
Quando si nasce, il nostro è un luogo che ancora non c’è. Si nasce che ognuno di noi è un’utopia. Ognuno di noi non può che essere immaginato. È quello che fa un genitore con il proprio figlio. Non lo fanno i nostri sistemi scolastici, che al massimo figurano un ipotetico “cittadino” o un’ipotetica “persona”, ma non immaginano noi stessi e neppure il nostro luogo che non c’è.
Troppi sono quelli contenuti in un’aula per pensare ognuno di loro e i loro luoghi futuri. La pedagogia, quella che non può che essere utopia, non abita più da tempo la scuola, l’ha abbandonata, per lasciare il posto alla stereotipia, alla misura dei campioni, alla misurazione dei processi e dei risultati, a tarare la macchina che riproduce le copie. Perché a scuola si producono copie di quelli prima e di quelli che verranno poi, non si compongono mai gli originali. Per gli originali è un’altra storia, se ci si riesce è una questione che riguarda solo la solitudine di ciascuno di noi.
È che la scuola ha preso il sopravvento sulla centralità del soggetto che apprende, sempre che centrale non sia stato, anziché lo studente, l’insegnamento.
La centralità, quella della pedagogica rivoluzione copernicana, a scuola è finita decentrata dalla quantità umana delle classi, costipata dai tempi degli orari e dei programmi, soffocata dallo spazio preso dalla cattedra. In classe ci sono i nomi, le persone che li portano, ma non ci stanno le storie, soprattutto quelle che ancora hanno da venire.
E come si fa a fare istruzione, a mettere in fila i mattoni l’uno dopo l’altro, se non si sa o non si può lavorare per le storie che ancora non ci sono? Il problema della scuola è questo: non la forma dove introdurre il materiale per estrarne la copia, ma l’orizzonte, anzi gli orizzonti, i luoghi, i singoli luoghi delle singole utopie che ci stanno in fila nell’aula, lì di fronte, davanti a noi.
È questa la differenza con la scuola caserma, con la scuola ospedale che cura solo i sani, con la scuola prigione anche quando libera e aperta, con la scuola istituzione che è storia di sé e non delle persone.
Non siamo in grado di pensare una scuola nuova, ma neppure ci proviamo. Così a scuola ora si coltivano morbi sociali, virus che insidiano la vita insieme, bullismi, violenze, sopraffazioni.
Può essere che noi non siamo più quelli di ieri e la scuola continua a restare identica a se stessa, anzi a rivendicare prepotentemente la propria identità perché non la sente più collettivamente riconosciuta, e allora si innestano i cortocircuiti.
Forse non ci troviamo più tra le mani un sistema formativo ma un luogo che genera malattie, patologie sociali, perché si è rotto l’equilibrio dell’organismo.
Tramontata la stagione della scuola che doveva colmare la sua distanza dalla società, la difficile stagione di democrazia e partecipazione, ora è il tempo dell’emancipazione di ciascuno, di ogni singolarità, dalla scuola che si pretende come unica e assoluta.
Il tempo della destrutturazione scolastica, in funzione di una concezione dell’apprendimento non “individualizzata” bensì “singolare”, del diritto allo studio non come storia sociale, ma come storia personale, di riuscita e di realizzazione di sé.
La scuola non è più la sola e neppure l’unica a dettare tempi, modi, spazi, occasioni e luoghi dell’apprendimento, ma sono le persone, le storie dei singoli, i percorsi individuali, la natura delle intelligenze, delle vite uniche e dei bisogni formativi.
La scuola come luogo di gerarchizzazione e di valutazione dei saperi da trasmettere e assimilare rischia sempre più di degenerare in un terreno di conflitti, in un campo di battaglie fuori dal tempo e dalle esigenze delle persone.
Occorre trovare un nuovo senso condiviso da dare all’istruzione.
Un sistema paese non può permettersi il lusso di non avere un sistema formativo e, quindi, quella della scuola e dell’istruzione è una emergenza che va affrontata non più dal punto di vista di una società che deve garantire a se stessa la perpetuazione, ma dal punto di vista delle persone, delle loro storie e dei loro futuri singolari.
Istruzione di massa non ha mai significato massificazione, ma istruzione per tutti e per ciascuno, non quella che lo Stato ha decretato che debba andar bene in generale, ma quella particolare necessaria alla utopia della nostra storia, alla realizzazione del progetto di vita che ci appartiene.
Allora non è dell’istituzione scuola fin qui conosciuta che abbiamo bisogno, ma di luoghi dove professionisti dell’istruzione e della cultura, progettisti dei saperi e delle conoscenze, registi di ambienti di apprendimento siano in grado di proporre i percorsi formativi di cui ciascuno ha necessità per quella crescita e realizzazione che sono solo sue, che sono coniugate al singolare e non più al plurale, per quello che vorrei essere e fare, per la storia che ho in mente per me. In grado di coltivare, anche per me, cittadino tra i tanti, una coinvolgente e affascinante utopia pedagogica.
– Prevedo, disse Mr Deasy, che lei non durerà molto a lungo, in questo lavoro. Non è nato per insegnare, mi pare. Forse sbaglio.
– Per imparare piuttosto, disse Stephen.
”Per imparare”, è l’Ulisse di Joyce. Ecco abbiamo bisogno che nelle nostre scuole lavorino nati per imparare, professionisti dell’imparare. È giunto il tempo che la scuola dell’imparare prenda il sopravvento sulla scuola dell’insegnare.
Dalla istituzione scuola ordinata e normata per insegnare, al sistema scolastico progettato è organizzato per imparare. Imparare come punto di partenza del sistema anziché punto d’arrivo. Non è di insegnanti farciti di saperi da trasmettere come oratori in cattedra, del resto sempre più precari, che abbiamo necessità, ma di professionisti sceneggiatori di copioni dell’imparare, registi dei luoghi dell’apprendimento. La figura dell’insegnante come l’abbiamo conosciuta fin qui dovrebbe cedere il posto a figure formate per imparare.
Ogni ragazza e ogni ragazzo, bambino e bambina del nostro paese è portatore sano di un’utopia pedagogica, la sfida che il nostro sistema formativo oggi ha di fronte è quella di passare dal “mi ha insegnato” di ieri, al “mi ha imparato” di oggi e di domani.
È solo la rottura della sintassi, così come l’abbiamo appresa, che potrà tornare a restituire senso all’istruzione e ai suoi professionisti.

Quando si è incapaci di pensare il futuro, ritorna il passato, quello che credevi di aver affidato ai musei della storia, testimoni dei ritorni impossibili.
Prende l’aria il ritorno al banale che scrive le sue novità con l’inchiostro di ieri, nascono pensieri esili, malsani, incapaci di abitare il complesso, spira l’alito mefitico del ritorno all’usuale di un tempo, alla tradizione tradita.
Allora presi da mania di grandezza si scrivono decaloghi al ministro di turno, su come confezionare una scuola nuova con gli stracci vecchi, quelli dismessi, che sono stati riposti, ma sempre in attesa di incontrare qualcuno disposto a riprenderli e a scuoterli dalla polvere.
Così dalle pagine del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia offre al nuovo pilota del Miur la suo ricetta per le scuole del nostro paese, composta alla maniera antica, con tanto di calamaio e cannetta.
L’elogio della predella, questo arredo archiviato dallo spazio delle nostre aule, ”altar step” la chiamano gli inglesi, sostegno dell’altare dell’istruzione, umile asse destinato ad innalzare la cattedra del sapere.
La cattedra è il luogo su cui si siede, se posta su una predella si siede in alto, è come sedere su un trono, è come sedere su un soglio.
La cattedra come il trono è il luogo dell’autorità, l’ex cathedra delle cattedrali, dei sovrani e dei tribunali.
In classe, nell’aula, l’insegnante è il sovrano, perché solo lui possiede la parola, solo da lui può promanare il verbo.
Per non essere perduta la parola richiede il silenzio, la concentrazione, l’attenzione, l’ascolto, la comprensione, la disciplina del corpo, che altro non è che il controllo di sé, per evitare di compiere movimenti e atti che potrebbero alterare il silenzio, con la conseguenza perniciosa di perdere particelle preziose della Parola.
A scuola ci si abbevera alla fonte della Parola. La scuola come la chiesa, come la cattedrale, luogo della catechesi, dove il pensiero dorme perché la mente assorba, senza muovere nulla del pensiero, perché anche un solo pensiero potrebbe distrarre dal nettare che nutre il verbo.
La parola va ascoltata per essere accolta, assimilata, ripetuta, per essere riportata quale prova della sua memorizzazione e ritenzione, attraverso l’esercizio dell’ascolto, dell’attenzione e della comprensione.
Questa è la scuola dell’insegnamento, quella che lascia il segno istruendo, costruendo, modellando, plasmando col fluire nelle menti degli astanti del verbo dell’insegnante, riversato dall’alto sublime della cattedra.
È il luogo dove il Sapere è collocato in alto, come l’occhio di dio, mentre i postulanti nel basso dei loro banchi allineati in file ordinate, umili questuanti del Sapere, si alzano in piedi per riconoscerne la superiorità quando compie il suo ingresso in aula incarnato nell’insegnante che ne è il portatore.
Superior stabat magister, longeque inferior discipulus. Discepoli votati all’ascolto con la promessa d’essere liberati dalla loro inferiorità, assimilando e nutrendosi del verbo.
La cattedra come l’ambone, luogo di epistole e di evangeli, il pulpito come domicilio della lezione, l’insegnante predicatore, ministro dell’istruzione, nel senso di colui che amministra il sacramento del sapere, che prepara alla sua unzione.
La scuola come tempio sacro, come luogo della salvezza dal peccato originale dell’ignoranza, con le sue vestali che officiano la liturgia dei riti da celebrare giorno dopo giorno sempre uguali: lezioni, compiti, interrogazioni.
La liturgia non ha bisogno di corpi estranei che non siano i fedeli ad essa adepti, non ha bisogno che i suoi sacerdoti perdano tempo in tempi morti, perché tutto sta già scritto nei messali compilati nei lustri e nei decenni da schiere di predecessori.
La scuola come seminario di clerici, non vaganti, perché il mondo è pericoloso, meglio i luoghi di casa propria, come i luoghi comuni dei propri pensieri.
La scuola apparato, con la predella apparato sacro del suo arredo.
E dire che noi avevamo pensato alla scuola come quel luogo in cui si apprende, dove tutti, insegnanti e studenti si impara ad apprendere, dove tu che hai già appreso ed hai appreso più di me mi insegni come si fa.
La scuola né chiesa, né seminario, né caserma, né istituzione totale.
La scuola come luogo di liberazione, luogo di liberazione del pensiero, dove si inizia ad imparare come si fa a ragionare, a fare libero uso della propria ragione, dove si apprende ad usare la propria mente e non quella degli altri, mai reclusorio di intelligenze in ostaggio delle vestali del sapere.
La scuola come luogo di dignità e non di gerarchia, come luogo di unità e non di divisa, la scuola dove si apprende ad essere umani condividendo la propria umanità, la scuola da dove si esce cresciuti e non plasmati, la scuola da cui si esce più intelligenti che ubbidienti, più critici che accondiscendenti, più grati al sapere e a chi ce l’ha testimoniato accompagnandoci tra i suoi meandri.
La scuola da cui si esce con fiducia nella vita e non risentiti per la superbia dei soloni che hanno ucciso i nostri sogni e cosparso di grigia noia i giorni dei nostri anni migliori.
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