteriore passo avanti nella conquista della civiltà. Perché, mentre si fanno i calcoli della decrescita demografica, si archiviano in quell’immenso contenitore che è la rimozione i morti per le nostre responsabilità di esseri umani che stanno alla  vita come a un tavolo della roulette.

Perché mai dovremmo moltiplicarci, per replicare l’homo demens, le nostre retoriche narrazioni e liturgie?

E se fosse che le culle sono vuote perché dopo secoli di ignoranza siamo finalmente divenuti homines sapientes?

La vita non è più un mistero per noi, possiamo ricostruirla come un gioco con i pezzi del Lego, possiamo generare figli in provetta, siamo esperti di ingegneria genetica e di intelligenze artificiali, tanto che dovremmo guardare al triangolo famigliare freudiano, alle famiglie monogamiche e poligamiche come qualcosa di distante, appartenente ad ere di costumi ancora tribali. Quando si doveva provvedere a produrre braccia per la terra e per le guerre, la prole per rimpiazzare l’operaio in fabbrica, quando si passava dalle famiglie patriarcali delle case rurali alle famiglie mononucleari dei condomìni nelle periferie delle città.

Secoli culturali di distanza. Madre, padre, famiglia forse restano iscritti nel passato, il tempo culturale ne ha dissolto il senso. Ben più consistente c’è rimasta nelle nostre mani la vita, il suo peso, l’uso che ne facciamo. 

L’ingegneria della vita ciascuno se la monta come meglio ritiene. Un’ingegneria tanto complessa quanto responsabile, perché nessuna vita si getta, nonostante se ne continui ancora l’abuso in ogni parte del globo. 

Scegliere di generare vite richiede preparazione e risorse, sfidare la crudele condanna del dio della Genesi “crescete e moltiplicatevi”, perché nessuna vita può essere usa e getta, perché soprattutto, umanamente, non possiamo più ammettere vite di scarto, non possiamo più accettare di sacrificare vite alla vita.

L’uomo non è più la marionetta del cervello rettile, può guardare alla vita con distacco, guardarla da fuori, per non esserne gestito ma essere lui a gestire la sua  vita, a deciderne l’inizio e la fine.

La vita non c’è data per concessione divina, la nostra vita la vogliamo poter prendere in mano e tenerla nelle mani della nostra responsabilità, la nostra come quella degli altri.

Crescere altre vite è complicato, non puoi lasciarle al loro corso, a una provvidenza che non c’è,  con prezzi troppo alti da pagare, che non hanno un ritorno, se non costruendosi un altro mondo lungo i sentieri metafisici.

La vita comporta una esistenza e ancora non abbiamo trovato il problem solving dell’esistenza. Chi se la sente di accompagnare vite, come occasionali viaggiatori di un tempo, a crescere contro il loro tempo per un altro tempo che ancora non c’è?

Perché dovremmo scegliere di donare la vita contro l’esistenza?

E se fosse che il tempo delle culle vuote fosse il silente sempre più corale grido dell’uomo schopenhaueriano che, senza averne le parole, proclama la verità sugli orrori dell’esistere? Non più disposto a puntare come posta la vita sul tavolo della scommessa metafisica.

Non siamo più disposti a reclutare figli alla nostra battaglia. Vogliamo che il desiderio del nostro amore sia chiamato a condividere la pace e la serenità che ne può derivare.  Se questo non è possibile, è inevitabile che dopo di noi non ci saranno altri coscritti arruolati a lottare contro l’esistenza a costo della loro vita.

Forse gli animali non possono provare indignazione per il dolore immotivato che la natura ci riserva, che ci infliggiamo per le nostre azioni. 

È questa indignazione che ancora ci salva. Essere capaci di indignazione ci rende umani, ci tiene lontani dai territori dei tormenti più lancinanti, dai prodotti delle nostre miserie. 

È questa la nostra redenzione, ritrovare la lucidità di giudicare le nostre esistenze, affinare il cervello e avere il coraggio di lasciare le nostre culle vuote.

Bruno Bettelheim ha scritto che per essere genitori bisogna essere bravi giocatori di scacchi, saper prevedere in anticipo le possibili mosse e le probabili contromosse.

Forse è quello che ci sta accadendo, seduti al tavolo della scacchiera della vita non ci sentiamo di intraprendere un’altra partita, proprio perché abbiamo appreso a prevedere come sarà giocata.