Le generazioni del pensiero morto

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“In verità, l’umanità non può essere salvata dall’esterno, dai maestri di scuola o da qualsiasi altro genere di maestri: può essere soltanto azzoppata e messa in schiavitù da essi.”  (B. Shaw)
“Voltaire era allievo dei Gesuiti; Samuel Butler era allievo di un parroco di campagna disperatamente convenzionale ed erroneo. Ma Voltaire era Voltaire e Butler era Butler: val a dire, che la loro mente era così anormalmente forte da dar loro la possibilità di liberarsi dalle dosi di veleno che paralizzano le menti comuni.” (B. Shaw)

Educazione nazionale

Mentre gli stati-nazione di fronte alla crescente globalizzazione della società civile sembrano perdere sempre più terreno, i tradizionali modelli di scolarizzazione continuano a resistere. Continuano a resistere le tradizionali forme di educazione nazionale e, forse proprio per questo, è tanto difficile innovare i modi dell’istruzione. Come può un’idea dinamica di conoscenza e sapere esistere e alimentarsi all’interno di in un sistema scolastico pensato per essere statico, ovunque identico a se stesso, per trasmettere valori condivisi nell’intento di garantire la formazione di cittadini leali, patriottici, emozionalmente legati ai simboli dello stato.

In un quadro di educazione, di conformismo, di modellamento l’istruzione è secondaria, l’istruzione diviene strumento ad esclusivo servizio della prima. Così si studiano la storia patria, l’arte e la letteratura, più che per cultura e istruzione, per educazione, per coltivare il sentimento di appartenenza alla propria comunità identitaria. Qui non riveste alcuna importanza la didattica dell’apprendimento, ciò che conta è ascoltare, leggere, ripetere e memorizzare. Ragione e pensiero non possono agire, debbono tacere, perché metterebbero a rischio tutto il progetto, il fine stesso del servizio di educazione nazionale. Così sono cresciute generazioni, e continuano a crescere generazioni dal pensiero morto, dal pensiero mai esercitato, dalla mente che non sa come funzionare, che temono i varchi dove può condurre il ragionare, le sfide a cui l’intelligenza libera può portare.

C’è parsa una grande conquista lottare per affermare il diritto allo studio, il diritto all’istruzione, e sapevamo che erano battaglie per godere tutti delle stesse opportunità di essere conformati, per non rimanere indietro nella rincorsa all’inserimento e all’adattamento, per non mancare agli appuntamenti con la società.

La questione nuova dei diritti

Altra cosa è difendere il diritto al pensiero, alla scoperta dei potenziali della propria intelligenza, accedendo alle conoscenze e ai saperi per liberare i nostri pensieri, per vedere le nostre idee prendere corpo. Si può ancora pensare che libertà e diritti possano conciliarsi con la scuola come ancora oggi perdura un po’ ovunque? Anche i diritti si rivoltano, perché non sono più solo quelli di ieri.

Allora imparare i diritti è già questione nuova, a partire dall’imparare ad apprendere il diritto di essere se stessi, non altri da sé come pretende ogni forma di educazione, ogni pretesa che sia sociale o meno di conformazione, di modellamento della persona secondo un idealtipo che altri da noi hanno deciso essere tale.

Rousseau è morto e con lui il suo contratto sociale. Non è più tempo di “Considerazioni sul governo della Polonia”, di creazioni di identità nazionali e di contratti tra cittadini e stato-nazione. La narrazione umana ha mutato le categorie.

Globale e individuale si intrecciano nei flussi migratori, nelle contaminazioni, così il mondo intero si fa strada entro gli angusti confini dei nostri stati-nazione geografici e mentali. Le categorie che salgono sulle barricate della storia sono “l’etica” e “l’umanità”; barricate contro il sopruso di governi temporali e spirituali che pretendono di continuare a innalzare il vessillo del diritto al controllo sulle donne e sugli uomini schiacciandone le vite.

Educare è parola inquietante che dà i brividi, come se fosse legittimo agire sulle persone per giungere ad uno scopo, solitamente il proprio. Educare è, dunque, di quelle parole da maneggiare con estrema cautela.

Un’idea come quella coltivata da Rousseau, di un Emilio sottratto alla sua famiglia per manipolarlo lontano dalle influenze della società, oggi passerebbe per violenza nei confronti di un minore.

Dai tempi di Rousseau gli stati-nazione hanno ritenuto invece che questo fosse legittimo, purché esercitato nei sistemi scolastici nazionali, e in questo inganno è pure caduto il John Dewey di Democrazia e educazione, di Scuola e società.

Il Capitale Umano

È incredibile come il passaggio al post-industriale e alla globalizzazione stia muovendo il mondo verso tutt’altra direzione. “Capitale umano” è espressione di nuovo conio. Le società non hanno bisogno di forza lavoro, di sudditi, ma di risorse umane. La donna e l’uomo non più come servi, non più come schiavi, non più come massa da sfruttare ma come risorse, come intelligenze dinamiche, è la prima volta nella storia. Siamo entrati nell’era di donne e di uomini la cui intelligenza, il cui sapere costituiscono la risorsa indispensabile per ogni futuro: appunto l’era del “capitale umano”.

Che cos’è il capitale umano se non la somma delle storie di ciascuno, la somma di conoscenze, competenze, abilità, emozioni per quanti siamo?

E allora perché vedere nei flussi migratori che attraversano il vecchio continente solo un’umanità disperata in fuga da guerre e miserie che minaccia la quiete di popoli benestanti, anziché una enorme fuga di cervelli dai loro luoghi di origine, una massa di risorse in fuga, di capitale umano di cui le nostre società hanno invece un’enorme necessità?

Siamo di fronte alla più grande mobilitazione di conoscenze forse mai accaduta, di cui non conosciamo gli esiti, ma certamente destinata a mutare il corso della storia, come ogni migrazione su questa Terra.

Reti umane e reti virtuali attraversano il mondo, nulla è più come prima e nessuna memoria del passato aiuta a imparare, aiuta a comprendere, aiuta a proseguire per una strada che ancora non si conosce.

I sistemi scolastici sono nati per trasmettere soprattutto la tradizione, i bagagli del sapere passato. Mandarli a memoria, ripeterli, riferirli per dimostrare di possederli, per dimostrare di aver appreso i codici della propria cittadinanza sociale. Sono ancora questi i sistemi scolastici che da occidente ad oriente, dal nord al sud del pianeta producono la morte di ogni pensiero, ingabbiano generazioni dopo generazioni con il loro potenziale di interessi, intelligenza, ragione, ricerca, scoperta che solo attende di essere liberato per poter far fronte a questa nuova era di sfida alla cittadinanza umana.

Non è alla descolarizzazione che pensiamo, ma a un’altra idea di scuola, non più al servizio degli stati-nazione, ma al servizio delle donne e degli uomini, al servizio del diritto a non essere educati, ma istruiti, al diritto di vivere questo mondo come persone capaci d’essere sempre consapevoli, perché sanno e conoscono attraverso un processo di apprendimento continuo e diffuso che nasce con la nascita e muore con la morte.

La nostra descolarizzazione è per l’idea che un’altra scuola è possibile, ma per far questo è necessario che le nostre scuole siano poste in grado di difendersi da se stesse, dall’occupazione dei saperi che hanno compiuto, dal loro modo di essere, dall’uso che ancora ne viene fatto.

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